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Post che incoraggiano al suicidio ed omicidio

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Il potere delle parole sui social: individuazione delle reazioni negative

Il web diventa uno strumento molto pericoloso, principalmente quando i protagonisti sono coloro che incitando alla violenza. Numerosi, troppi, i casi di suicidi ed omicidi avvenuti a causa del potere delle parole sui social network e a danno degli individui. Giovanissimi che scelgono la morte alla vita, in quanto prede del bullismo, con la conseguenza di essere beffeggiati ed etichettati sul web. L’apice dello sgomento si raggiunge nel momento in cui, vi è la presa di posizione dei social, nel voler oscurare le pagine di alcune persone. Si tratta di individui che fanno dei propri gesti di violenza uno slogan, una pubblicità: sono capaci di picchiare a sangue, uccidere e darne notizia, quasi in contemporanea sui profili social. Essere nel posto sbagliato con la persona sbagliata è l’unico errore di chi subisce l’efferato gesto.

Quali sono le reazioni ai messaggi e post che incoraggiano al suicidio ed omicidio?

  1. Tristezza per la vittima ed eccitamento per il carnefice. In veste di vittima che subisce sporadicamente o sistematicamente, offese ed ingiurie sul web, la reazione iniziale è di svilimento e profonda tristezza. Non si comprendono i motivi per i quali non si venga accettati dal gruppo dei pari. Questi ultimi possono sviluppare una serie di fissazioni sulla vittima, bersagliandola su tutto. Generalmente il cyberbullying viene indotto su persone particolarmente magre, obese, in carne, o su persone introverse, sensibili. I motivi di scherno sono numerosi e si incrementano con l’ampliamento del gruppo, in quanto i carnefici si supportano l’un l’altro. Come carnefice invece, quello che si prova è una sorta di “delirio di onnipotenza”. Si comprende che le parole sono armi e possono ferire amaramente le persone;
  2. Panico ed ansia per la vittima, manie di protagonismo e cinismo per il carnefice. In questa seconda fase, la vittima in preda alla paura di essere ormai diventata oggetto pubblico sul web è completamente attonita e le sue reazioni psicologiche passano dagli attacchi di panico all’ansia continua. Quello che turba è l’incapacità di saper gestire tale situazione. Diventa difficile comprendere come uscirne. Si cade in un turbinio di emozioni negative costanti, l’autostima è a pezzi. Il carnefice a sua volta fiuta la debolezza emotiva della vittima ed incalza con il gruppo dei pari, utilizzando messaggi sempre più scabrosi e mirati alla distruzione psicologica. Oltre ad essere coalizzarsi, i persecutori seriali, si sostengono vicendevolmente e cercano di scambiarsi il ruolo di leader, spingendosi sempre più negli atti di cyberbullying. E’ una sfida che non ha limiti. I messaggi possono anche essere chiari o subliminali ed evidenziano spesso l’ inutilità della vittima come essere vivente, orientando direttamente o indirettamente al suicidio;
  3. Terrore, depressione e la scelta della morte nella vittima, mentre nel carnefice emerge il cinismo. Dinanzi ad una situazione negativa e completamente ingestibile per la vittima, quest’ultima appare depressa e disorientata; inoltre, ciò che diviene importantissimo comprendere è che, se non aiutata, vede come unica alternativa alla propria condizione, la morte. La scelta di togliersi la vita è legata a quelle che si definiscono le “profezie che si auto adempiono”. Ovvero, tutto ciò che riguarda le ingiurie, le offese, le moleste e i ricatti dei carnefici, possono essere interiorizzati dalla vittima, la quale alla fine, semplicemente comincia a credere alla forza mediatica di quei messaggi. Il bullizzato sentendosi rifiutato nei modi più estremi dal gruppo dei pari, non riesce più a reagire in modo oggettivo. Il carnefice dinanzi a situazioni estreme di scherno che egli stesso ha provocato con l’intento di distruggere psicologicamente l’altro, non può che mostrarsi cinico e impassibile. L’assenza di empatia diventa un elemento cruciale in quei soggetti che si mostrano apatici, annoiati agli stimoli della vita, tanto da ricercare nuove sensazioni con la strumentalizzazione dei social. Non c’è pentimento, sensi di colpa nell’annientare chi li circonda. Si prova eccitamento, felicità o indifferenza nel vedere soffrire l’altro.

