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Violenza in scuole e asili, malattia da curare – Avvenire.it

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Non si contano più, i casi di violenze negli asili. Bimbi schiaffeggiati, strattonati, percossi, presi a calci dalle loro maestre. L’ultimo è avvenuto a Milano, in un nido privato accreditato dal Comune, dove i carabinieri hanno filmato episodi raccapriccianti ai danni di bambini da pochi mesi a due anni: schiaffi, spintoni, insulti, e altro ancora. Un paio di mesi fa aveva fatto notizia il caso di una scuola elementare siciliana, dove un’insegnante di 57 anni, dopo averli picchiati, arrivava addirittura a minacciare con toni mafiosi i suoi allievi di 7 anni: «Quello che succede a scuola deve rimanere a scuola», altrimenti «vi lascio il segno addosso per tutta la vita». Come se il segno non fosse già rimasto. E ancora, qualche settimana prima, l’orrore era toccato a un asilo pubblico di Bari: sotto gli occhi delle telecamere piazzate dai carabinieri dopo denunce presentate dai genitori, è avvenuto l’indicibile: in 15 giorni effettivi di lezione sono andate in onda 37 aggressioni per mano di due insegnanti, a scapito di bimbi tra i 2 anni e i 3 anni e mezzo. Stesse scene a Caserta, Potenza, Grosseto, Roma, Rimini, Pisa.

C’ è poco da stupirsi se tanti genitori, spesso riuniti in comitati di protesta, chiedono la videosorveglianza nelle aule delle scuole. Il dibattito contagia le istituzioni (con molti Comuni pronti a intervenire) e persino il Parlamento (in Commissione Affari Costituzionali della Camera è all’esame una proposta di legge). Nei giorni scorsi il Garante dell’Infanzia ha espresso parere positivo sull’ipotesi di un controllo «nel superiore interesse del minore», ricordando che è però fondamentale intervenire sulla prevenzione e la formazione degli educatori. La videosorveglianza apre in effetti un problema serio. La Federazione italiana scuole materne (Fism) spiega che il controllo con telecamere «non può essere mezzo e condizione per prevenire episodi di violenza e maltrattamenti», anche perché un progetto educativo «nel reciproco rispetto dei diversi ruoli e ambiti educativi si sviluppa necessariamente dentro un rapporto di reciproca stima e fiducia» tra scuola e famiglie. La questione, insomma, è molto più complessa. Il primo nodo da sciogliere è la necessità di un intervento deciso e uniforme nell’ambito più delicato e forse meno seguito della scuola italiana: il percorso educativo da 0 a 3 anni. Si tratta di una fascia d’età affidata alla gestione degli enti locali e finita, col passare degli anni, tra tagli di posti, liste d’attesa infinite e prolificazione di offerte private, in una giungla incontrollata di offerte educative. In cui la qualità è spesso solo un’illusione estetica: spazi colorati, moderni, arredamento accattivante. Con la formazione delle educatrici che passa in secondo piano.
 
Proprio in questi giorni il governo sta pensando a una riforma (che forse prenderà la forma di un decreto) per riordinare il settore. L’idea è fondare delle linee guida ministeriali per tutti i nidi, con programmi e percorsi condivisi, ma soprattutto intervenire sull’adeguatezza degli educatori, che dovranno essere laureati in scienze della formazione (finora bastavano i corsi regionali) e aggiornarsi costantemente. Basterà? Forse, anche se la novità ovviamente entrerà in vigore solo per i nuovi assunti. L’allarme maltrattamenti è però l’occasione anche per affrontare altre questioni. Perché una cosa è la cattiveria, un’altra la scarsa preparazione, un’altra ancora la malattia. Il rischio, spesso, è di confondere i piani, dimenticando di porsi una domanda scomoda ma decisiva: di insegnamento – e in particolare di insegnamento ai bimbi piccoli – ci si può ammalare? La risposta che non vorremmo mai sentire, come genitori, e che persino le istituzioni temono è: sì. In Italia, come nel resto del mondo, le maestre d’asilo pagano le conseguenze di un lavoro molto logorante, soprattutto dal punto di vista psicologico: quello di passare ore e ore coi bambini. Cioè con un’utenza che, mentre loro invecchiano, resta sempre giovane (una sorta di effetto Dorian Gray al contrario), per di più in un rapporto asimmetrico, in cui l’adulto pensa di avere sempre ragione e non condivide il peso di quello che vive in aula, considerato che i tagli al personale hanno visto ridursi quasi a zero gli orari di compresenza tra educatrici nella stessa aula.

