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Il fenomeno psicosociale degli italiani all’estero che dicono “no” all’espatrio di altri italiani. Gli atteggiamenti comuni di chi ha realizzato il sogno in un altro Paese: scoraggiare o truffare

italiani all’estero

Le mete ambite dagli italiani in cerca di lavoro sono la Gran Bretagna , la Germania e anche le Gran Canarie. Il sogno che si realizza, avercela fatta in un Paese estero diverso dall’Italia, accomuna molte persone. Gli italiani volti all’espatrio sono numerosi, ma spesso non vengono accolti nel giusto modo dagli stessi connazionali. L’atteggiamento ricorrente dell’italiano medio che risiede all’estero già da tempo, si esprime in due modi: il decantatore del posto e il demotivatore seriale. Il primo può rivelarsi l’amico che non avresti mai pensato, capace di “decantare” la zona in cui si è trasferito, con l’obiettivo di convincere altre persone a recarsi in quel posto, al fine di “aiutarle” a trovare una casa e lucrare sulle pratiche burocratiche, trasloco e altro, all’insegna della truffa. Il secondo atteggiamento è anch’esso molto diffuso, ovvero demotivare in modo sistematico chi come loro, sogna e spera di trovare lavoro fuori dall’Italia.Solitamente la demotivazione viene attuata, screditando la zona in cui si risiede, specificando che “trovare lavoro all’estero non conviene”, perché anche nelle altre Nazioni il “carovita” è alto. Incredibilmente poi subentra la fase di rifiuto, all’espatrio di altri connazionali, in quanto anche all’estero il lavoro non c’è o scarseggia, e gli svantaggi quindi, sono enormi. Inoltre, questi sono soliti evidenziare che a causa dell’atteggiamento di “alcuni italiani” la gente del posto comincia a diffidare dei vari connazionali, quindi il risvolto della medaglia è alzare il prezzo degli affitti e della vendita delle case incoraggiando il “rimpatrio”. Numerosi blog informativi, oltre a sottolineare i vantaggi di vivere all’estero, spesso mettono in luce questo “cattivo comportamento degli italiani già residenti in altre Nazioni”; una parte a caccia di clienti da truffare, l’altra, pronta a scoraggiare, per evitare l’affluenza dei connazionali. Tale modo di relazionarsi con le realtà “reputate ormai distanti”, poiché in molti, sono riusciti ad insediarsi e a cambiare vita andando via dall’Italia, fa riflettere sul tentativo costante di boicottare un processo socio-economico in via di sviluppo fuori dal paese. La demotivazione seriale così come la truffa di alcuni connazionali, dimostra insicurezza, paura, trasposta su un fenomeno migratorio che non è possibile controllare e che mostrerebbe evidentemente agli occhi del mondo, ed anche ai loro che altri italiani ce l’hanno fatta. Diffidare dei connazionali e raggirarli, non è il solo modus operandi che spesso ci contraddistingue come popolo, ma è soprattutto l’incredulità di pensare che altre persone possano avere delle chance e possano riuscire nel proprio cammino, sovrastimando se stessi. All’estero come in Italia, il percorso riguardante la ricerca del lavoro o la creazione di un lavoro, è allo stesso modo difficile. Ciò di cui si necessita, è  di un progetto lavorativo funzionale nel presente e nel futuro. Rischiare non è un lusso, ma è la prerogativa per giungere al cambiamento. In modo particolare, dal momento in cui  il cambiamento non dovesse portare al successo, è necessario concepirlo come una esperienza positiva che ha arricchito le persone. La chiave di svolta nella cultura italiana si troverà quando,  il fallimento in una impresa, non verrà più contemplato come distruttivo o vergognoso, ma come un percorso di insegnamento, capace di istruirci in determinate circostanze e renderci più forti e ponderati, nella scelta di alcuni piani d’azione che riguardano il lavoro e la sfera personale.