Marco suicida a 14 anni perché gay, Carolina Picchio, Tiziana Cantone, Brandy Vela e molti altri, non sono solo dei semplici nomi, ma sono dei ragazzi che attualmente rientrano a far parte delle morti provocate volontariamente dal “bullismo e cyberbullying ”  in Italia e nel mondo. Nonostante i vari appelli e le leggi vigenti, in realtà vi è una tale radicalizzazione di questi atti, che si crede sia necessaria una rieducazione nei contesti culturali di appartenenza, volta a dare origine non solo a pene più severe, ma a nuovi principi di prevenzione al “suicidio in età giovanile” e ai fenomeni ad esso collegati.

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Addio al nubilato: i 3 aspetti che fanno di una festa un disastro

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Addio al nubilato con divertimento senza stress e incomprensioni

La festa dell’addio al nubilato è uno degli eventi molto attesi e ricco di emozioni prima del matrimonio. Eppure nella consuetudine organizzativa può succedere di trovarsi intrappolati in gruppi whatsapp, pagine di facebook  create ad hoc o semplicemente vedersi catapultati con stupore, nella lettura di articoli che evidenzino idee, location e regali scelti per rendere più frizzante il clima della  festa. Immaginate tante donne messe insieme, che cercano di creare nel miglior modo possibile un  “addio al nubilato” stupefacente e divertente. Il frutto di queste argute conversazioni può evidenziare creatività, spazi di condivisione, conoscenza reciproca, oppure semplicemente può essere un modo per far emergere la propria personalità, il proprio ego, monopolizzando le scelte del gruppo e creare stress nei partecipanti. Le incomprensioni trapelano, insomma la competizione femminile può nascere anche in tali casi  e può tramutarsi in una situazione spiacevole e stressante, soprattutto quando si perde di vista il vero scopo della festa. L’aspetto interessante si ritrova quando, si “sottovalutano” e si “dimenticano ” le esigenze, le necessità e le volontà della futura sposa. Naturalmente tutto ciò, di rado viene palesato nel gruppo di amici, perché ognuno sostiene di conoscere a sufficienza la “protagonista della festa”  e quindi di poter dare un contributo.

A tale proposito sono stati individuati 3 aspetti che rendono un addio al nubilato un vero e proprio disastro:

  1. Creare ambienti aggregativi disfunzionali all’evento. Solitamente si tende a creare dei gruppi conoscitivi o “aggregativi” a sostegno dell’evento. Tali gruppi nella maggior parte dei casi sono costituiti da persone che si conoscono solo in parte, quindi si stabilisce una “convivenza forzata” seppur virtuale sino alla data dell’evento. In questo ambiente virtuale o reale le persone leggono, condividono o disapprovano le scelte; in modo particolare la disfunzionalità del gruppo si osserva tendenzialmente in presenza di membri, che in veste di leader pensano di “organizzare tutto nel minimo dettaglio”. Tale atteggiamento può lasciar poco spazio agli altri nella pronuncia delle scelte, oppure pone gli altri in una condizione “forzata di accettazione” poiché il leader è quella persona che si suppone conosca bene la sposa, per cui si ripone automaticamente fiducia;
  2. La presenza di un leader creativo. Durante questi eventi, emerge sempre con maggiore chiarezza l’amica o l’amico creativo che mette alla luce le idee più disparate, su come divertirsi e fare in modo che la festa sia un vero successo. La creatività se utilizzata e canalizzata nel giusto modo può essere accettata e condivisa, ma a volte la leader creativa deve fare i conti con la realtà e capire, soprattutto in questi eventi, se l’idea presentata più che essere considerata” creativa”,  in verità non sia solo ed unicamente “bizzarra” o “imbarazzante”. È il caso dei giochi di ruolo sottoposti alla futura sposa, oppure dei regali “hot” che quest’ultima dovrà indossare, mostrando una spettacolarizzazione femminile della quale non sempre la protagonista concorda;
  3. Credere di conoscere bene la sposa. Questo è uno degli errori che più facilmente emerge nel gruppo di amici. Essere convinti di conoscere bene o abbastanza la protagonista della festa, significa dare per scontato che episodi, situazioni e sorprese possano piacere, quali ad esempio spogliarelli creati ad hoc e danza del ventre in un momento morto. In realtà pur in presenza di feedback dati dalla migliore amica o dalla leader del gruppo, cosa buona e giusta è comprendere ciò che piace alla futura sposa, in modo indiretto e con degli indizi. Ciò è fondamentale al fine di non progettare un evento fallimentare, che possa soddisfare le esigenze solo di alcuni del gruppo e non della sposa.