Scelgono quel lavoro, si dirà, devono saper reggere anche a quello stress. In realtà – il paragone è forte, ma rende l’idea – non più di quanto chi sceglie di lavorare all’Ilva di Taranto deve saper reggere alle polveri di ferro. Perché di una cosa esperti e psicologi sono convinti: lo “stress lavoro correlato” (Slc) è il cancro degli insegnanti. E di malati d’educazione sono pieni i nidi, le scuole materne, perfino quelle di ordine superiore. La maggior parte di chi ne soffre si limita a sbottare, scagliare un oggetto a terra, strillare. Se c’è controllo la malattia non si aggrava, i sintomi sono saltuari, è la condizione precaria del burnout (l’esito patologico dello stress lavorativo): ci si consuma gradualmente per il proprio mestiere di cura, che da passione e impegno si trasforma in ossessione, stanchezza, sfinimento. Quando il controllo si brucia, però, entrano in scena i “mostri” che vediamo agire indisturbati nei video dei carabinieri. Cifre non ce ne sono. Di burnout generico s’è occupata una Asl milanese, per una decina d’anni, raccogliendo un campione di oltre 3mila casi e scoprendo che la categoria degli insegnanti è soggetta a una frequenza di patologie psichiatriche pari a due volte quella della categoria degli impiegati e a due volte e mezza quella del personale sanitario. Una cornice poco indicativa, all’interno della quale va invece iscritta la raccolta dirompente (e condotta in solitaria) di Vittorio Lodolo D’Oria, un medico che da sempre si occupa di studio e prevenzione dello Slc negli insegnanti.

I  numeri che riporta dicono che, tra i docenti dichiarati non idonei all’insegnamento a causa della propria salute, l’80% presenta diagnosi psichiatriche e gravi disturbi per lo più di tipo ansioso-depressivo. Peggio ancora: la percentuale sale al 90% nelle donne sopra i 50 anni, o con 30 anni di anzianità di servizio. La platea maggiormente coinvolta, non a caso, dai fatti cronaca degli ultimi mesi. Perché proprio le donne? Perché è donna l’85% dei docenti e perché il rischio di patologia ansiosodepressiva è di 2,5 volte superiore nel ‘gentil sesso’. Oltre al fatto che il rischio si quintuplica in età perimenopausale e poi magari, quando la menopausa arriva (e coincide con l’adolescenza dei figli e spesso con l’assistenza a genitori e parenti anziani non autosufficienti) le riforme della previdenza costringono a trascorrerla al lavoro. Le telecamere allora non bastano. Aprono occhi sul sintomo, non sulla causa. E la causa va intercettata dai dirigenti scolastici, che hanno sì il compito di intervenire sul piano legale (garantendo l’incolumità dell’utenza), ma anche su quello medico (tutelando cioè la salute del personale). Da dove cominciare? La logica vorrebbe dal secondo punto, per non dover mai arrivare al primo. La legge addirittura lo renderebbe obbligatorio: secondo un decreto del ministero dell’Istruzione (e ormai datato 1998) la formazione dei dirigenti scolastici sulle malattie professionali delle insegnanti è obbligatoria.

I corsi, però, non sono mai stati fatti e la maggior parte dei dirigenti per loro stessa ammissione sono digiuni dell’argomento. Di più: la riforma in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (anno 2008) all’articolo 28 sancisce l’obbligo alla valutazione e prevenzione dello stress correlato. Mancano provvedimenti legislativi o regolamentari che forniscano indicazioni operative chiare e uniformi in tutto il territorio nazionale, sia per quanto concerne l’individuazione delle cosiddette “aree critiche”, sia per la metodologia di valutazione del rischio stress, sia con riferimento alle misure organizzative o formative di prevenzione e protezione dallo Slc. Altrove, invece, il “mal di scuola” non è così sottovalutato. In Francia, a La Verrier, un sobborgo di Parigi, c’è addirittura un ospedale psichiatrico per insegnanti depressi, aperto dopo una serie impressionante di suicidi tra professori e maestri. In Inghilterra è comune a tutte le scuole l’abitudine di riunire, almeno una volta al mese, l’intero corpo docente per affrontare, tutti insieme, il “rischio burnout”. Che aspettiamo?

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