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Matrimonio a prima vista o svista? Affidare la propria vita matrimoniale ad un team di esperti capaci di scegliere al tuo posto il futuro partner

matrimonio a prima vista

Le famiglie del futuro: il prodotto di un team di esperti. Non siamo più in grado di scegliere il partner della nostra vita?

In voga da qualche anno l’esperimento sociale da prima effettuato negli Stati Uniti, poi nel Nord Europa fino a giungere in Italia, in cui un team di esperti, quali uno psicologo, sociologo e sessuologo attraverso l’incrocio di variabili derivanti dalla somministrazione di alcuni test cercano di “accoppiare” degli individui, i quali si conosceranno per la prima volta il giorno del loro matrimonio. Sono molte le persone volutesi sottoporre all’esperimento e che hanno accettato tale compromesso: matrimonio a prima vista. Questi individui mai incontratisi, se non per la prima volta sull’altare, decidono d’istinto, per un “si” o per un “no”. Naturalmente ciò che orienta in primo luogo, i novelli sposi nelle categoria “piace” o “non piace” è l’aspetto fisico, mentre tutto ciò che riguarda il carattere e la persona in generale, si scopre solo successivamente. Eppure nell’esperimento molti temerari, pur dinanzi ad una persona non piacevole esteticamente, hanno voluto mettersi in gioco e non distruggere tutto dal principio, con il temuto “non lo voglio”. Questo a dimostrazione del fatto che si può andare oltre le apparenze e tentare di capire effettivamente come sono le persone e se c’è compatibilità caratteriale. In Italia le tre coppie scelte dal team di esperti, non hanno portato a termine il matrimonio dichiarando il divorzio. Tuttavia terminata la luna di miele ed un primo periodo di pseudo convivenza, in cui questi hanno sperimentato insieme le difficoltà quotidiane, si è notato che le donne siano state le uniche a volersi assumere fattivamente la responsabilità del matrimonio, a differenza degli uomini che hanno dichiarato di non voler continuare. Ciò fa pensare che per alcuni di questi uomini, l’esperienza vissuta sia stata una svista, un modo per capire in cosa consiste il matrimonio seppur con una sconosciuta e quanta responsabilità ci si deve assumere negli impegni di tutti i giorni. Le visioni futuristiche di un mondo sempre più diversificato, fanno pensare a quanto le relazioni sociali si stiano svuotando a livello di sentimenti, al punto tale da potersi “affidare” ad un team di esperti capaci di scegliere al nostro posto. “Scegliere” comporta una serie di riflessioni psicologiche e comportamenti che non sono solo il sinonimo di responsabilità individuale e familiare ma l’affermata volontà nel voler condividere la vita, insieme alla persona amata. Il punto è che ormai si teme di non riuscire in questo percorso, perché l’amore è qualcosa di serio. Affidare le “sorti di un matrimonio” a dei professionisti in un certo qual senso, deresponsabilizza e predispone in caso di esito negativo, nel non nutrire elevati sensi di colpa e sentimenti negativi legati alla coppia, proprio perché la scelta del partner, non proviene da se stessi. La de-individuazione, la paura di fallire in una società che tenta di organizzarsi nel caos, la distanza sociale e l’inasprimento dei sentimenti sono caratteristiche che fanno dell’uomo futuro un essere incapace di nutrire relazioni empatiche, perché la freddezza interiore regna sovrana anche nella scelta di valori come “saper amare e avere il coraggio di scegliere la persona giusta al proprio fianco”. Per molti individui, il matrimonio non rappresenta il coronamento di una vita insieme, in quanto non si crede nell’aspetto rituale e le variabili contestuali e di personalità che possono inficiare su una relazione stabile sono tante, allo stesso modo si nota che la superficialità nell’allacciare relazioni e divincolarsi da esse, rende insicuri. Tale atteggiamento, è presente oltremodo anche nella convivenza, a dimostrazione del fatto che l’essere altalenanti nei sentimenti è caratteriale e sicuramente ciò viene rafforzato dal contesto di riferimento in cui ci si relaziona. Ciò che più fa paura e quindi si teme, fa riferimento ad un contesto in cui tale esperimento sociale diventi realtà, vale a dire, che la famiglia del futuro rappresentata cioè dall’unione di due individui, diventi il prodotto o il frutto di un team di esperti ai quali è affidata la decisione più importante: l’incontro e la scelta di un amore.