Tale aspetto è spesso sottovalutato perché “convinti di conoscere le preferenze della persona interessata”, al punto da decidere al suo posto l’andamento dell’addio al nubilato. Questo comportamento dimostra a volte come e quanto si è accecati da se stessi, dalla propria voglia di primeggiare, di evidenziare quello che si reputa più opportuno fare, non considerando variabili importanti quali, l’umore, i bisogni, le necessità e i desideri semplicemente reali della protagonista dell’evento, seppur in un ambiente goliardico e di festa. In questi casi allora può accadere che la festa si riveli un “flop” o non un vero successo, solo perché è venuta meno l’attenzione verso una comunicazione efficace a vantaggio di tutti, ma principalmente della futura sposa.

Dott.ssa Rossana De Crescenzo Psicologa del Lavoro, Formatrice Professionale, Orientatrice Scolastica e Professionale, esperta in Psicopatologia Forense, amministratrice del sito di consulenza on line www.tooup.com; www.eating.bio; www.psychojob.com

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Hikikomori: gli adolescenti italiani rinchiusi in una stanza

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Il fenomeno psicosociale che dilaga come un virus

Le trappole della mente sono infinite, i pensieri sono labirinti isolati, non c’è una via d’uscita. Molti adolescenti trascorrono le proprie giornate fuori dal resto del mondo, semplicemente rinchiusi nelle mura di casa. Tutto ciò, non è solo un modus operandi in netta crescita sul territorio italiano, ma un vero e proprio fenomeno psicosociale deputato “comportamento a rischio per gli adolescenti”. Pur essendosi propagato nella cultura giapponese, in Europa, il fenomeno definito “ Hikikomori” colpisce all’incirca 30 mila casi in Italia. Le caratteristiche che accomunano gli Hikikomori risultano essere:

  • Rifiuto dal mondo e dalla società. Questi adolescenti non vogliono relazionarsi fisicamente con il mondo esterno, quindi, non sono intenzionati a socializzare. Fattivamente, abbandonano la scuola e non coltivano interessi orientati all’esterno quali sport e attività culturali;
  • Autoreclusione in un piccolo universo. Sono soliti rinchiudersi in camera per lunghi periodi, a volte anche anni, al fine di prendere le distanze dal gruppo dei pari e dalla società;
  • L’utilizzo di Internet come possibile via d’uscita per la propria identità. Alcuni di essi trascorrono dalle 3 alle 5 ore su internet al fine di costruirsi una nuova identità, volta ad una pseudo socializzazione in rete, attraverso l’utilizzo di giochi dalle realtà immersive e social network.

Tale comportamento è causato dal senso di paura e di vergogna nel voler affrontare una realtà che effettivamente non corrisponde al mondo in cui questi adolescenti avrebbero voluto vivere. Ciò significa che esiste una grande dissonanza tra il mondo che essi immaginano e quello che realmente è, al punto tale da non sentirsi pronti nel voler fronteggiare situazioni quotidiane che si esplicano dalla fase scolare, alla comune socializzazione con i compagni. Gli Hikikomori non solo rifiutano il mondo, la socializzazione e le regole imposte, ma solitamente si sentono persi e disorientati, dinanzi ad una società che reputano non appartenergli, ne tantomeno compensare le proprie necessità. Non sentirsi all’altezza o sufficientemente preparati per una società che ostenta la forma, l’estetica, il lusso e soprattutto che non è tutelante di contenuti, principi, valori a favore dell’identità delle persone, di certo predispone, alcuni adolescenti in situazioni critiche e di fragilità, ad una chiusura sociale rischiosa. Il rischio adolescenziale è osservato in questo caso, in quei comportamenti che rigettano la socializzazione a favore dell’isolamento e chiusura mentale, e che in futuro, se non orientati ad un corretto contatto con la realtà, possono esplodere in disturbi di personalità e relazionali legati anche alla pericolosità sociale. Tale fenomeno rientra a far parte delle cosiddette “nuove dipendenze”, il cui effetto psicologico è una vera e propria ipertrofia del Sé. A causa delle nuove tecnologie e degli strumenti ad essi associati, si costruisce un mondo parallelo in cui più facilmente si tende a trasferire tutte quelle aree e bisogni del Sé, che nella realtà è difficile mettere in pratica. Per cui il nuovo Io più forte e tutelato dagli attacchi esterni in rete, riesce ad esplicarsi in totale libertà. L’approccio tecnologico diventa lo strumento-dipendente a favore di tale chiusura sociale e nel caso degli Hikikomori è la nuova realtà su cui poter finalmente essere se stessi. Gli adolescenti invece, che rifiutano anche il contatto con la rete, vivono la chiusura in modo più radicale, rifiutando di scoprire anche realtà parallele nelle quali poter costruire piccole dimensioni interattive. La tristezza e la depressione sono una reazione a tutto ciò che li circonda e che fondamentalmente non li appartiene. L’impresa più ardua è entrare in contatto empatico con chi rifiuta la società, rifiuta l’aiuto e ripudia fondamentalmente, anche quella parte di se incline alle relazioni. Siamo esseri sociali e come tali non possiamo evolvere e accrescere la nostra natura di essere umani, se non riceviamo amore ed empatia, perché è solo attraverso il “riconoscimento” degli atri che comprendiamo realmente chi siamo.

