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I 5 aspetti per i quali potresti essere ipocondriaco

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L’ipocondria: una paura da sconfiggere

L’errata percezione, sensazione, ed interpretazione di alcuni sintomi psicofisici possono procurare una vera e propria “paura delle malattie”, pur essendo queste ultime assenti sull’organismo. Il solo racconto da parte di un amico, inerente un’esperienza legata ad una malattia, può generare nel soggetto la paura che ciò possa persistere anche su se stessi. La caratteristica di tale fobia è riconducibile nel fatto che, nonostante le rassicurazioni mediche dell’inesistenza di una patologia o malattia, le paure e le preoccupazioni non cessano di esistere.

Nello specifico, quali sono gli aspetti che possono far comprendere di essere un potenziale ipocondriaco?

  1. La presenza di preoccupazione sistematica nei riguardi della singola malattia o di alcune zone corporee specifiche. È il caso in cui si teme di avere una malattia o patologia che possa attanagliare l’organismo nella sua totalità o solo un apparato, constatando che la paura è sempre più sistematica nel tempo;
  2. Sentir parlare o leggere di una malattia può generare ansia, stress e sintomi psico-fisici. La paura che può scatenarsi ad esempio, dalla sola lettura di un articolo informativo in grado di declinare i sintomi di una malattia, può provocare timori, disorientamento e suscitare dei sintomi fisici o reazioni psicologiche legate a tale timore;
  3. Il deterioramento della relazione medico-paziente. Si reputa di non ricevere cure e attenzioni adeguate da parte dei medici, al punto tale da sviluppare una sfiducia nel parere clinico. Quest’ultima reazione è causata dal fatto che non si riesce ad ottenere una diagnosi specifica, poiché essa è legata a lamentele e sintomi generici di varia natura;
  4. La paura di poter avere una “malattia” è un argomento abituale nella conversazione. Tale paura viene fronteggiata spesso parlando con l’interlocutore di ciò che si prova e cosa preoccupa. L’argomento diviene abituale, in quanto permette di scaricare lo stress e l’ansia generata, ma allo stesso tempo i timori sono talmente interiorizzati, da rientrare a far parte integralmente dell’immagine di Sé;
  5. La vita familiare e lavorativa, sono disturbate perché dipendono ampliamente dal benessere psico-fisico del soggetto. Tutto può essere svolto solo in funzione di tale benessere. La persistenza delle paure e sintomi possono rendere la quotidianità complicata.

Le presenza in famiglia di accertate malattie o l’esperienza personale durante l’infanzia di alcune di esse, possono generare nel soggetto adulto l’ipocondria. Le motivazioni riguardanti la sussistenza di tale fobia sono varie, ed in parte sono riconducibili anche a tratti caratteriali.

L’ipocondria per certi versi se cronicizzata, può risultare essere invalidante. Al fine di sconfiggerla è necessario mettersi in discussione ed affidarsi ad uno specialista che indirizzi verso il supporto psicologico più adeguato.

 

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Sono irritato e deconcentrato sul posto di lavoro: quali sono le cause?

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Gli aspetti psicosociali e strutturali che portano alla deconcentrazione lavorativa

