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Il terrore di affrontare un colloquio di lavoro: Le 10 regole d’oro per il colloquio lavorativo

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Le 10 regole da seguire per affrontare un colloquio di lavoro

Affrontare un colloquio di lavoro diventa sempre più stressante soprattutto quando si spera di poterlo superare. Avanti allora con i manuali più importanti di psicologia, per comprendere al meglio, come condurre un colloquio, ed evitare di essere scartati dall’azienda in cui si intende lavorare. Sono semplicemente 10 le regole da seguire ed applicare al fine di avere un esito positivo al colloquio:

  1. Essere sicuri del nome del selezionatore, dell’ora e del luogo in cui verrà effettuato il colloquio. Cosa buona e giusta è proprio quella di recarsi nel luogo prefissato in anticipo per non imbattersi in prime dèfaillance.
  2. Presentarsi con un look coerente al tipo di professione richiesta. Questo oltre a dimostrare di essere una persona ordinata, fa comprendere di aver percepito “l’atteggiamento” del luogo in cui si intende lavorare. Naturalmente se si volesse cercar lavoro in un’azienda contabile, diventerebbe complicato mostrare di aver compreso dove ci si trova, nel caso in cui il candidato si presenti in pantaloncini e ciabatte;
  3. Arrivare al colloquio con il massimo di informazioni sull’azienda. Ottenere informazioni relative all’azienda permette di partire con un grande vantaggio: conoscere in anticipo la mission e la vision dell’organizzazione di cui si vuol rientrare a far parte. Questo significa che le risposte durante il colloquio potranno essere contestualizzate al fine di dimostrare il reale interesse a voler essere assunti;
  1. Preparare una scaletta degli argomenti da affrontare nel colloquio, mediante un’analisi specifica delle proprie competenze, esperienze, e caratteristiche personali. L’unico modo per mostrarsi preparati è allenarsi alla conduzione del colloquio, mediante gli argomenti che riguardano la propria persona a livello lavorativo;
  2. Prepararsi a rispondere in anticipo alle eventuali domande poste dal selezionatore. Prevenire le tipiche domande che il selezionatore potrebbe fare durante il colloquio significa allenarsi a risposte efficaci per non passare inosservati ed avere margini di successo;
  3. Concentrarsi sull’interlocutore ponendosi in situazione di ascolto attivo. Il candidato deve essere molto attento alle domande e ai discorsi del selezionatore, perché comprendere il messaggio e il contenuto delle frasi, rappresenta già un traguardo per chi volesse superare il colloquio. Questa regola viene spesso sottovalutata in quanto, si tende ad anticipare le domande del selezionatore, con discorsi spesso lunghi e decentrati rispetto all’obiettivo del colloquio;
  1. Condurre il colloquio attivamente ponendo domande pertinenti per chiarire i propri dubbi. In caso di dubbi è lecito che il candidato possa effettuare le sue domande inerenti l’azienda, evitando contestualizzazioni con la propria vita privata. Ad esempio si può rischiare di essere esclusi dalla candidatura nel caso in cui si specifichi di avere delle precise necessità, ovvero, si vuole effettuare un lavoro part-time, mentre si sta concorrendo per una candidatura full- time;
  2. Controllare l’ansia e i messaggi non verbali cercando di dimostrare interesse e motivazione. L’autocontrollo in questa fase è indispensabile per incrementare l’interesse e l’attenzione verso gli aspetti più cruciali durante il colloquio. La fase emozionale deve poter essere dominata per non cadere in tranelli emotivi, che facciano escludere il candidato a priori;
  3. Recepire l’esaminatore come una persona non come un giudice. Sentirsi in una condizione di supponenza non può facilitare il compito del candidato nel condurre un buon colloquio. Il selezionatore non è un giudice ma una persona con i propri dubbi e incertezze;
  4. L’esaminatore deve essere concepito come un “potenziale” cliente al quale dimostrare lealtà, per ottenere fiducia. Questo cambio di rotta di idee, permette di affrontare il colloquio in modo mirato, perché il candidato è orientato a sponsorizzare se stesso, le proprie competenze e professionalità al fine di ottenere successo.
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Lo stress lavorativo di terzo livello: il Burnout