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Viviamo in un mondo di manipolatori: quali sono i segnali che contraddistinguono un persona manipolatrice?

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Perché si viene soggiogati da alcune persone? Possiamo uscire da questa trappola

La maggior parte delle nostre decisioni dipende dagli altri. E’ vero ognuno è “faber fortunae suae” vale a dire, artefice del proprio destino, ma se sul proprio cammino si dovessero incontrare persone dalle quali scaturissero le nostre posizioni e scelte, allora la componente fortuna o destino comincia ad assumere una valenza differente. Possiamo impegnarci, affinché la situazione cambi, reinventarci, cambiare strategia, tuttavia dinanzi a noi, dovrà sempre esserci qualcuno in grado di supportarci. Può palesarsi anche una situazione in cui pur volendo costruire il nostro destino, veniamo affiancati da persone che scopriamo solo con il tempo, essere machiavelliche e manipolatrici. Queste sono le persone che ci sostengono in principio, che ci ascoltano per comprendere la nostra personalità, i punti di criticità e i punti di debolezza per poi sviluppare delle strategie volte a soggiogarci nella sfera lavorativa, oppure nella sfera personale. Si è parlato e si parlerà sempre dei manipolatori come persone intelligenti, audaci, furbe ma quali sono i segnali che li contraddistinguono rispetto agli altri individui?

Il manipolatore è un individuo autocentrato a tratti narcisista, ma soprattutto con atteggiamento ambivalente. Questo vuol dire che il manipolatore può dare amore e odio con la stessa attenzione e con lo stesso valore a tutti. Da un lato può apparire come una persona forte, desiderabile, capace di comprendere chi lo circonda; dall’altra parte, può mostrarsi presumibilmente debole strumentalizzando la propria posizione di bisogno e necessità, ottenendo ciò che vuole. Esistono relazioni più o meno intricate in cui è difficile riconoscere queste tipologie di comportamento perché le azioni del manipolatore sono molto subdole e studiate con cura. Un aspetto interessante che lo contraddistingue è l’incapacità nell’essere empatico, ovvero di guardare la realtà con gli occhi dell’altro, di immedesimarsi in alcune situazioni al punto tale da provare delle emozioni condivise. Questi non è in grado di entrare in una relazione, ma si preoccupa solo di se stesso, tanto che l’altro è percepito come strumento per soddisfare i propri bisogni. È capace di far sentire amata, importante la vittima e subito dopo, demolirla psicologicamente, disprezzandola, allontanandola, facendola cadere nel vuoto. Tale incapacità di gestire le relazioni se non per il raggiungimento dei propri scopi è tipica del manipolatore. Solitamente questi viene attratto da persone bisognose, che stanno vivendo un momento particolare o difficile della propria vita, in difficoltà ed emotivamente suscettibili. I manipolati hanno la caratteristica di essere persone fiduciose, aperte all’altro o perlomeno orientate verso una relazione di supporto. Spesso si è soggiogati da questa tipologia di persone proprio perché necessitiamo di sostegno, di affetto, di comprensione. Non accorgendoci purtroppo della strumentalizzazione indotta, anche alcune briciole d’affetto risultano essere importanti rispetto ai malesseri, difficoltà e sofferenze che si subiscono. La distruzione, squalificazione della persona può compromettere l’autostima delle vittima a punto tale da non comprendere più che cosa è giusto da cosa non lo è per se stesso.