Sveglia, colazione, ripresa mattutina e pronti per affrontare una nuova giornata. Non sempre si è dell’umore e delle energie giuste per recarsi sul posto di lavoro. Essere deconcentrati e irritati è un problema che attanaglia un alto numero di dipendenti. Alla base di tali reazioni psicologiche  vi sono cause differenti. Esistono degli elementi che portano il lavoratore ad una deconcentrazione sistematica, al cattivo umore e alla demotivazione lavorativa. Così facendo si possono identificare delle motivazioni reputate psicosociali ed altre puramente strutturali che sono a carico del dipendente ed in contemporanea dell’organizzazione. Per cause “psicosociali” si intendono le innumerevoli preoccupazioni della sfera privata, che spesso influenzano l’umore del dipendente; quest’ultimo infatti non riesce a canalizzarle o gestirle nel giusto modo, al punto da viverle anche sul posto di lavoro. Ricordiamo inoltre, le preoccupazioni derivanti dallo stesso clima lavorativo, dalle dinamiche di gruppo creatisi, e dal lavoro che si conduce. Tutto ciò incrementa lo stress, producendo deconcentrazione e irritabilità ad alti livelli. Riguardo alle cause strutturali invece, si specifica che in esse rientrano a far parte, gli aspetti ambientali che influenzano direttamente la produttività lavorativa e quindi la concentrazione e la soddisfazione sul lavoro. Ad esempio, durante gli anni settanta negli Stati Uniti, sono stati scelti e privilegiati per la conduzione lavorativa, ambienti di lavoro open space nei quali, le differenti aree di lavoro sono separate l’una dall’altra da scaffali e piante con l’esclusione di muri e porte. Tutto ciò ha inficiato notevolmente sulla concentrazione dei dipendenti, sulla produttività e sulla soddisfazione lavorativa. Pur riscontrando il vantaggio di creare uno spazio flessibile in cui si rielaborano gli spazi a seconda dei cambiamenti aziendali, in realtà a tale strutturazione è collegato proporzionalmente un incremento della percezione dello stress e delle distrazioni, di rumore e assenza di privacy. In Italia, a distanza quasi di cinquant’anni , gli ambienti “open space” sono stati valutati positivamente ed introdotti in varie organizzazioni. In ambienti di lavoro italiani in cui permane una struttura open space, si individua un accrescimento prolungato di demotivazione lavorativa e deconcentrazione; per giunta non si facilita la collaboratori tra lavoratori in termini produttivi. Abbattere tali cause strutturali permetterebbe di prevenire fenomeni organizzativi, quali insoddisfazione, demotivazione, irritabilità, deconcentrazione. Le cause psicosociali invece assumono un valore differente, poiché possono dipendere della sfera lavorativa o privata del dipendente. In entrambi i casi la campagna di prevenzione è associata alla consapevolezza da parte delle aziende di fronteggiare le problematiche organizzative corrispondenti al capitale umano, avvalendosi della presenza di uno psicologo delle organizzazioni a supporto dei lavoratori, in grado cioè di orientare verso un cambiamento e un nuovo percorso di vita lavorativa che tuteli il benessere psicofisico.

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Discriminazione lavorativa: effetti psicologici devastanti sui dipendenti

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Come dimostrare di essere stati discriminati sul lavoro?

Crescono i casi di discriminazione lavorativa in organizzazioni pubbliche e private. Si può essere discriminati per vari motivi, quali: religione, orientamento politico, sessuale, per ragioni di salute e preconcetti personali. Le discriminazioni possono essere agite in modo diretto ed indiretto, ed in entrambi i casi si hanno determinate reazioni psicologiche, che condizionano temporaneamente o a lungo termine le relazioni tra le presone. Spesso diventa difficile per gli individui, riuscire a dimostrare la condizione discriminatoria e averne coscienza. La consapevolezza, emerge nel momento in cui si tende a confrontarsi con altri colleghi e a constatarne un diverso trattamento; ad esempio quando si vuole usufruire di permessi legati alla salute, per assistere un familiare ammalato o per i figli. In questi casi, si può essere esclusi dai premi di produttività aziendale, pur in mancanza di accertamenti oggettivi che verifichino la minore o maggiore produttività del dipendente. Le stesse molestie sono considerate “atti volti alla discriminazione” in quanto, non hanno solo connotazione sessuale, ma si manifestano con comportamenti vessatori, il cui obiettivo è mirare alla dignità dell’individuo. L’instabilità emotiva e umorale che ne deriva può essere paragonata ad un vulcano in fase di eruzione. I dipendenti discriminati, sono disorientati, perché non sanno effettivamente come comportarsi, in presenza di un clima teso ed offensivo. Di qui l’insorgenza di malesseri psicofisici, quali deconcentrazione, emicrania, vertigini, ansia ed attacchi di panico. Diventa difficile per un dipendente discriminato, riuscire a costruire rapporti leali e spontanei con i colleghi in quanto, si teme spesso di essere giudicati, offesi ed esclusi dalle dinamiche di gruppo. In circostanze del genere in cui la tensione giunge ad alti livelli, lo stress percepito è così elevato, da cagionare insicurezza interiore e abbassamento di autostima. Il cattivo umore inoltre e i sintomi psicofisici, vengono trasferiti e vissuti anche nella vita privata, in famiglia, poiché ci si sente intrappolati, abbandonati da un contesto forte di riferimento come quello lavorativo. Lo stress allora, viene agito e canalizzato nel modo meno appropriato all’intero delle relazioni sociali. I dipendenti discriminati possono ottenere un feedback psicologico, per comprendere la presenza di patologie dovute all’azione discriminatoria subita, al fine di valutare il cosiddetto danno biologico, morale o psicologico legato al fenomeno. Successivamente attraverso dei tentativi di mediazione supportati da associazioni e sindacati, si espone la gravità lavorativa al datore di lavoro, il quale ha il dovere di garantire la salute psicofisica dei dipendenti. In mancanza di un’azione positiva, legata alla stabilità e salute lavorativa dei dipendenti da parte del datore di lavoro, allora l’individuo può attraverso il supporto di un avvocato giuslavorista, valutare la possibilità di rivolgersi al tribunale, al fine di ottenere un provvedimento di cessazione al comportamento. Ciò che diviene fondamentale è il confronto sincero e chiaro con il datore e i colleghi di lavoro, per palesare la presenza di tali atti discriminatori costanti e la sofferenza vissuta. Tale consapevolezza è necessaria per comprendere le dinamiche di gruppo e l’eventuale messa in atto di comportamenti risanatori da parte di tutti gli attori, prima di giungere ad azioni di mediazione sindacale, associativa o legale.