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Nemiche amiche? Solo mamma e figlia

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Come affrontare in modo costruttivo la competizione tra mamma e figlia

L’archetipo della mamma inteso come “una parte del proprio cuore” è semplicemente un ricordo molto lontano. Oggi si parla della “mamma amica”, la migliore confidente tra tutte le amiche, l’unica affidabile che non giudica mai, pronta a qualsiasi consiglio, capace di orientare verso il giusto percorso. Cosa succede quando la mamma diventa anche la peggior nemica? Bellissima, attraente, intelligente al punto tale da catturare l’attenzione di tutti. Come una serpe in seno allora cresce la gelosia, subentra la competizione perché si vuole essere come lei; la mamma diventa un idolo da imitare. In alcuni casi il rapporto può incrinarsi proprio a causa di tale emulazione. La gelosia e la competizione diventano il perno del rapporto mamma-figlia in quanto, la seconda consapevole delle proprie differenze prova insicurezza quando in situazioni di riconoscimento da parte degli altri, non si sente apprezzata quanto il proprio genitore. Come può questa forma di competizione, non essere deleteria tra mamma e figlia?

  • E’ necessario in tali rapporti di complicità definire e chiarire nella totalità il ruolo genitoriale. I figli devono potersi fidare dei genitori e viceversa, ma ciò che risulta indispensabile in questo rapporto, è la definizione dei ruolo del genitore osservato come punto di riferimento e sostegno che non implica necessariamente la nascita di un “rapporto amichevole”. Ci si può confrontare con la propria madre pensando di non condividere le esperienze con un gruppo di amici. Ciò che spesso succede in situazioni in cui c’è poca differenza di età, è la presenza di un processo involutivo da parte della madre per andare in contro alle esigenze della propria figlia ed in quest’ultima, invece si assiste, ad una fase di compensazione iniziale e di successiva frustrazione quando il parere di chi le circonda diventa differente, vale a dire a favore sopratutto del genitore;
  • Impegnarsi ad esercitare l’autorevolezza sui figli. Solitamente in un rapporto molto confidenziale tra mamma e figlia è difficile che il genitore riesca ad esercitare autorevolezza o a fare in modo che essa venga percepita, proprio perché non si temono giudizi e non si hanno timori da parte dei figli di deludere i genitori; inoltre, le regole imposte, possono essere reputate meno rilevanti. Nella mente di un adolescente il consolidamento di tale relazione porta ad infrangere alcuni schemi ed a considerare le attività quotidiane svolte con la madre, un gioco un divertimento, proprio come quando ci si rapporta con i propri amici, in modo paritario,
  • Fare in modo che i momenti condivisi, non vengano strumentalizzati dai figli. Si può incorrere in situazioni tipiche per cui un’azione concessa con la propria mamma, ad esempio fumare una sigaretta dinanzi a lei o con lei, implica successivamente una autorizzazione esplicita a poter fumare in qualsiasi momento, anche in sua assenza. Qui l’impronta educativa deve essere marcata nel far comprendere l’esistenza di regole e la necessità di rispettarle nella società indipendentemente dalla presenza o assenza del genitore, soprattutto nel periodo adolescenziale fondamentale per la strutturazione della personalità;
  • Ascoltare le esigenze, i sogni e le aspettative della propri figli mostrando sostegno e comprensione in un ottica di scelte condivise. In un rapporto amichevole tra mamma e figlia è necessario che la prima orienti ad una comprensione di percorsi, di progetti indispensabili per il futuro della stessa. Uscire insieme, divertirsi, può essere un momento ludico e creativo per rafforzare il rapporto, ma la realtà è fatta anche di scelte importanti, ad esempio quello che si vuole fare ed essere da “grandi”. Insegnare ad avere un progetto futuro o per lo meno a mettere le basi per poterlo realizzare, permette di responsabilizzare i ragazzi ad una maggiore cura di se stessi e crescita interiore.Lasciare al caso la consecuzione di alcuni eventi,può risultare deleterio soprattutto negli adolescenti, quando dimostrano di essere disorientati e di volere un sostegno anche implicitamente.