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Quando il lavoro è un campo minato che innesca ansie, frustrazioni e suicidio

Le risposte mentale e fisica allo stress lavorativo possono essere infinite, ma la situazione diventa incontrollabile quando agli enormi carichi di lavoro e al cattivo clima lavorativo si associa il totale distacco emotivo e la depersonalizzazione e demotivazione verso il compito svolto. Tale approccio negativo al lavoro è in netto incremento soprattutto in situazioni di precarietà, come è stato dimostrato in una studio condotto da Elena Pirati sulla rivista Social Science &Medicine con conseguenze enormi sia a livello psicologico sia fisico. Questo significa che la sindrome da burnout non riguarda solo gli stressors legati ad un lavoro che non piace o ad un rapporto conflittuale con il proprio capo, ma concerne la stanchezza mentale nel non riuscire più a gestire conflitti di natura etica, morale.

Come riconoscere la sindrome da Burnout?

  1. Presenza di apatia. Recarsi al lavoro senza alcuna motivazione personale è uno dei campanelli d’allarme di tale sindrome. Non si è più energici e ottimisti nel lavoro, l’indifferenza al compito e ruolo svolto possono allontanare il dipendente ad un impegno dato al cento per cento. Quello che si svolge ha perso completamente interesse, per cui si tende al raggiungimento degli obiettivi per dovere, pensando solo di dover uscire dal proprio posto di lavoro.
  2. L’incremento dell’ansia e della paura. Spesso lavorare in gruppo e assicurarsi che i carichi di lavoro siano costantemente smaltiti può generare ansia e attacchi di panico. Ciò succede nel momento in cui non vi è un vero incentivo lavorativo e ci si rende conto che il tempo trascorso in azienda è completamente perso. A ciò può aggiungersi la frustrazione di non essere valutati adeguatamente.
  3. L’emersione del cinismo. Si diventa duri e distaccati emotivamente all’interno del gruppo di lavoro al punto da non avere le energie e spazi mentali per gestire i conflitti generati con altri colleghi. La rabbia e l’aggressività emergono in questa fase seppellendo l’empatia e il confronto verbale.
  4. Il manifestarsi del risentimento, introversione ed isolamento. La frustrazione, l’apatia, il cinismo, portano inevitabilmente alla crescita del risentimento verso gli altri e verso l’azienda. Questa è la fase più complessa e delicata in quanto il dipendente se non aiutato, assume atteggiamenti di esclusione dal gruppo e di introversione ed isolamento che possono sfociare in depressione.

Le condizioni di lavoro estreme spesso sono il motore di avvio al burnout, basti pensare alle morti causate da questo fenomeno, sempre più frequenti in Giappone. Molte di queste morti hanno come comune denominatore l’arresto cardiaco, l’ ictus e nella maggior parte delle volte, avvengono per suicidi. In tali casi il burnout è reputato pericoloso e identificato di “terzo livello” perché induce i dipendenti alla morte. Il fenomeno del burnout non riguarda allora, solo l’uscita dal mondo del lavoro di lavoratori che si ammalano, che scelgono di togliersi la vita o di dimettersi per ricominciare una nuova vita. Con questo termine oggi si identifica anche quella grossa fetta di risorse reputate “invisibili” e che vivono giorno per giorno una situazione di rischio lavorativo che colpisce direttamente la salute psicofisica. Pur esistendo una campagna di prevenzione al burnout molte aziende, sottovalutano il fenomeno e le ingerenze ad esso collegate. La motivazione nel cambiare stile lavorativo e vita, deve emergere direttamente dal dipendente. Ricominciare puntando sulle proprie competenze può essere un grande inizio a tutela del proprio benessere.