Come fare per uscire dalla trappola delle relazioni manipolatorie? Il manipolato in situazioni come queste necessita di rafforzare la propria autostima ponendosi degli obiettivi giornalieri che si distacchino dal manipolatore, proprio per comprendere l’inefficacia del legame. Saper riconoscere una persona manipolatrice significa pensare obiettivamente a se stessi come una persona e non uno strumento, verificare tutti gli svantaggi insorti durante tale legame e mettere dei paletti, farsi rispettare. La violenza psicologica si presenta quando il manipolato lo permette e si rende debole agli occhi del manipolatore. Quest’ultimo a sua volta dovrà mettersi in gioco e comprendere il distacco emotivo e psicologico che lo caratterizzano al fine di percepire l’altro come una persona con delle emozioni e sentimenti propri e non come uno specchio, un riflesso o strumento destinato alla soddisfazione e raggiungimento dei propri scopi.

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Il poliamore anche in Italia. Relazioni d’amore che si intrecciano con il consenso di tutti i partner

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La consapevolezza di condividere il proprio partner con altre persone si radica anche nel popolo italiano

Il poliamore è un fenomeno psicosociale nato negli Stati Uniti già da qualche decennio, che delinea la capacità degli individui di instaurare più relazioni contemporaneamente con il consenso di tutti i partner coinvolti. Basti pensare che nel 2009 le relazioni poliamorose erano più di cinquecentomila. Le caratteristiche che riguardano tali relazioni sono amore, onestà, sincerità. Questi cardini sono presenti in qualsiasi relazione d’amore monogama, la differenza sta nel fatto che quest’ultima è sorretta dalla volontà di legarsi ad una sola persona. In molti evidenziano, che professarsi poliamorosi significhi dare legittimità al tradimento; in realtà le persone poliamorose sono orientate alla “polifedeltà” ovvero, le relazioni d’amore e d’affetto sono ristrette ad una cerchia di persone. Tutti sono a conoscenza delle condivisioni sentimentali con i vari partner, i quali a loro volta potranno instaurarne altre. In Olanda, come in Brasile, ad esempio si celebrano le unioni civili tra più partner dal 2005, dando origine ai cosiddetti “matrimoni di gruppo” in cui tutti i membri di un gruppo sono “legati sentimentalmente e civilmente”. In Italia tale fenomeno sta prendendo forma, anche in assenza di unioni civili tra gruppi di persone e in presenza della Chiesa Cattolica. Si evidenzia con il tempo uno scenario in cui vi è una destrutturazione della famiglia tradizionale a favore della pluralità dei rapporti sessuali e sentimentali. Tutte le società occidentali si muovono verso il “poliamore” e l’Italia non è da meno, poiché l’evoluzione dei costumi e della cultura hanno dato origine ad un cambiamento di una società considerata “liquida” o veloce. Il diritto alla felicità ha cambiato orizzonte, in quanto fino a poco tempo fa era concepito come la condivisione dei valori della vita accanto ad una persona amata; attualmente, tale concetto è espresso da un trend sociale per cui “la vita è il succedersi di autentiche relazioni d’amore”, ovvero, una pluralità degli stili di vita già esistenti. In Italia come in molti stati del mondo, manca la formalizzazione di tale atto, al fine di non cadere nella ipocrisia esasperata. Una parte della monogamia viene sistematicamente distrutta dall’ombra del tradimento, da relazioni tortuose e fallimentari, all’interno delle quali non si ha il coraggio di affrontare la realtà, caratterizzata dal distacco sentimentale, per rifugiarsi illecitamente nel rapporto con un’altra persona. Spesso ci si chiede se il poliamore è una caratteristica di personalità o piuttosto della relazione e se cambia da una relazione all’altra. Attualmente si può sostenere che il poliamore è il frutto di una irruenta trasformazione culturale della società anche italiana, fatta di individui orientati all’ottenimento di bisogni futuristici, realizzabili in una società diversificata, plurale ed omogenea.

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Una vita senza figli. Si può raggiungere la stabilità e serenità di coppia pur non avendo figli?