Essere genitori stabilendo un rapporto di alta complicità e confidenzialità con i propri figli può risultare funzionale quando il ruolo della mamma non viene ovattato da quello dell’amica che permette tutto e che sostiene le scelte sempre e comunque indipendentemente dalle circostanze, perché i figli hanno bisogno di una guida tenace e forte. Tale guida spesso non si ritrova in un amico ma in un genitore autorevole e comprensivo capace anche di opporsi, motivando le scelte e orientando verso percorsi di crescita.

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Luxury time: non è mai abbastanza quello che ho!

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Il disagio delle generazioni moderne: desiderare e volere sempre di più

Non riusciamo a reggere il confronto con una generazione come quella moderna che chiede sempre più. Bambini e adolescenti in preda a crisi di panico perché non hanno il cellulare o l’Ipad di ultimo modello. Richieste su richieste ai genitori affinché anche gli indumenti siano esclusivamente griffati. È importante poi come step successivo all’età di soli sedici anni, ricevere una macchina elettrica e garantire il trasporto di se stessi e di qualche amico. Da non dire che sentirsi grandi, è sinonimo di popolarità, attraverso qualche ripresa video che ritragga un gruppo di adolescenti immaturi fumare una sigaretta e bere dei cocktail. Intrisi e bombardati da una società tecnologicamente avanzata, educhiamo e formiamo i nostri figli a ricevere e desiderare tutto quello che la televisione, i media e le più ardite pubblicità vogliono propinarci. Far parte del gruppo dei pari, d’altronde significa anche questo. Essere accettati diventa difficile nel caso in cui non si rispettano delle regole precise oppure, se non sei un “tipo all’avanguardia”, se non mostri di avere tutto ciò che ti passa per la testa. Questo è uno dei tempi più devastanti per le famiglie italiane ed europee, perché il consumismo pervade le nostre case e influenza psicologicamente le personalità di ogni individuo. Anche quando una famiglia medio borghese può permettersi di riconoscere e accontentare i desideri del proprio figlio, in realtà segna un percorso pericoloso. Alla prima richiesta probabilmente, farà seguito un’altra, il cui valore aggiunto non è di certo una necessità, ma semplicemente diventa un modo per connotarsi nella società e confrontarsi con i simili. Insomma tutto quello che si desidera e viene immediatamente acquistato corrispondono alla compensazione di un vuoto profondo, che la società in cui viviamo ci insegna a colmare. La società naturalmente è fatta di persone, mira all’individualismo, alla de-individuazione, alla correzione di una strada che non porti alla compensazione di bisogni reali, ma di bisogni cosìddetti secondari o di lusso. Siamo dinanzi al “Luxury time”, ovvero all’epoca che elogia il lusso e tutto ciò che lo celebra. I comportamenti degli individui pervasi ed immersi nel luxury time sono specifici e determinati:

  • Cercare e volere incondizionatamente tutto quello che può soddisfare il proprio Ego. Indipendentemente dalla disponibilità economica, si cerca disperatamente di soddisfare i propri desideri più strani e lussuosi, in un modo ossessivo e ardito. In condizioni economiche agiate si è soliti dilapidare il patrimonio attraverso l’acquisto e la sostituzione immediata dell’oggetto desiderato con un altro. In mancanza di denaro invece, si è disposti a racimolare denaro facendo di tutto. I comportamenti assunti infatti, possono essere anche pericolosi, in quanto, in alcuni casi, pur di ottenere quello che si desidera, si può fare del male agli altri e a se stessi;
  • Volere e possedere sempre di più è un atteggiamento che identifica in un gruppo, in grado di accettare l’altro non per quello che è o per la personalità che si ha, bensì in merito a quello che si possiede e si è capaci di avere;
  • Trovare sostegno e pubblicizzarsi attraverso i social network. I social diventano una vera e propria campagna pubblicitaria che mostra il tenore di vita condotto, piuttosto quello che in breve tempo si è stato in grado di ottenere attraverso ad esempio dei regali. La condivisione web di questi momenti “lussuosi” diventa il mood di una generazione che basa i propri concetti, su valori sostanzialmente materiali e rafforza l’identità e la personalità attraverso il consenso o meno dei propri follower sui social.

Ciò che risulta essere estremamente pericoloso è la bassa percezione del rischio che gli individui hanno, nel momento in cui vivono il “luxury time”. Il rischio non è inteso solo ed esclusivamente nella dipendenza materiale dovuta all’acquisto dell’oggetto, ma soprattutto a quei comportamenti e a quelle dinamiche che si sviluppano per ottenerlo. Si profila un vero e proprio disagio psicologico nel rincorrere ossessivamente un qualcosa che non si ha, e si è disposti a mettere in atto spesso strategie e atteggiamenti pericolosi destinati a schiacciare tutto e tutti, pur di godere egoisticamente di un “momento lussuoso”.

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Facciamo un Selfie?Essere pronti agli scatti 2.0 è uno dei modi per esprimere se stessi

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 La selfie mania è un fenomeno tecno-sociale preoccupante?

Narcisisti, megalomani, egocentrici, autocentrati, bellissimi e bruttissimi, uomini donne e bambini, anziani e acciaccati, tutti almeno una volta nella vita si sono sottoposti ad un autoscatto che ritraesse la propria espressione  in un  determinato luogo e momento. Il selfie ossia l’autoscatto amatoriale è una pratica antica che oggi è stata modernizzata attraverso i social network. L’aspetto ludico sta nel fatto di fotografarsi per poi postare l’immagine che cattura l’espressione del volto e postarla sui social.

Teorie pseudo-scientifiche agli inizi di questa pratica, hanno dato per scontato si trattasse di una  patologia che colpisse a random alcuni individui, i quali in preda della propria immagine e della popolarità riscontrata sulla rete, continuassero a autocelebrarsi attraverso i selfie.  Tale opinione  si è rivelata alla fine una bufala ed è stata sostituita velocemente da altre teorie psicosociali che hanno voluto spiegare i motivi secondo cui la gente effettua sistematicamente dei selfie.

Tra le ricerche psicologiche più accreditate in Italia vi è quella del 2014, condotta dallo psicologo italiano Giuseppe Riva, il quale verifica che gli scopi del selfie, in uomini e donne di età adulta, sono essenzialmente 3: far ridere e divertire gli altri; emergere con vanità; evidenziare un momento della propria vita. Le ragioni che inducono all’autoscatto, riguardano gli aspetti esteriori ed interiori della persona. I primi sono maggiormente elaborati dagli uomini i quali, “vogliono raccontare con chi sono, dove sono e cosa stanno facendo”; mentre i secondi sono espressi dalle donne per evidenziare “come sono e come si sentono”.

 La “selfite” così  facendo, non è una malattia, ma è fenomeno tecno-sociale che racconta se stessi  attraverso una fotografia in rete.

Tale fenomeno risulta essere preoccupante e pericoloso, nel momento in cui viene strumentalizzato, al  fine di denigrare, dequalificare, demolire ed etichettare l’individuo. Sono molti i fenomeni devianti che nascono dall’utilizzo distruttivo dei selfie contro i pari o altri individui; basti pensare all’istigazione al suicidio e ai vari casi conclamati di cyberbullying. Ciò che risulta essere destabilizzante e che, il tratto della dipendenza dal selfie, fondamentalmente è pronunciato e distorto nei soggetti  particolarmente angosciati dalla possibilità di ricevere commenti negativi agli autoscatti postati, frutto quindi,  di una instabilità emotiva emergente che può consolidarsi.