 

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I vantaggi che ne derivano nell’effettuare un lavoro che ti piace

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Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai

Ai tempi d’oggi la frase che più rappresenta lo status lavorativo italiano è quella ridondante del “già tanto che ho un lavoro”. Ciò è significativo, poiché designa la difficoltà della popolazione nel trovare un lavoro. Bisogna emigrare, molte volte abbandonare i propri affetti, la cultura del luogo e tentare la fortuna altrove. In Italia o all’estero, poco importa. Il mercato richiede flessibilità lavorativa, capacità di adattamento, creatività, aggiornamenti costanti, disponibilità nel cambiare mansione facilmente; insomma una serie di elementi che possono solo a quanto pare “migliorare il bagaglio di competenze che si possiedono”. In parole povere, bisogna saper far tutto in questi tempi di crisi, al fine di essere collocati più facilmente. Eppure c’è chi nella fantasmagorica scena della “tuttologia” non vuole rientrare e si impone in questo business, reputando di voler scegliere un lavoro, una passione, perché se “scegli il lavoro che ami, non lavorerai mai”.

Quali sono i vantaggi che ne derivano nel fare un lavoro che piace?

  1. Essere capi di se stessi. Spesso non si è così fortunati da intraprendere una carriera lavorativa da dipendenti, ed effettuare un lavoro che piace. Generalmente colui il quale predilige la strada del “faccio il lavoro che mi piace” è un lavoratore autonomo che ha deciso di investire e rischiare nel mercato. È egli stesso il capo delle proprie attività, le decisioni prese sono a suo rischio e responsabilità. Si può pensare di essere affiancati da una serie di consiglieri e professionisti che supportino il progetto e che orientino verso il mercato del lavoro più adeguato.
  2. Mettere in pratica le proprie idee e creatività. Finalmente possono essere vagliate le idee più incredibili ed ambiziose. La creatività ha spazio e può essere sviluppata in vari modi, attraverso la messa appunto, di progetti fattibili nel mercato lavorativo e funzionali nel tempo.
  3. Essere padroni del proprio tempo. Fare il lavoro che ami, significa essere consapevoli del tempo dedicato al proprio progetto e decidere quanto investire non solo a livello economico ma di ore lavorative. Il tempo è una risorsa importante per chi intende effettuare un lavoro autonomo o un progetto funzionale che abbia dei riscontri positivi, non solo nel presente ma anche nel futuro.
  4. I benefici psicofisici. Non sentire il peso psicologico di un lavoro che si detesta è un vantaggio estremamente importante. Sono molte le persone che sono disposte ad adattarsi in ambito lavorativo, facendo anche più attività, a causa delle numerose problematiche socio-economiche. La frustrazione e lo stress che ne conseguono, impattano direttamente sulla salute psicofisica della persona. Ci si stente affaticati, deconcentrati, annoiati, stanchi, preoccupati. La mente percepisce gli stimoli ambientali negativi, e quello a cui si va incontro è una vera e propria “violenza psicologica”.

Non sentire il peso di un’attività lavorativa contrastante con le proprie idee, progetti, desideri è il vantaggio più importante legato al benessere psicologico della persona. E’ proprio dalla conduzione di lavori stressanti e frustranti che sorgono patologie e avversità nella sfera privata. Spesso non si è preparati a ciò che ne consegue per tanto con il tempo diventa sempre più complicato per l’individuo cambiare la propria condizione di vita lavorativa e imparare a volersi bene.

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Sono irritato e deconcentrato sul posto di lavoro: quali sono le cause?

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Gli aspetti psicosociali e strutturali che portano alla deconcentrazione lavorativa

