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Io ludopatico: la dipendenza che mi ha divorato l’anima

ludopatia

Ho dilapidato il patrimonio di famiglia ma questo non è bastato

Da 5 anni sono un ludopatico. Mi chiamo Samuel e vivo in Calabria. Avevo una bella famiglia, una moglie e tre figli maschi. Oggi  siamo devastati, riusciamo ad incontrarci solo due volte a settimana a causa della mia terapia. Da un anno mi sono affidato ad un centro di recupero, sono impegnato tutto il giorno nel fare un lavoro, corsi creativi e terapia di gruppo e singola. Insomma ho dovuto darmi una regolata, perché ho messo in serio pericolo i miei figli. Avevo un’azienda, degli operai e spesso per noia dopo il lavoro, mi ritrovavo in un bar con degli amici. Li è iniziato tutto, puntare sempre di più alle slot machine era diventata una scommessa. Alle volte ci riunivamo due volte a settimana, il gioco più ambito erano le carte. Mi sono affidato alla sorte, ho perso 250 mila euro al gioco; ho perso anche la mia dignità di uomo, di padre, dilapidando il patrimonio di famiglia, ma questo non mi è bastato. Così facendo ho peggiorato il mio stato di salute ed economico, fino a quando attraverso una associazione contro le dipendenze da gioco, ne sono venuto fuori. Ho fatto a pezzi la mia vita e le persone che mi hanno circondato, per una mia debolezza, per un vezzo che è diventata una dipendenza. Mia moglie per farmi capire quanto mi stessi autodistruggendo, ha dovuto mettermi dinanzi al fatto compiuto: allontanarsi da me con i nostri figli e andare via senza dirmi dove. È stato questo il motivo che mi ha spronato a cambiare atteggiamento e a tirarmi fuori dai guai. Oggi non posso dire che lei si fidi completamente di me. Ma c’è una piccola luce, quella della speranza che mi fa comprendere che Federica c’è ancora, che i miei figli ci sono e ci saranno sempre. La ludopatia è una malattia, non è facile uscirne, bisogna essere consapevole di quello che crea e quanto può essere pericoloso non combatterla. Io sono stato fortunato perché temendo per la mia incolumità e quella della mia famiglia, mi sono affidato a dei professionisti che mi hanno introdotto ad un percorso di crescita e cambiamento. Ho conosciuto delle persone che si sono interessate al mio caso e hanno fatto in modo che io consciamente riprendessi in mano la mia vita. Oggi so capire dove ho sbagliato e so anche che quelle emozioni euforiche, l’eccitamento che ricercavo quando vincevo, altro non erano che la brutta copia di una vita che non mi apparteneva. Le emozioni negative erano sempre li pronte rinsavire nell’istante in cui mi deprimevo, perdevo, quando ero disperato. Oggi non voglio più provare sensazioni ed emozioni del genere, il solo ricordo porta troppa sofferenza. Voglio essere un uomo che lavora, che ha una famiglia, che ama i suoi figli, tutte le cose che possono descrivere una condizione normale di tranquillità, che purtroppo ora non ho. La battaglia che sto portando avanti è contro i miei demoni, contro la mia depressione, le mie paure di uomo, contro questa dipendenza. Credo fortemente che tutto alla fine possa essere ricostruito se lo si vuole davvero, se ci si accetta per gli errori commessi, per la capacità di volersi bene ancora, di amare e non far soffrire chi ci circonda.

#noallaludopatia #dedicatoallamiafamiglia

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Io, tu, i miei figli e i tuoi figli

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Una famiglia allargata è quello che voglio!

Famiglie patriarcali, matriarcali, coppie, single, sono solo retaggi culturali che identificano individui all’interno della società. Solitamente siamo propensi ad attribuire etichette; inoltre, non sappiamo resistere alla tentazione di formulare preconcetti quando a primo impatto, ci troviamo dinanzi ad una situazione indefinita e poco chiara. Il “mood” dei tempi moderni non è fatto di pregiudizi, ma solo di situazioni pratiche, di soluzione immediata. È così che il futuro di una coppia si presenta: si tratta della nascita della famiglia allargata. Ci si unisce tutti sotto un unico tetto in situazioni di criticità, spesso rappresentate dalla gestione di figli acquisiti dall’unione con un nuovo partner. Non esistono discriminazioni, esclusioni, ma solo il coraggio di amare in modo incondizionato e condividere sempre più momenti preziosi con tutti i membri familiari. Tali famiglie allargate in questi tempi moderni, possono risultare essere funzionali in presenza di:

  • Accoglienza reciproca nel voler accettare i figli di ciascun partner. Entrambi infatti, devono essere predisposti ad accogliere i figli l’uno dell’altra e a prendersene cura come se fossero propri. La responsabilità a tale proposito della figura genitoriale attribuita, predispone positivamente i membri della famiglia ad un accordo esplicito, in cui c’è chi si “prende cura” e chi “riceve le cure”. Allo stesso modo tutti i figli della coppia, per convivere adeguatamente, devono abbattere quei meccanismi di difesa che sono promotori di sfiducia, insicurezza ,paura ed “imparare a fidarsi dell’altro”, per stabilire un rapporto di complicità;
  • Messa in gioco delle parti. Mettersi in gioco significa avere la capacità di comprendere anche sbagliando, quali sono gli aspetti da migliorare o potenziare durante le relazioni genitori-figli e viceversa e quali sono invece, i principi  su cui far leva per creare un clima positivo. A tale proposito sono fondamentali le attività ludiche condotte con tutta la famiglia, ad esempio gite al mare o in montagna che permettano di cogliere, in presenza di un’attività di relax o d’avventura, le preferenze di ciascun membro .Tali attività hanno lo scopo di approfondire la conoscenza tra i membri della famiglia nel quotidiano e fuori dal quotidiano.
  • Apertura al cambiamento. La funzionalità della famiglia allargata dipende soprattutto dall’accettazione al cambiamento. Non è semplice tra figli di ciascun partner, che non si conoscono sufficientemente, pensare di condividere i propri spazi, il tempo e i bisogni. Allo stesso modo è difficile per i genitori, compensare le proprie necessità e comprendere quelle di tutti, in un rapporto di coppia che passo dopo passo si struttura con il tempo,grazie anche al vissuto con i figli.  Nonostante le avversità iniziali, si può prestare attenzione nell’essere inclini all’ascolto, al confronto, alla conoscenza rivolta a ciascun membro della famiglia, al fine di stabilire un contatto, condividere delle passioni e sviluppare delle dinamiche familiari favorevoli alla crescita di tutti.

La scelta di rientrare a far parte di una famiglia allargata può mettere in discussione e in disaccordo molti membri della famiglie.  Condotta con l’auspicio di costruire con il tempo e nei giusti modi, un ambiente favorevole e positivo per tutti, risulta essere funzionale e vincente, per le neo coppie che vogliono crescere accanto ai propri figli e godere del tempo con tutti loro.

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I figli uno strumento di vendetta e ricatto per genitori separati

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Il fenomeno della sindrome di alienazione genitoriale, in Italia raggiunge il boom dei trend psicosociali.

Figli combattuti, figli contesi, figli strumentalizzati sono la parte lesa del 50% delle famiglie italiane, in cui si vivono le tensione di una separazione o di un divorzio. Le ripicche, i ricatti sono solo piccole scaramucce rispetto alla capacità manipolatoria che un genitore può avere sul proprio figlio: influenzarlo al punto tale da fargli percepire l’altra figura genitoriale, come l’orco o il cattivo della situazione. Di qui il disorientamento emozionale dei figli, i quali dinanzi a parole distruttive che rendono i genitori non più riconoscibile ed identificabile con amore, ma con odio e vendetta, reagiscono mediante l’allontanamento affettivo, al punto da rifiutare il papà o la mamma “disprezzata”. Scaricare sui figli, le frustrazioni di una vita familiare giunta ad un punto di non ritorno, significa renderli fragili ed insicuri emotivamente. Vengono a mancare quei costrutti di solidità affettiva ed emozionale che essi con il tempo hanno costruito. Questo significa che le figure genitoriali, potrebbero anche non essere più riconosciute dai figli, infatti sono notevoli i casi in cui bambini e ragazzi, non vogliono trascorrere del tempo con il genitore “vessato ed odiato”, sino nelle situazioni estreme, a non volerlo più incontrare. Il danno psicologico inflitto sull’intera famiglia, ma soprattutto sui figli è notevole; infatti, il processo di riabilitazione affettiva tra gli attori familiari, sarà lungo e complicato. Tale processo sarà costituito, nella migliore delle ipotesi, da piccoli spazi ricreativi mirati a ricucire il rapporto tra genitore-figlio, al fine di catturare gli aspetti positivi e ludici della relazione. La sindrome di alienazione genitoriale o Pas, è il pomo della discordia e manipolazione di figli, vittime di situazioni incresciose tra genitori. In Italia il fenomeno Pas è talmente diffuso, da essere riconosciuto come “carne alla brace” in qualsiasi tribunale minorile. Oggi la Pas è studiata nelle sue evoluzioni e provata scientificamente, poiché, a causa dei riscontri psicologici negativi sui figli, ogni genitore cita in causa l’ex marito o ex moglie, con l’obiettivo di dimostrare che, oltre all’ingiustizia, ciò che si sta delineando è un percorso pericoloso a livello emotivo per tutti. Attraverso l’intervento di figure professionali esperte quali, consulenti tecnici di parte e d’ufficio, si cerca di fare il punto della situazione, valutando ad esempio, le capacità genitoriali, la presenza o meno della sindrome d’alienazione parentale, per giungere poi a constatare la fattibilità dell’affidamento e il danno psico-affetivo prodotto, al fine di ripianarlo. In tutto ciò, gli unici a pagare sulla propria pelle le scottature di una vita di incomprensioni sono i figli. Questi infatti verranno “osservati in un contesto protetto” in assenza ed in presenza dei genitori; inoltre, saranno sottoposti se necessario, a test psicologici necessari a valutare la presenza del disagio affettivo e della Pas. La guerra emozionale ed affettiva che padri e madri volontariamente intendono fare, purtroppo impatta enormemente sui figli, i quali inermi e inconsapevoli, subiranno risvolti psicologici capaci di influenzarli durante l’arco della propria vita.