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Le storie di coppie che raggiungono la felicità nonostante non ci sia stata la nascita dei figli

Sono sempre più in incremento le coppie che in Italia risultano essere prive di figli. Tale situazione raggruppa una variabile di fattori che riguardano scelte personali legate ad assenti o basse opportunità di lavoro, sino a motivi di salute relativi l’impossibilità di poter concepire un figlio. Tali famiglie affrontano allo stesso modo il ménage quotidiano, ma soprattutto spesso ci si chiede se condividano o abbiano raggiunto la serenità. La famiglia costituita da uomo, donna e prole è solo un cliché superato. Le statistiche Istat di novembre del 2015 evidenziano un dato importante: “il numero medio di figli per donna calcolato per generazione continua a decrescere nel nostro Paese senza soluzione di continuità”. Basti pensare che “Il modello di fecondità si è andato sempre più caratterizzando per una quota importante di donne senza figli (più di una su quattro nel Nord e poco più di una su cinque al Centro per la generazione nata nel 1970) e per una elevata frequenza di donne con un solo figlio (quasi il 30% al Nord e il 24% al Centro). Tali dati sono stati estratti per opportunità nel territorio, per propensione alla fecondità e per età legata alla diversa cadenza del comportamento riproduttivo. Questo a dimostrazione del fatto che, pur essendo il territorio in cui si risieda a sostegno dell’economia familiare, non è detto che vi sia un incremento delle nascite, in quanto, tale fattore è legato spesso alla posticipazione dell’età da parte della donna nella scelta di un figlio e a variabili di fecondità. La sofferenza, depressione e i sentimenti di inutilità che si provano nel non poter essere genitori, riporta in alcuni casi a comportamenti paranoidi e ossessivi in cui è indispensabile il sostegno psicologico. E’ un percorso per molti versi complicato soprattutto quando la variabile dell’incertezza economica viene di lungo sostituita con i problemi di fecondità. Solitamente le coppie che desiderano un figlio si sottopongono volontariamente alle tecniche di fecondazione. In questi casi non è detto che il risultato venga raggiunto; i risvolti psicologici sono innumerevoli, infatti si passa dalla speranza, l’illusione di avere un bambino, all’impossibilità di metterlo al mondo nonostante l’intervento della scienza. Il percorso di equilibrio nella coppia diventa lungo e prezioso, poiché, il lavoro che si deve compiere su se stessi riguarda due obiettivi: accettare consapevolmente che la coppia possa esistere anche senza la nascita e la presenza di un bambino; oppure dirigersi verso altre strade, quali l’adozione. Nel primo caso viene messa a dura prova la coppia in quelli che sono definiti i valori e i cardini che la sostengono, ad esempio: la sincerità, la stima, il rispetto, l’amore l’uno per l’altra. E’ fondamentale che il lavoro di coppia rafforzi queste componenti per non creare distacco, disperazione, solitudine, rabbia e risentimento. Il percorso quindi, che si intraprende, oltre ad essere destinato ad un lavoro di equilibrio interiore è rivolto alla famiglia, costituita dai due unici membri. È necessario essere orientati l’uno verso l’altra, essere empatici ed accogliere le paure che devastano il rapporto, per superarle insieme. La serenità e la felicità della coppia da tale punto di vista è prodotta da un cammino lungo e riflessivo, in cui ci si mette alla prova, si ammettono gli errori commessi e si passa oltre, con positività, contemplando delle strade che possano in ogni modo rafforzare il legame creato indipendentemente dalla presenza o assenza di un figlio. Il secondo caso è allo stesso modo importante e complesso in quanto, vi è una preparazione psicologica e burocratica dei futuri genitori ad accogliere all’interno della loro famiglia un bambino, che ha di per se una storia. Lo stress in questi casi è costante ed assiduo; infatti, non è detto che l’affidamento possa essere accettato dal sistema. L’autocontrollo, il riconoscimento e la gestione delle emozioni, rappresenta per entrambi i casi la chiave di svolta di un cammino familiare intricato e lungo, all’interno del quale con costanza e determinazione si può vedere riaffiorare il sole, dopo molte tempeste.