Sveglia, colazione, ripresa mattutina e pronti per affrontare una nuova giornata. Non sempre si è dell’umore e delle energie giuste per recarsi sul posto di lavoro. Essere deconcentrati e irritati è un problema che attanaglia un alto numero di dipendenti. Alla base di tali reazioni psicologiche  vi sono cause differenti. Esistono degli elementi che portano il lavoratore ad una deconcentrazione sistematica, al cattivo umore e alla demotivazione lavorativa. Così facendo si possono identificare delle motivazioni reputate psicosociali ed altre puramente strutturali che sono a carico del dipendente ed in contemporanea dell’organizzazione. Per cause “psicosociali” si intendono le innumerevoli preoccupazioni della sfera privata, che spesso influenzano l’umore del dipendente; quest’ultimo infatti non riesce a canalizzarle o gestirle nel giusto modo, al punto da viverle anche sul posto di lavoro. Ricordiamo inoltre, le preoccupazioni derivanti dallo stesso clima lavorativo, dalle dinamiche di gruppo creatisi, e dal lavoro che si conduce. Tutto ciò incrementa lo stress, producendo deconcentrazione e irritabilità ad alti livelli. Riguardo alle cause strutturali invece, si specifica che in esse rientrano a far parte, gli aspetti ambientali che influenzano direttamente la produttività lavorativa e quindi la concentrazione e la soddisfazione sul lavoro. Ad esempio, durante gli anni settanta negli Stati Uniti, sono stati scelti e privilegiati per la conduzione lavorativa, ambienti di lavoro open space nei quali, le differenti aree di lavoro sono separate l’una dall’altra da scaffali e piante con l’esclusione di muri e porte. Tutto ciò ha inficiato notevolmente sulla concentrazione dei dipendenti, sulla produttività e sulla soddisfazione lavorativa. Pur riscontrando il vantaggio di creare uno spazio flessibile in cui si rielaborano gli spazi a seconda dei cambiamenti aziendali, in realtà a tale strutturazione è collegato proporzionalmente un incremento della percezione dello stress e delle distrazioni, di rumore e assenza di privacy. In Italia, a distanza quasi di cinquant’anni , gli ambienti “open space” sono stati valutati positivamente ed introdotti in varie organizzazioni. In ambienti di lavoro italiani in cui permane una struttura open space, si individua un accrescimento prolungato di demotivazione lavorativa e deconcentrazione; per giunta non si facilita la collaboratori tra lavoratori in termini produttivi. Abbattere tali cause strutturali permetterebbe di prevenire fenomeni organizzativi, quali insoddisfazione, demotivazione, irritabilità, deconcentrazione. Le cause psicosociali invece assumono un valore differente, poiché possono dipendere della sfera lavorativa o privata del dipendente. In entrambi i casi la campagna di prevenzione è associata alla consapevolezza da parte delle aziende di fronteggiare le problematiche organizzative corrispondenti al capitale umano, avvalendosi della presenza di uno psicologo delle organizzazioni a supporto dei lavoratori, in grado cioè di orientare verso un cambiamento e un nuovo percorso di vita lavorativa che tuteli il benessere psicofisico.

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Il fenomeno psicosociale degli italiani all’estero che dicono “no” all’espatrio di altri italiani. Gli atteggiamenti comuni di chi ha realizzato il sogno in un altro Paese: scoraggiare o truffare