 

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I peccati capitali degli italiani: un popolo di arguti viziosi

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I comportamenti a rischio per la salute sono il frutto di un imprinting familiare

Nel mondo gli italiani godono di un’ottima reputazione artistica oltre che scientifica, ma è anche vero che oltre ad avere tali virtù indiscutibili, sono innumerevoli i vizi che pesano soprattutto sulla salute psicofisica, di cui non si riesce proprio a fare a meno. I peccati capitali degli italiani che trascinano alla distruzione della salute, sono prevalentemente la pigrizia e l’ingordigia. Essere più attratti verso un divano per un riposo tranquillo, anziché essere spinti nello svolgere una passeggiata di qualche chilometro, diventa il luogo comune che non si riesce a superare. Essere grandi intenditori di cibo, sino ad oltrepassare la soglia del peso forma, rientra negli atteggiamenti quotidiani di molti cittadini. Soffocare lo stress familiare e lavorativo nel fumo e nell’alcool, è un comportamento “normale” e tollerato. I dati istat del 2015 evidenziano comportamenti a rischio degli italiani per certi versi in incremento. I comportamenti sedentari, ad esempio, riguardano quattro persone su 10. Ancora, più di un adulto su tre è in sovrappeso, mentre uno su dieci è obeso. È in crescita il consumo di alcool occasionale, vale a dire che si passa dal 37,7% al 42,3% rispetto agli anni precedenti. Mentre, risultano essere più di 10 milioni i fumatori over 14 anni. I dati psicosociali mettono in luce, il ruolo fondamentale che svolge la famiglia nell’educazione ad una vita salutare. Questo significa che la famiglia ha un enorme effetto sulle abitudini culturali dei figli. L’imprinting familiare è essenziale per comprendere nel futuro, i possibili comportamenti sociali dei figli. Questi ultimi si sentono legittimati ad assumere comportamenti a rischio sapendo ,che anche solo uno dei due genitori effettua una vita non equilibrata. Tali associazioni emergono soprattutto quando la madre ha uno stile di vita non salutare. Le pratiche comportamentali assunte all’interno della famiglia, formano le generazioni future ed il fatto che i genitori si facciano portatori di pratiche a rischio per la salute psicofisica, rende l’azione riabilitativa ad uno stile di vita che sorregge il benessere dell’individuo, molto difficile. Curare e sdradicare i comportamenti a rischio in una fase in cui questi sono interiorizzati dai figli e condivisi ,esercitati dai genitori, diviene un percorso arduo e complicato nel tempo. Ciò che risulterebbe responsabile al giorno d’oggi, sarebbe distribuire con la corretta conoscenza una educazione al benessere psicofisico, nelle scuole, nelle associazioni, nei centri culturali, associata a campagne di prevenzione, funzionali per i comportamenti a rischio. All’interno di queste ultime i primi individui ad essere sostenuti psicologicamente per il superamento di uno stile di vita fatto di eccessi, dovrebbero essere i genitori, capaci di insegnare ai propri figli la valorizzazione della salute come valorizzazione di se stessi, perché volersi bene è il primo passo per una vita migliore.