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Il rientro dalle vacanze: può generare conflitto interiore e portare a stress e depressione

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Le cause che generano sentimenti negativi al rientro delle vacanze

La gestione del tempo è l’elemento principale per la ripartizione di compiti da svolgere durante la giornata. Essere organizzati probabilmente permette di assolvere la maggior parte dei doveri quotidiani. È fondamentale tra le altre cose, riuscire a svolgere delle attività di svago, culturali, di divertimento, avere insomma degli hobby, passioni, che permettano di distaccarci dagli eventi sistematici della settimana, quali ad esempio il lavoro. Le vacanze rappresentano il momento in cui finalmente abbiamo il diritto di dedicarci del tempo e fare ciò che ci piace di più. Tuttavia, spesso può accadere che le aspettative inerenti la vacanza programmata siano molto alte, per cui in mancanza di elementi oggettivi e positivi, ci si sente delusi, tristi. D’altro canto può anche succedere che per quanto la vacanza sia stata rilassante e magnifica, al rientro da essa si scatenino emozioni negative dovute alla consapevolezza di dover ricominciare con le solite attività quotidiane, caratterizzate da ritmi incalzanti, soprattutto quando si vive in città. Le cause che portano all’emersione di sentimenti negativi in fase post vacanza sono da attribuire ad un vero e proprio” conflitto interiore”, in quanto, in entrambi i casi si è consapevoli del fatto che il tempo speso per se stessi e quindi, per rilassarsi e godersi la vacanza è sempre meno, rispetto a quello che si avrebbe voluto. La ripresa della vita di tutti i giorni, fatta di ostacoli, problematiche, lavoro, attiva nell’individuo picchi emozionali che scrollano l’organismo, al punto tale da ottenere una reazione. Solitamente il coinvolgimento psicologico che genera la “risposta”è provocato da un evento scatenante e stressante. Per tale ragione le reazioni che si possono ottenere sono due: consistono nel “fronteggiare o fuggire” dinanzi allo stimolo stressante. Lo stress non è un da sottovalutare soprattutto quando è portatore di ansia, tristezza, depressione, poiché si tende a non osservare la realtà in modo distorto e a cadere in un turbinio di sensazioni ed emozioni sempre più negativi. Al fine di non cadere nella trappola della chiusura emotiva, in primo luogo è necessario organizzare il proprio tempo nel giusto modo, per non accumulare impegni difficili e ostici al rientro delle vacanze. La consapevolezza inoltre, che la vacanza è solo una parentesi della nostra vita, che non può avere una durata infinita, permette di affrontare con più lucidità gli espedienti quotidiani. La persistenza in fase post vacanza di emozioni e sentimenti negativi, solitamente dovrebbe far riflettere sulle cause che innescano tipologie di comportamento e reazioni psicologiche. Questo significa che, con il tempo, il minimo cambiamento collocato fuori dall’attività quotidiana può scombussolare e creare difficoltà nel recupero di azioni giornaliere. Le ragioni sono da osservare a monte, ovvero, non da conferire all’esperienza della vacanza o alla fase da rientro sempre più traumatizzante; ma probabilmente allo stile di vita che si conduce, il quale non è perfettamente in linea con ciò che davvero si desidera. Dinanzi ad alcuni eventi della vita si può reagire in modo diverso, pur conducendo la stessa esperienza, questo perché con il tempo, consciamente o inconsciamente le necessità e i bisogni individuali cambiano. Il cervello sistematicamente lancia dei segnali e delle richieste d’aiuto, attraverso reazioni psicologiche precise. Imparare ad ascoltare tali reazioni psicologiche ed emotive è il primo passo, per effettuare un cambiamento e comprendere come intraprendere percorsi di vita differenti, volti al nostro benessere psicofisico.