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Le mete ambite dagli italiani in cerca di lavoro sono la Gran Bretagna , la Germania e anche le Gran Canarie. Il sogno che si realizza, avercela fatta in un Paese estero diverso dall’Italia, accomuna molte persone. Gli italiani volti all’espatrio sono numerosi, ma spesso non vengono accolti nel giusto modo dagli stessi connazionali. L’atteggiamento ricorrente dell’italiano medio che risiede all’estero già da tempo, si esprime in due modi: il decantatore del posto e il demotivatore seriale. Il primo può rivelarsi l’amico che non avresti mai pensato, capace di “decantare” la zona in cui si è trasferito, con l’obiettivo di convincere altre persone a recarsi in quel posto, al fine di “aiutarle” a trovare una casa e lucrare sulle pratiche burocratiche, trasloco e altro, all’insegna della truffa. Il secondo atteggiamento è anch’esso molto diffuso, ovvero demotivare in modo sistematico chi come loro, sogna e spera di trovare lavoro fuori dall’Italia.Solitamente la demotivazione viene attuata, screditando la zona in cui si risiede, specificando che “trovare lavoro all’estero non conviene”, perché anche nelle altre Nazioni il “carovita” è alto. Incredibilmente poi subentra la fase di rifiuto, all’espatrio di altri connazionali, in quanto anche all’estero il lavoro non c’è o scarseggia, e gli svantaggi quindi, sono enormi. Inoltre, questi sono soliti evidenziare che a causa dell’atteggiamento di “alcuni italiani” la gente del posto comincia a diffidare dei vari connazionali, quindi il risvolto della medaglia è alzare il prezzo degli affitti e della vendita delle case incoraggiando il “rimpatrio”. Numerosi blog informativi, oltre a sottolineare i vantaggi di vivere all’estero, spesso mettono in luce questo “cattivo comportamento degli italiani già residenti in altre Nazioni”; una parte a caccia di clienti da truffare, l’altra, pronta a scoraggiare, per evitare l’affluenza dei connazionali. Tale modo di relazionarsi con le realtà “reputate ormai distanti”, poiché in molti, sono riusciti ad insediarsi e a cambiare vita andando via dall’Italia, fa riflettere sul tentativo costante di boicottare un processo socio-economico in via di sviluppo fuori dal paese. La demotivazione seriale così come la truffa di alcuni connazionali, dimostra insicurezza, paura, trasposta su un fenomeno migratorio che non è possibile controllare e che mostrerebbe evidentemente agli occhi del mondo, ed anche ai loro che altri italiani ce l’hanno fatta. Diffidare dei connazionali e raggirarli, non è il solo modus operandi che spesso ci contraddistingue come popolo, ma è soprattutto l’incredulità di pensare che altre persone possano avere delle chance e possano riuscire nel proprio cammino, sovrastimando se stessi. All’estero come in Italia, il percorso riguardante la ricerca del lavoro o la creazione di un lavoro, è allo stesso modo difficile. Ciò di cui si necessita, è  di un progetto lavorativo funzionale nel presente e nel futuro. Rischiare non è un lusso, ma è la prerogativa per giungere al cambiamento. In modo particolare, dal momento in cui  il cambiamento non dovesse portare al successo, è necessario concepirlo come una esperienza positiva che ha arricchito le persone. La chiave di svolta nella cultura italiana si troverà quando,  il fallimento in una impresa, non verrà più contemplato come distruttivo o vergognoso, ma come un percorso di insegnamento, capace di istruirci in determinate circostanze e renderci più forti e ponderati, nella scelta di alcuni piani d’azione che riguardano il lavoro e la sfera personale.

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Il fenomeno dell’emigrazione italiana verso l’Europa, le necessità delle generazioni che cercano lavoro.

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Fuga di cervelli: cause e risvolti psicologici nel contesto italiano

L’Italia è una terra meravigliosa. Le bellezze che la rappresentano sono uniche al mondo proprio come gli italiani. In questi ultimi anni di crisi economica, gli italiani attualmente prediligono le esperienze culturali e lavorative verso l’Europa. Basti pensare che secondo i dati Istat di dicembre del 2014 l’aumento delle emigrazioni italiane nel 2013, corrisponde a 82 mila unità, di cui il 30% del totale degli individui è in possesso di laurea; le mete ambite sono il Regno Unito, la Germania, la Svizzera e la Francia. In modo particolare il Regno Unito è la meta preferita dei laureati in cerca di lavoro e di stabilità economica. Le stime Istat del 2015 riguardano invece oltre i 100 mila espatri. Le motivazioni che portano gli italiani all’espatrio, non sono da attribuire solo alla possibilità di ottenere un lavoro che soddisfi economicamente le proprie necessità, ma all’accettazione e valorizzazione del capitale umano. Questo significa che la fuga dei cervelli trova una spinta motivazionale che non è meramente economica, bensì è da ricercare nella soddisfazione lavorativa e nello sviluppo e crescita professionale. Lo sviluppo del capitale umano è un aspetto inestimabile per uno Stato, ed il fatto che gli italiani si sentano più apprezzati all’estero che nel loro stesso Paese di origine è molto grave. In modo particolare gli elementi che inducono ad un progetto estero futuro, sono racchiusi nella possibilità di valutare la nazione di accoglienza come tecnologicamente avanzata, al punto da supportare con i giusti strumenti il lavoro a cui si ambisce. Esempio di ciò, è il circuito di valorizzazione capitalista della Germania che pretende parallelamente allo sviluppo delle persone, lo sviluppo tecnologico. Quest’ultimo infatti è portatore di una richiesta sempre più elevata di risorse umane qualificate e specializzate. Attualmente l’ emigrazione è caratterizzata da elevati livelli di scolarizzazione e competenze, mentre le proiezioni dello scenario futuro coniugano al lavoro, livelli mediamente alti di competenza diffusa. Nel caso dell’Italia, se non dovesse riuscire ad adattarsi a questi importanti indicatori socio-tecno-economici, rischierebbe di essere collocata sui livelli medio-bassi della divisione internazionale del lavoro, con gravi carenze soprattutto a livello demografico e di competenze. Gli ammortizzatori di integrazione sociale e lavorativa messi a disposizione dell’Italia, in quest’ultimo decennio non sono risultati sufficienti nel sostenere le risorse umane. L’incapacità nel saper valutare e valorizzare adeguatamente il capitale umano rappresenta sia in termini economici che psicosociali, una condizione estremamente preoccupante per l’Italia. Quello che ci riguarda è uno scenario simile al dopoguerra, vale a dire, con risorse in cerca di lavoro in alto incremento, rispetto alla macchina industriale attiva. I risvolti psicologici da parte di uno Stato che fallisce, in quanto non sufficientemente preparato a supportare le risorse presenti e future, sono talmente elevati da creare una vera e propria “psicosi generazionale alla fuga”. La possibilità di investire su nuovi sistemi di valutazione delle risorse e di integrazione lavorativa, nelle quali i sistemi solidi del clientelismo decadrebbero, rappresenterebbe un primo traguardo per l’Italia. Tali asset avrebbero funzionalità se fossero associati, a politiche di cooperazione internazionale, vantaggiose per la nostra Nazione e per le altre Nazioni Europee, all’interno delle quali la circolarità delle competenze, farebbe da padrona.