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Parenti serpenti: quando le relazioni affettive fanno male

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Evitare o affrontare il confronto? L’arma a doppio taglio delle relazioni parentali

Non è un luogo comune quello di imbattersi in situazioni di criticità con un parente. Le dispute familiari sono la faida delle cattive relazioni che spesso non ci scegliamo, ma che siamo obbligati a gestire perché si tratta di nostri parenti. Litigare,mentire, arrabbiarsi, allontanarsi sono le reazioni verso un contesto parentale spesso complicato in cui la maggior parte delle volte non si vuole trovare una soluzione. Porre la propria persona dinanzi a tutto e a discapito dell’altro in una relazione affettiva, diventa l’unico modo per far comprendere in forma egoistica, il disinteresse verso ciò che ci circonda. In realtà proprio quest’ultimo atteggiamento non permette la costruzione di una comunicazione efficace, di un confronto costruttivo, quindi spesso ci si lascia trasportare dell’istinto, dalla rabbia, dall’odio, dal rancore e l’allontanamento verso il parente diviene l’unica via d’uscita. Le relazioni parentali allora, quando sono“nocive” per l’individuo e in che modo potrebbero essere affrontate? Sono varie le motivazioni che portano a relazioni nocive; tra le più importanti ricordiamo i contesti in cui si vivono malattie, ancora situazioni di contese patrimoniali, fino alle scaramucce per gelosie, in cui gli attori si stuzzicano vicendevolmente per mostrare chi è il più forte o il più ricco. Parenti serpenti” diventa una frase distruggente rapportata alla realtà che accomuna molte famiglie; è l’emblema subdolo delle dipendenze affettive verso gli altri. Il benessere dell’uomo dipende dalla qualità e quantità d’amore che si da e che si riceve, ciò significa che viviamo di relazioni, non possiamo farne a meno proprio perché attraverso esse ci connotiamo nella società. Quando attraversiamo un periodo critico, siamo maggiormente “bisognosi d’amore”, ovvero, vogliamo colmare il vuoto che sentiamo dentro. Pertanto suscettibili a livello emozionale ed incapaci di generare amore autonomamente, diveniamo “dipendenti d’amore” e allo stesso tempo assoggettati agli altri. Lo stato psicofisico dell’individuo migliora o peggiora proporzionalmente alla qualità e quantità di relazioni di attaccamento che si sono costruite. Le relazioni di attaccamento riguardano anche i legami instaurati con i parenti. Nelle situazioni complesse di malattie ad esempio, l’atteggiamento sistematico è l’allontanamento verso l’ammalato e la famiglia che lo sostiene. La malattia spesso non viene o non vuole essere compresa. Si reputa che non si riesca a gestire il peso e l’abbattimento psicologico che essa comporta. L’abbandono generalmente è il modo più comune per divincolarsi dalle relazioni parentali critiche. Paradossalmente è proprio in tali momenti di grandi difficoltà, che si ha bisogno di essere supportati anche solo moralmente; allora pur di accontentarci di qualche goccia di affetto, facciamo di quell’amore una forma di bene “usa e getta” diventando ciechi alla violenza subita. Psicologicamente scegliamo così di ottenere, una relazione nociva pur di ricevere attenzioni e piccole spremute di affetto. Tali relazioni affettive fanno molto male e diventano un’arma a doppio taglio in quanto, venendo meno la lucidità e il raziocinio ci si accontenta di relazioni parentali opportunistiche e momentanee. La controparte è rappresentata da individui che spesso si reputano “parenti”, ma che nella realtà dei fatti manifestano una forma di bene distorto ed espressa egoisticamente, nelle condizioni di miglior comodo ed interesse. Nei casi in cui le relazioni parentali diventino un modo come un altro per avvicinarsi agli altri cercando aiuto e sostegno, è fondamentale comprendere in che modalità tali relazioni siano percepite e valutate qualitativamente, al fine di non diventare una “preda” di dipendenza affettiva a danno di noi stessi. Amare l’altro nelle sue sfaccettature e problematiche è una vera e propria assunzione di responsabilità, che non può essere considerata nelle relazioni parentali, come un obbligo o dovere temporaneo, il cui obiettivo è la strumentalizzazione spesso della persona che ne ha bisogno.Diventa difficile in situazioni familiari in combutta, che gli individui siano disposti a mettersi in gioco e a far trasparire la propria umanità e volontà verso un amore incondizionato. Il confronto pertanto, se fallimentare è necessario effettuarlo con se stessi, unici artefici del destino a cui si va incontro. Siamo e saremo capaci di generare amore verso gli altri e verso noi stessi, perché volersi bene significa avere la consapevolezza ed il coraggio di non accontentarsi di relazioni parentali nocive.