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Carichi di lavoro eccessivi con stress in netto incremento? Oggi non si parla più solo di stress lavoro correlato ma anche di risarcimento

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I sintomi clinici dello stress cagionato al lavoro, possono essere valutati e quantificati clinicamente ai fini di un risarcimento

Stanchi degli enormi carichi lavorativi possiamo sentirci spossati, fiacchi, privi di forze psicologiche e fisiche. Sopportare sistematicamente situazioni aziendali in cui si è sottoposti a straordinari o mole di lavoro altissima da smaltire, apre la strada a ciò che viene comunemente definito “stress lavoro correlato”. Percepire e vivere lo stress lavorativo, ormai sembra essere diventato un luogo comune. In realtà nonostante molte aziende debbano conformarsi alla legge che tuteli la sicurezza e la salute lavorativa in Italia (Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81), a livello interno ciò non diviene una costante, quindi non accade con così tanta rigidità. Frequentemente le condizioni di criticità economica in cui ci troviamo sono talmente altalenanti, che sentirsi dire “è già tanto che hai un lavoro” risulta essere la soluzione migliore nel contesto di riferimento in cui si vive. E allora emergono i casi di morti bianche sul lavoro, di suicidi, di malattie degenerative, di sintomi clinici perenni e acuti. Il dramma delle famiglie italiane è rappresentato in parte, dal fatto che l’unico individuo con un lavoro, risulti essere anche ammalato. Questi sono i casi in cui curarsi è complicato, se non in condizioni in cui, si sono accantonati dei risparmi o si ha una discreta disponibilità economica; inoltre, ricercare la causa scatenante è impresa ardua e quasi impossibile. Gli ingenti carichi di lavoro che portano a continuo stress lavorativo, possono essere la causa di una malattia? La risposta è si. Dimostrare che tali carichi di lavoro provochino stress e quindi siano la fonte di forti sintomi clinici, può essere effettuato, ma è necessario muoversi con parsimonia. In Italia ci sono leggi che tutelano la salute psicofisica dell’individuo; l’aspetto interessante è dettato dalla valutazione dei rischi eletti come cardini fondamentali, per proseguire con l’accertamento clinico. Questo significa che le condizioni di lavoro del lavoratore sono “ reputate critiche” perché non conformi alla legge (art. 2087). Gli individui che rientrano nei casi in cui viene comprovato lo stress in azienda, hanno diritto ad un risarcimento. In questa fase è importante la prevenzione al rischio lavorativo, poiché, pur essendoci alla base accordi tra il lavoratore e il datore di lavoro delle ore di straordinario da effettuare, oppure dei carichi di lavoro da gestire, essi non escludono la possibilità di avanzare un risarcimento. La salute della persona è la priorità in una azienda: essere “sani psicologicamente e fisicamente” significa garantire la produttività. La valutazione dello stress lavoro correlato viene effettuata attraverso il documento deputato a questo, redatto da l’Inail; utilizzato dalle aziende per constatare la presenza di stress nei dipendenti, legata alla propria mansione. Lato aziendale, l’obiettivo è in caso di esito positivo, lo sviluppo di interventi correttivi di prevenzione. I sintomi emergenti che permettono di evidenziare una situazione di stress, sono riconducibili a insonnia, ulcera, tachicardia, difficoltà di concentrazione, tremori, emicranie, vertigini, apatia. Può succedere che lo stress lavorativo sia talmente elevato, da essere dirottato anche nella vita privata, diventando la causa di problemi familiari, di amicizia, di integrazione sociale. Lo stress lavorativo è fonte di isolamento sociale, aggressività, agitazione, ansia, nervosismo, depressione. Tutto ciò aumenta i sentimenti di odio, rancore, verso l’azienda, associati spesso alla riluttanza nel recarsi sul posto di lavoro e portare a termine gli obiettivi assegnati. Combattere lo stress lavorativo derivante da condizioni lavorative disumane è fondamentale, soprattutto se esso è associato ad un intervento correttivo aziendale destinato alla prevenzione del rischio. Come contropartita il dipendente ha la possibilità una volta accertata e documentata clinicamente la situazione portatrice di stress, di ottenere un adeguato risarcimento economico.

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