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Mio figlio vittima di bullismo: a scuola si parla del fenomeno “full”, cosa fare?

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Quando i fenomeni di denigrazione psicosociale si espandono a scuola e si materializzano con il bullismo.

Genitori, figli, insegnanti, ragazzi, fratelli, frequentemente utilizzano la parola bullismo, per delineare le prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei. Il “bullismo” mette inquietudine e ciò che più sconvolge è l’evoluzione del fenomeno in contesti scolastici, che hanno l’obbligo e il dovere di tutelare i ragazzi. Il bullismo tesse una rete infima e si manifesta con molteplici sfaccettature infatti, può essere diretto, indiretto, fisico, verbale, psicologico, ed elettronico, attraverso cioè l’ausilio delle nuove tecnologie, si paventa in cyberbullying. I genitori dei bulli e delle vittime solitamente sono all’oscuro di quello che succede a scuola e di come i propri figli possano comportarsi nei confronti di altri coetanei. Questa situazione allora, diventa pericolosa quando, oltre ad evidenti segni fisici frutto del bullismo, ci sono sintomi psicologici gravi associati a minacce verbali, offese e calugne. Ogni azione e reazione del bullismo porta all’identificazione di un nuovo fenomeno psicosociale che rappresenta brevemente la malvagità perpetrata. Attualmente pertanto, possiamo parlare del fenomeno “full” per designare quell’atto di bullismo compiuto da un gruppo di ragazzi verso una sola vittima, costretta per ingiurie e minacce a rimanere in piedi per un tempo determinato stabilito dai bulli e a sedersi secondo le loro direttive, per vedersi poi sottratta la sedia sulla quale avrebbe dovuto perlomeno appoggiarsi. Il fine è far cascare per terra la vittima almeno due tre volte, con l’obiettivo di divertire gli altri e mostrare la capacità di manipolare e controllare i partecipanti del gioco. Al cadere per terra tutto il gruppo esclama la parola “full” evidenziando non solo la vittoria manifestatasi attraverso la “sottrazione della sedia” ma la fine di un raggiro psicologico che si è chiuso, completato con la denigrazione nei confronti della vittima. Questa conduzione del bullismo rappresenta la presa di una leadership da parte del ragazzo più forte fisicamente, capace di dettare le regole del gruppo a discapito degli altri. L’unico modo per evidenziare il suo potere è instaurare una relazione distorta verso la realtà e il contesto scolastico e sociale in cui si vuole integrare e fare gruppo. Allo stesso modo il ragazzo che ha subito il bullismo, pur di non ricevere percosse e molestie psicologiche dinanzi ad un gruppo, cade volontariamente o involontariamente nella trappola, subendo. Cosa fare in situazioni come queste di bullismo scolastico? In veste di genitori e anche di alunni, ma soprattutto di vittime di bullismo, è necessario informare in brevissimo tempo la scuola delle dinamiche e vicende sviluppatesi. L’Istituzione scolastica con l’aiuto di un esperto, effettuerà una campagna contro il bullismo carpendo quali sono le falle, i comportamenti che alimentano questa tipologia di azioni nelle aule. La collaborazione degli insegnanti permetterà la promozione di sessioni di informazione che evidenzieranno le difficoltà riscontrate dai ragazzi all’interno delle scuole e i vari risvolti psicologici derivanti dal bullismo. La cultura dell’informazione scoraggia i fenomeni di bullismo nelle forme lievi e più acute. In modo particolare un gran lavoro dovrà essere effettuato anche in famiglia da parte delle figure genitoriali, che spesso negano l’assunzione dei loro figli di comportamenti denigratori e distruttivi, attuati verso i coetanei. Essere consapevole di non conoscere a perfezione i propri figli non fa del genitore una persona cattiva, distratta o disinteressata, ma permette di avvicinarsi ad un mondo sconosciuto come quello ad esempio adolescenziale, nel quale la realtà risulta essere più complicata del solito. Attuare con il proprio figlio un percorso di riconoscimento dei valori sociali e dei comportamenti “normati” anche con l’aiuto di uno psicologo, consente di ottenere dei risultati importanti sul piano della salute psicofisica del ragazzo e dell’intera famiglia. Le statistiche descrivono l’emersione del fenomeno in Italia dai 7 ai 17 anni d’età, reputando le dinamiche psicologiche che le caratterizzano come molteplici. Il mondo circostante fatto di istituzioni, impone il rispetto delle regole a causa delle quali spesso si viene valutati. Diventa a questo punto importante identificarsi con un gruppo di coetani che hanno le stesse esperienze e problematiche, al fine di essere compresi, rispettati e stimati. Il fenomeno del bullismo, ha come finalità la strumentalizzazione di tale dinamiche psicologiche per giustificare la presenza di comportamenti agiti, volti all’annientamento fisico e psicologico dei più deboli.