L’eventualità di ricevere un commento negativo su un selfie, non deve cambiare il nostro modo di vedere ed affrontare la giornata o l’istante che stiamo vivendo, in quanto, l’insicurezza che emerge può diventare compromettente per la nostra persona e soprattutto, può ostacolare il modo di fronteggiare le situazioni più o meno complesse. Durante l’arco della nostra vita, i pareri contrastanti, le critiche e i disappunti  ci saranno sempre, l’importante è dare il giusto peso a ciascuno di essi, cogliendo  il lato costruttivo della situazione creatasi, per crescere e maturare interiormente. Rafforzare la propria personalità, significa trarre insegnamento da ogni esperienza , comprendere  e leggere la realtà da più prospettive, perché la mente umana necessita non solo di conferme, ma di stimoli che portano a guardare oltre le apparenze, vale a dire, essere orientati ad una apertura mentale necessaria per sopravvivere ed adeguarsi ai cambiamenti.

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Amore online: realtà o illusione?

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Scopriamo cosa succede quando il sentimento è virtuale

Disperazione, rabbia, odio, gelosia, rimorso, pentimento e amore sono la miriade di sentimenti che proviamo quotidianamente durante le nostre giornate non solo quando ci relazioniamo faccia a faccia con gli altri, ma anche quando siamo assorti e intrisi dalla realtà virtuale, che sempre più sta diventando un modus operandi della nostra vita. Potremmo avere un umore altalenante perchè non abbiamo ricevuto like a sufficienza su una foto; un twitt provocatorio può portare ad una feroce discussione; la contemplazione di una foto e i monologhi o i confronti in una chat privata, può avvicinarci così tanto ad una persona da indurre a conoscerla, frequentarla ed innamorarsi.  Allora questi sentimenti in tutte le loro sfaccettature fanno capolino e si traspongono anche in una dimensione intangibile in cui attraverso un pc e un cellulare abbiamo la possibilità di costruire una nuova identità, magari più forte, più irrascibile, più competitiva, ammaliante e dolce allo stesso tempo, insomma una nuova persona. Online ci trasformiamo in un ologramma con caratteristiche probabilmente diverse da quelle che possediamo nella realtà, per cui pur di sentirci amati, di piacere ed essere riconosciuti da una società fatta di regole seppur virtuali, rappresentiamo lo specchio del nostro alterego. Nel mondo sono tanti gli individui che si relazionano in modo virtuale ed in Italia come tanti Paesi europei il fenomeno è in evidente crescita, tanto da preoccupare una persona su 4 per accanimento o dipendenza da social. Tuttavia in molti hanno trovato l’amore e tanti altri solo illusioni e truffe, ma la cosa interessante è comprendere cosa spinga l’individuo ad accostare un sentimento così nobile e puro come quello dell’amore ad una fotografia, ad una voce, ad una chat pur non conoscendo fisicamente la persona con cui ci si relaziona. Dal punto di vista psicologico sappiamo che l‘amore non ha logiche è irrazionale, prorompente. Il motivo per cui ci si innamora on line è da accostare molto spesso alla solidudine, alla deindividuazione, alla rottura della routine. La mancanza di un incontro fisico porta alla carenza di informazioni; per tanto, la mente tende a compensare questo vuoto con dati raccolti durante l’arco della nostra vita. Solitamente in presenza di aspettative ed emozioni positive verso la persona con cui ci si rapporta on line, l’atteggiamento è quello di trasporre o proiettare le nostre sensazioni positive sulla stessa persona. Di conseguenza, pur provando frustrazione e solitudine, in situazioni in cui siamo empaticamente suscettibili come ad esempio, quando si cerca compagnia, l’atteggiamento sistematico è scoprire che tale individuo risulti essere ironico, divertente, interessante. Il vuoto informativo allora, viene bilanciato con tutte quelle caratteristiche di personalità che piacciono e che compensano le speranze. Alimentare le speranze diventa pericoloso nel momento in cui, i vuoti informativi non vengono con il tempo riempiti dalle informazioni reali e concrete. L’ancora di salvezza risulta a questo punto la vita reale, quella in cui l’incontro con la persona amata virtualmente, si concretizza. In questo modo, si potrà contemplare un percorso insieme fatto di impegni e progetti fattibili nel presente e nel fututo, in cui i vuoti informativi si destrutturano perchè non hanno più senso di esistere.