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Ricominciare puntando su se stessi: la start-up come trampolino di lancio nell’imprenditorialità

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Valutare le proprie competenze e decidere di essere il capo di se stessi.

La ricerca del lavoro per chi è disoccupato o inoccupato diventa una delle fasi più critiche della propria vita, soprattutto quando l’idea del posto fisso è ancora così radicata come in Italia. Il concetto di lavoratore dipendente viene paventato sistematicamente perché a quanto pare offre una serie di sicurezze economiche in una Nazione in cui le tasse totali da versare corrispondono al 49%. Nonostante tutte le avversità che un cittadino deve affrontare, in molti si accollano il rischio di voler puntare su se stessi, sulle proprie competenze diventando gli unici “capi” di un lavoro fatto di passione, di interesse di conoscenze continue, mettendo in pratica il modello delle start-up. Tale modello imprenditoriale ed economico non rappresenta solo un nuovo scenario italiano, bensì diventa un modo per costruire un futuro lavorativo diverso dal solito in quanto promuove l’imprenditorialità tra i giovani, come soluzione anti crisi ed incentiva lo sviluppo di settori strategici quali l’innovazione e tecnologia. La start-up rappresenta un’azienda neonata che muove i primi passi e che si sta strutturando a livello organizzativo, di risorse umane e strumenti funzionali. La start-up per essere fondata necessita di alcune caratteristiche fondamentali quali: una vision ben definita e innovativa; un obiettivo, vale a dire un prodotto o servizio offerto che corrisponda ad esigenze specifiche del cliente; presenza di talenti creativi coinvolti nella vision d’impresa; flessibilità e reattività nel lavoro, intesa come libertà nei modelli economici e capacità di trovare soluzioni immediate e funzionali; rischio economico misurato grazie agli incubatori sociali. Questi ultimi sono dei servizi di supporto all’accesso del mercato e ai clienti, destinati a sostenere la nascita di imprese tecnologiche e innovative. I clienti sono imprese neonate, spin-off e imprese mature. Dal punto di vista psicosociale la creazione di start-up risulta essere un nuovo modo di mettere alla prova se stessi in un campo imprenditoriale in cui le competenze specialistiche e trasversali vengono messe in campo insieme alla capacità imprenditoriale. La creatività unita all’innovazione sono componenti uniche in una start-up se accompagnate ad un progetto sociale ed economico vincente. Il supporto degli incubatori economici, inoltre, permette di ottenere una visione futura sull’andamento della start-up per evitare il fallimento e garantirne il successo. La scelta cosciente di dover puntare ed investire in una attività imprenditoriale propria, è l’occasione giusta per orientarsi verso un nuovo cammino fatto di talenti, progettualità lavorativa e pro-attività ,intesa come capacità di rispondere agli stimoli del mercato in modo veloce e funzionale. Lo scopo è trasformare la start-up in una impresa strutturata da concetti nuovi di economia e di risorse umane, in cui gli individui che la costituiscono non sono osservati solo come semplici componenti, ma come identità che eccellono nelle relazioni e nelle conoscenze.