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Non riesco a sopportare i miei colleghi litigiosi. Come gestire questi conflitti?

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Gestire le relazioni astiose è il più grande lavoro che si possa compiere su se stessi 

Le arruffate in ufficio, fatte di piccoli o grandi battibecchi sono esperienze che spesso ci troviamo a vivere e a gestire in modo diretto o indiretto. Essere i protagonisti di un litigio naturalmente non è cosa buona e giusta, ma purtroppo caduti nella trappola del collega competitivo, rancoroso, nervoso e arcigno dobbiamo fronteggiarlo.

Spesso ci chiediamo se a maleducazione sia giusto rispondere con maleducazione, ovvero, se dopo mille provocazioni valga la pena rispondere, oppure cadere nel silenzio per non alimentare le incomprensioni. Magari poi ci si rende conto che tutto ciò che di sorprendente c’è, permane liberamente all’interno di un clima d’ufficio, in cui oltre a non esserci una comunicazione efficace vi è anche un totale lassismo dei comportamenti più avulsi. Effettivamente il clima lavorativo è fondamentale per comprendere la struttura del gruppo di lavoro e la qualità dei rapporti. Nei casi in cui, molti comportamenti di disfunzionalità lavorativa e di gruppo siano tollerati e vengano addirittura esplicitati, un grave problema si cela nelle relazioni lavorative e soprattutto nella gestione di esse.La maggior parte delle persone che lavorano in un’azienda condividono o subiscono almeno in parte esperienze lavorative discriminatorie, di mobbing, di prevaricazione e la meritocrazia sappiamo che ha un posto sempre minore in queste realtà. Dal momento che tutto ciò, rientra a far parte di un assunto tacito condiviso anche ad alti livelli, quello che necessariamente bisogna fare, è comprendere in primo luogo il ruolo che si ricopre in azienda. Solitamente in azienda si ricoprono più ruoli,ad esempio con i clienti ci si rapporta diversamente che con il proprio capo. Sapere come ci si “relaziona in contesti diversi” è un traguardo fondamentale che permette di scindere realtà lavorative e sociali altrettanto differenti, in cui fine è allenare la propria capacità di autocontrollo. Tale consapevolezza così ci dirige verso stili comunicativi differenti da far collimare alla propria personalità; saper modificare lo stile comunicativo a seconda del contesto in cui ci si relazione e alla propria personalità, consente di fronteggiare in modo bilanciato i conflitti e le situazioni di stress lavorativoL’arma vincente della comunicazione risiede in quegli aspetti reputati efficaci ed efficienti quali il saper ascoltare, riformulare in modo diverso frasi conflittuali, negoziare, tollerare, atteggiamenti questi che non si riescono ad attuare subito e in modo semplicistico. L’arte della comunicazione espressa in questi termini necessita di tempo, di dedizione, di cambiamento interiore, perché rapportarsi agli altri in modo adeguato soprattutto in ambito aziendale è il lavoro più difficile che si possa compiere; basti pensare che l’impatto psicologico è direttamente collegato al nostro benessere psicofisico. Mettersi in gioco per migliorare, nonostante le avversità lavorative e i nostri punti di criticità è l’unica grande vittoria di una mente intelligente e positiva.