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Faccio sesso virtuale e lo prediligo al sesso reale

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Quando il cybersex sostituisce l’incontro reale

Attoniti e profondamente attaccati dagli stimoli virtuali assistiamo inermi all’evolversi di fenomeni psicosociali che cambiano e affinano in qualche modo i nostri sensi, le emozioni e anche i comportamenti relativi lo stile di vita che ci caratterizza. Quelli che fino a cinque anni fa erano reputati dalla società in cui ci relazioniamo dei “grandi tabù”, oggi sono stati superati. E quando si infrange un tabù ci si avvicina repentinamente ad un altro tabù, il quale più che essere un paradosso diventa una realtà. Il sesso nelle sue forme e sfaccettature è sempre stato un grande tabù. Può allora il sesso virtuale essere sostituito e preferito al sesso reale? Intrisi dagli scenari futuribili dello spazio virtuale, la fantasia dell’individuo infrange la realtà: il sesso virtuale, non è più un sogno, un desiderio, un’attesa poiché ormai si possono congiungere gli stimoli visivi a quelli tattili. Diventa una vera e propria “esperienza immersiva”, ovvero, mille volte più emozionante, stuzzicante ed entusiasmante di una esperienza addirittura reale, in quanto, gli utenti interagiscono con il partner scelto come e quando vogliono, all’interno di uno spazio virtuale ed ologrammato. Sono molti coloro che prediligono il cybersex o sesso virtuale, perché l’obiettivo è l’induzione di sensazioni positive immediate che si evolvono dalla passione in seduzione. È importante la condivisione di uno spazio intangibile in cui tutte le volte in cui gli individui vogliono divertirsi, possono farlo calandosi in giochi di ruolo pluridimensionale, il cui potere risiede nello sperimentare il sesso nelle sue sfaccettature con un sapore diverso da quello reale. Ormai il passaggio dal sesso davanti ad una webcam a “esperienze immersive” è consolidato. L’uso dei social network  e siti sviluppati ad hoc per il sesso, porta ad una condivisione facile di testi sessuali, immagini o video porno di supporto, che invogliano ad una dipendenza da parte di uomini e donne del sesso in rete. È sufficiente una chat privata su facebook per aprire un mondo sconosciuto nel quale ci si presenta ad altri in vesti diverse. Ricevere una immagine hot o richiederla, è diventato un comportamento comune che corrisponde a normalità; si tratta di un nuovo modo di avvicinarsi ad uno sconosciuto, sviluppando un atteggiamento trasgressivo diverso da quello che solitamente si ha nella realtà. Un nuovo Sé, che non teme le sanzioni e giudizi sociali perché appunto virtuale, in cui scopo è il gioco erotico finalizzato per molti, non solo alla “esperienza immersiva sessuale on line” ma anche al “rimorchio” come attività ultima dell’incontro fisico. Solitamente gli individui che prediligono l’esperienza sessuale on line toccando la dipendenza, vogliono evadere dalla realtà e monotonia sperimentando emozioni virtuali eccitanti ed immediate. La costruzione di una nuova identità on line facilita gli incontri, poiché vengono abbattute e filtrate le barriere del giudizio da parte degli altri, i quali sono solo degli sconosciuti. In questo contesto la timidezza e la chiusura sociale ad esempio, non vengono percepite e messe al vaglio da una società dura e complessa. La difficoltà ad instaurare relazioni sociali reali non è solo un sintomo del “dipendente del cybersex”, ma viene inteso come un vero e proprio problema psicosociale in cui l’avvento delle nuove tecnologie che promuovono la fruizione di internet, orienta l’individuo sempre più all’isolamento sociale e alla minore condivisione di esperienze reali. Su Internet non ci si sente giudicati, si abbattono le barriere della morale e della vergogna a causa della impersonalizzazione delle emozioni e sentimenti. In un mondo in cui il sesso è alla portata di tutti dal momento che tutto è facilmente accessibile, preme ricordare che i dati stimati dei “dipendenti dal sesso on line” in Italia, divengono sempre più alti: il 76% della popolazione è rappresentato dagli uomini i quali trascorrono dalle 11 alle 35 ore a settimana dinanzi ad un monitor, connettendosi in rete anche durante le ore lavorative. Annullare le relazioni interpersonali, con ripercussioni negative in ambito sociale e lavorativo diviene in casi come questo la scelta diretta o indiretta di molti individui “malati di cybersex”, il cui risvolto della medaglia è sempre e comunque mettere a duro rischio gli equilibri sociali e familiari, compromettendo anche il proprio stato di salute psicofisica.

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