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I sogni non sono solo desideri. La realizzazione di un sogno è possibile?

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Quando realizzare un sogno è un obiettivo per costruire il proprio benessere psicofisico.

Tutti vorremmo avere la lampada di Aladino e realizzare i sogni più impensabili. Sogni oltre oceanici, lussuriosi o solo di prima necessità. Pensare ad un sogno, seppur per poco ci trasporta in una nuova dimensione, riesce ad estrapolarci dalla realtà, suscitando sensazioni positive proprio perché in un attimo immaginiamo come sarebbe stato bello calarsi o essere in una determinata situazione.

Siamo stufi delle illusioni compensatorie, per i terribili problemi che spesso ci attanagliano; frequentemente vogliamo che un sogno si realizzi ma la maggior parte delle volte ciò non accade. Rifugiarsi in quel sogno pregando che accada, non e sufficiente, ma è necessario pensare a qualcosa di fattibile, affinché possa realizzarsi. I sogni possono essere toccati in vari modi per poter essere almeno in parte concretizzati. La realizzazione dei sogni, allora, in che termini è possibile? Tutti possiamo coltivare un sogno, una passione, un desiderio, ciò che è fondamentale è capire se esso è supportato da un progetto valido. Progettare un sogno è l’obiettivo che ci si deve porre in termini di attendibilità e fattibilità. Si lavora step by step individuando dei sotto-obiettivi al fine di comprenderne la qualità progettuale.

Solitamente al sogno corrisponde una passione, un hobby che nel tempo possa diventare mero guadagno. Sono molte le persone che hanno un lavoro e poi durante il tempo libero si dedicano ad una passione, la quale generalmente non è fonte di una vera e propria remunerazione economica. Ciò che è importante fare è comprendere come tale passione oppure hobby, possa essere remunerativo per noi. Nel progetto infatti, si devono elaborare situazioni concrete presenti e future che prefigurino dei cambiamenti e possano dare una stabilità economica.

Rispondere ad esempio al requisito “cosa posso fare per rendere unica questa mia passione e venderla in modo esclusivo”, permette di chiarire quale strategia di marketing avanzare. In questo mondo generalista è necessario differenziarsi, rendendo l’hobby, la passione o il prodotto particolare nel suo genere, ossia, destinato ad una nicchia di persone. Tale strategia consente di ottenere un valore aggiunto rispetto ad altri progetti simili, creando assetti competitivi ed economici.

L’idea non deve essere complicata ma semplice perché è importante che vi sia una comprensione immediata, chiara, di quello che si offre e come lo si offre. Naturalmente affinché la realizzazione dell’idea possa avere successo è necessario che venga assorbita adeguatamente nel mondo sociale ed economico; un’analisi preventiva a livello socio-economico permette di carpire la validità del progetto in termini di denaro. Nell’ottica psicologica l’aspirazione e la realizzazione di un sogno produce benefici psicofisici poiché, diventa sempre più difficile a causa della austerità, riuscire a fare della propria passione un lavoro e sostenersi attraverso di essa. Siamo abituati ad adattarci e a saper far tutto, credendo che la realizzazione di un sogno sia un pensiero elitario destinato solo a pochi.