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Innamorarsi di una donna seducente e madre: storia di un amore possibile?

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Quando l’uomo più giovane subisce il fascino di mamme attraenti ed adulte

L’amore è definito decisamente libero e audace. Per certi versi siamo ancora in lotta nel superare stereotipi quali l’innamoramento tra due persone con evidente differenza di età. Lui troppo anziano e lei giovanissima, oppure lui giovane e lei molto più grande, insomma quando l’amore non è coetaneo ci incuriosisce. Ancor di più interessante è notare che esista un fenomeno psicosociale, studiato negli Stati Uniti già durante gli anni novanta, il cui obiettivo era capire cosa spingesse un uomo e una donna a diventare una coppia di fatto, in circostanze in cui lei era una donna solitamente madre, avvenente di mezza età e lui un semplice ragazzo più giovane, generalmente di venticinque o trent’anni. Questo fenomeno in crescita ed ancora attualissimo, ha gettato le basi solide nella comprensione di un rapporto che effettivamente può esistere. Dal principio l’uomo è attratto da tali tipologie di donne, perché le considera ancora sessualmente attraenti. Ciò che emerge è immediatamente l’aspetto primordiale della sessualità, fondamentale per la scelta e la categorizzazione del partner. Solo successivamente subentrano fattori legati ai bisogni e fantasie personali. Per quale motivo i giovani scelgono questa parner? I giovani scelgono tali donne, solitamente per superare le indecisioni giovanili, le proprie insicurezze e comprendere l’ incapacità di esprimere desideri,  evitando confronti banali; vale a dire, che  quello su cui puntano è la conteplazione di una ipotetica progettualità di vita. La donna matura è reputata dai giovani, in maggiore sintonia con il proprio corpo e con i desideri della propria vita, in quanto, capace di insegnare molto sia sessualmente che socialmente.  A sua volta la donna attraente in veste di madre, predilige un uomo più giovane perché è bagaglio di esperienza più leggero, sinonimo di spontaneità, liberà, gioiosità, divertimento, a lungo andare espedienti questi accantonati. Ad esempio la fase di corteggiamento e di romanticismo è più pregnante rispetto ad una coppia di coetanei o con un uomo più adulto, in cui rimettersi in gioco diventa più difficile. Altre possono essere le ragioni che spingono tali donne alla ricerca di un partner più giovane, quali,la volontà di esprimere la propria capacità di accudimento e protezione, soprattutto  se si è reduci di matrimoni e relazioni fallite. Ancora se si vogliono rimandare scelte di vita importanti, quali la convivenza, matrimonio e maternità.  Per cui questa storia d’amore è possibile? Gli scenari appena descritti si compensano perfettamente perché assolvono gli uni le esigenze degli altri. Fino a quando tali esigenze vengono soddisfatte reciprocamente la relazione può funzionare. In situazioni come queste, ovvero in presenza di  molta differenza di età, è necessario ponderare bene i fattori esterni al rapporto che possono influenzare la relazione, quali, l’instabilità economica e l’incapacità di assumere un ruolo genitoriale, ricoprendo le vesti di padre. Dal punto di vista psicologico gestire tali dinamiche, probabilmente è complicato ma non impossibile. Come in tutte le relazioni è fondamentale capire quali sono le aspettative presenti e future per entrambi ed in modo particolare con un partner giovane, è essenziale valutare l’esistenza di una progettualità futura con basi solide, che dia cioè la possibilità di costruire un rapporto funzionale, fatto di certezze affettive e sociali. Basti pensare che costruire una rete di amicizie comuni è rilevante per coltivare una rete di rapporti a sostegno per entrambi; così come è indispensabile lasciare gli spazi di libertà  al partner più giovane, poiché sono sinonimo di fiducia ed equilibrata gelosia nella relazione. Tutte queste componenti aiutano ad instaurare un rapporto sereno e bilanciato in cui entrambi i partner pur con differenza di età, possano rispettarsi vicendevolmente e creare un percorso funzionale nel tempo.

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