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Una vita senza figli. Si può raggiungere la stabilità e serenità di coppia pur non avendo figli?

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Le storie di coppie che raggiungono la felicità nonostante non ci sia stata la nascita dei figli

Sono sempre più in incremento le coppie che in Italia risultano essere prive di figli. Tale situazione raggruppa una variabile di fattori che riguardano scelte personali legate ad assenti o basse opportunità di lavoro, sino a motivi di salute relativi l’impossibilità di poter concepire un figlio. Tali famiglie affrontano allo stesso modo il ménage quotidiano, ma soprattutto spesso ci si chiede se condividano o abbiano raggiunto la serenità. La famiglia costituita da uomo, donna e prole è solo un cliché superato. Le statistiche Istat di novembre del 2015 evidenziano un dato importante: “il numero medio di figli per donna calcolato per generazione continua a decrescere nel nostro Paese senza soluzione di continuità”. Basti pensare che “Il modello di fecondità si è andato sempre più caratterizzando per una quota importante di donne senza figli (più di una su quattro nel Nord e poco più di una su cinque al Centro per la generazione nata nel 1970) e per una elevata frequenza di donne con un solo figlio (quasi il 30% al Nord e il 24% al Centro). Tali dati sono stati estratti per opportunità nel territorio, per propensione alla fecondità e per età legata alla diversa cadenza del comportamento riproduttivo. Questo a dimostrazione del fatto che, pur essendo il territorio in cui si risieda a sostegno dell’economia familiare, non è detto che vi sia un incremento delle nascite, in quanto, tale fattore è legato spesso alla posticipazione dell’età da parte della donna nella scelta di un figlio e a variabili di fecondità. La sofferenza, depressione e i sentimenti di inutilità che si provano nel non poter essere genitori, riporta in alcuni casi a comportamenti paranoidi e ossessivi in cui è indispensabile il sostegno psicologico. E’ un percorso per molti versi complicato soprattutto quando la variabile dell’incertezza economica viene di lungo sostituita con i problemi di fecondità. Solitamente le coppie che desiderano un figlio si sottopongono volontariamente alle tecniche di fecondazione. In questi casi non è detto che il risultato venga raggiunto; i risvolti psicologici sono innumerevoli, infatti si passa dalla speranza, l’illusione di avere un bambino, all’impossibilità di metterlo al mondo nonostante l’intervento della scienza. Il percorso di equilibrio nella coppia diventa lungo e prezioso, poiché, il lavoro che si deve compiere su se stessi riguarda due obiettivi: accettare consapevolmente che la coppia possa esistere anche senza la nascita e la presenza di un bambino; oppure dirigersi verso altre strade, quali l’adozione. Nel primo caso viene messa a dura prova la coppia in quelli che sono definiti i valori e i cardini che la sostengono, ad esempio: la sincerità, la stima, il rispetto, l’amore l’uno per l’altra. E’ fondamentale che il lavoro di coppia rafforzi queste componenti per non creare distacco, disperazione, solitudine, rabbia e risentimento. Il percorso quindi, che si intraprende, oltre ad essere destinato ad un lavoro di equilibrio interiore è rivolto alla famiglia, costituita dai due unici membri. È necessario essere orientati l’uno verso l’altra, essere empatici ed accogliere le paure che devastano il rapporto, per superarle insieme. La serenità e la felicità della coppia da tale punto di vista è prodotta da un cammino lungo e riflessivo, in cui ci si mette alla prova, si ammettono gli errori commessi e si passa oltre, con positività, contemplando delle strade che possano in ogni modo rafforzare il legame creato indipendentemente dalla presenza o assenza di un figlio. Il secondo caso è allo stesso modo importante e complesso in quanto, vi è una preparazione psicologica e burocratica dei futuri genitori ad accogliere all’interno della loro famiglia un bambino, che ha di per se una storia. Lo stress in questi casi è costante ed assiduo; infatti, non è detto che l’affidamento possa essere accettato dal sistema. L’autocontrollo, il riconoscimento e la gestione delle emozioni, rappresenta per entrambi i casi la chiave di svolta di un cammino familiare intricato e lungo, all’interno del quale con costanza e determinazione si può vedere riaffiorare il sole, dopo molte tempeste.

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