Le persone che hanno successo sono coloro che, oltre alla tenacia e alla determinazione, non hanno mai perso la forza di credere nelle proprie potenzialità associando alle competenze che possiedono, sacrificio, costanza e progettualità. Tra l’altro fallire in un progetto non deve essere percepito come un espediente negativo, ma deve essere reputato un nuovo modo di concepire il cambiamento sull’esperienza effettuata. Ricominciare nuovamente evitando gli errori commessi è un trampolino di lancio, per raggiungere l’obiettivo sperato. Ci avvaliamo spesso delle conoscenze top-down costituite cioè dalle esperienze passate, poiché sono queste che influenzano la nostra percezione futura. L’intento è arricchire tale bagaglio culturale canalizzando nuove conoscenze specialistiche, portatrici di visioni futuristiche funzionali.

La scoperta e la realizzazione di un sogno corrispondono ad un lavoro meticoloso, fatto di molto impegno, ricco di scoperte, curiosità e nuove conoscenze, il cui risvolto della medaglia può giovare psicologicamente su tutto l’arco della vita individuale.

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Non riesco a sopportare i miei colleghi litigiosi. Come gestire questi conflitti?

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Gestire le relazioni astiose è il più grande lavoro che si possa compiere su se stessi 

Le arruffate in ufficio, fatte di piccoli o grandi battibecchi sono esperienze che spesso ci troviamo a vivere e a gestire in modo diretto o indiretto. Essere i protagonisti di un litigio naturalmente non è cosa buona e giusta, ma purtroppo caduti nella trappola del collega competitivo, rancoroso, nervoso e arcigno dobbiamo fronteggiarlo.

Spesso ci chiediamo se a maleducazione sia giusto rispondere con maleducazione, ovvero, se dopo mille provocazioni valga la pena rispondere, oppure cadere nel silenzio per non alimentare le incomprensioni. Magari poi ci si rende conto che tutto ciò che di sorprendente c’è, permane liberamente all’interno di un clima d’ufficio, in cui oltre a non esserci una comunicazione efficace vi è anche un totale lassismo dei comportamenti più avulsi. Effettivamente il clima lavorativo è fondamentale per comprendere la struttura del gruppo di lavoro e la qualità dei rapporti. Nei casi in cui, molti comportamenti di disfunzionalità lavorativa e di gruppo siano tollerati e vengano addirittura esplicitati, un grave problema si cela nelle relazioni lavorative e soprattutto nella gestione di esse.La maggior parte delle persone che lavorano in un’azienda condividono o subiscono almeno in parte esperienze lavorative discriminatorie, di mobbing, di prevaricazione e la meritocrazia sappiamo che ha un posto sempre minore in queste realtà. Dal momento che tutto ciò, rientra a far parte di un assunto tacito condiviso anche ad alti livelli, quello che necessariamente bisogna fare, è comprendere in primo luogo il ruolo che si ricopre in azienda. Solitamente in azienda si ricoprono più ruoli,ad esempio con i clienti ci si rapporta diversamente che con il proprio capo. Sapere come ci si “relaziona in contesti diversi” è un traguardo fondamentale che permette di scindere realtà lavorative e sociali altrettanto differenti, in cui fine è allenare la propria capacità di autocontrollo. Tale consapevolezza così ci dirige verso stili comunicativi differenti da far collimare alla propria personalità; saper modificare lo stile comunicativo a seconda del contesto in cui ci si relazione e alla propria personalità, consente di fronteggiare in modo bilanciato i conflitti e le situazioni di stress lavorativoL’arma vincente della comunicazione risiede in quegli aspetti reputati efficaci ed efficienti quali il saper ascoltare, riformulare in modo diverso frasi conflittuali, negoziare, tollerare, atteggiamenti questi che non si riescono ad attuare subito e in modo semplicistico. L’arte della comunicazione espressa in questi termini necessita di tempo, di dedizione, di cambiamento interiore, perché rapportarsi agli altri in modo adeguato soprattutto in ambito aziendale è il lavoro più difficile che si possa compiere; basti pensare che l’impatto psicologico è direttamente collegato al nostro benessere psicofisico. Mettersi in gioco per migliorare, nonostante le avversità lavorative e i nostri punti di criticità è l’unica grande vittoria di una mente intelligente e positiva.

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