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Hikikomori: gli adolescenti italiani rinchiusi in una stanza

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Il fenomeno psicosociale che dilaga come un virus

Le trappole della mente sono infinite, i pensieri sono labirinti isolati, non c’è una via d’uscita. Molti adolescenti trascorrono le proprie giornate fuori dal resto del mondo, semplicemente rinchiusi nelle mura di casa. Tutto ciò, non è solo un modus operandi in netta crescita sul territorio italiano, ma un vero e proprio fenomeno psicosociale deputato “comportamento a rischio per gli adolescenti”. Pur essendosi propagato nella cultura giapponese, in Europa, il fenomeno definito “ Hikikomori” colpisce all’incirca 30 mila casi in Italia. Le caratteristiche che accomunano gli Hikikomori risultano essere:

  • Rifiuto dal mondo e dalla società. Questi adolescenti non vogliono relazionarsi fisicamente con il mondo esterno, quindi, non sono intenzionati a socializzare. Fattivamente, abbandonano la scuola e non coltivano interessi orientati all’esterno quali sport e attività culturali;
  • Autoreclusione in un piccolo universo. Sono soliti rinchiudersi in camera per lunghi periodi, a volte anche anni, al fine di prendere le distanze dal gruppo dei pari e dalla società;
  • L’utilizzo di Internet come possibile via d’uscita per la propria identità. Alcuni di essi trascorrono dalle 3 alle 5 ore su internet al fine di costruirsi una nuova identità, volta ad una pseudo socializzazione in rete, attraverso l’utilizzo di giochi dalle realtà immersive e social network.

Tale comportamento è causato dal senso di paura e di vergogna nel voler affrontare una realtà che effettivamente non corrisponde al mondo in cui questi adolescenti avrebbero voluto vivere. Ciò significa che esiste una grande dissonanza tra il mondo che essi immaginano e quello che realmente è, al punto tale da non sentirsi pronti nel voler fronteggiare situazioni quotidiane che si esplicano dalla fase scolare, alla comune socializzazione con i compagni. Gli Hikikomori non solo rifiutano il mondo, la socializzazione e le regole imposte, ma solitamente si sentono persi e disorientati, dinanzi ad una società che reputano non appartenergli, ne tantomeno compensare le proprie necessità. Non sentirsi all’altezza o sufficientemente preparati per una società che ostenta la forma, l’estetica, il lusso e soprattutto che non è tutelante di contenuti, principi, valori a favore dell’identità delle persone, di certo predispone, alcuni adolescenti in situazioni critiche e di fragilità, ad una chiusura sociale rischiosa. Il rischio adolescenziale è osservato in questo caso, in quei comportamenti che rigettano la socializzazione a favore dell’isolamento e chiusura mentale, e che in futuro, se non orientati ad un corretto contatto con la realtà, possono esplodere in disturbi di personalità e relazionali legati anche alla pericolosità sociale. Tale fenomeno rientra a far parte delle cosiddette “nuove dipendenze”, il cui effetto psicologico è una vera e propria ipertrofia del Sé. A causa delle nuove tecnologie e degli strumenti ad essi associati, si costruisce un mondo parallelo in cui più facilmente si tende a trasferire tutte quelle aree e bisogni del Sé, che nella realtà è difficile mettere in pratica. Per cui il nuovo Io più forte e tutelato dagli attacchi esterni in rete, riesce ad esplicarsi in totale libertà. L’approccio tecnologico diventa lo strumento-dipendente a favore di tale chiusura sociale e nel caso degli Hikikomori è la nuova realtà su cui poter finalmente essere se stessi. Gli adolescenti invece, che rifiutano anche il contatto con la rete, vivono la chiusura in modo più radicale, rifiutando di scoprire anche realtà parallele nelle quali poter costruire piccole dimensioni interattive. La tristezza e la depressione sono una reazione a tutto ciò che li circonda e che fondamentalmente non li appartiene. L’impresa più ardua è entrare in contatto empatico con chi rifiuta la società, rifiuta l’aiuto e ripudia fondamentalmente, anche quella parte di se incline alle relazioni. Siamo esseri sociali e come tali non possiamo evolvere e accrescere la nostra natura di essere umani, se non riceviamo amore ed empatia, perché è solo attraverso il “riconoscimento” degli atri che comprendiamo realmente chi siamo.

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La bomba atomica della comunicazione: quando una critica costruttiva diventa distruttiva?

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I 5 principi che mutano la comunicazione da costruttiva a distruttiva

Parlare, ridere, urlare, piangere, osservare sono le mille sfaccettature della comunicazione. Ci relazioniamo in tanti modi, ci confrontiamo, ci isoliamo, vogliamo essere compresi, speriamo spesso di esserci espressi nel giusto modo, temiamo di essere giudicati in merito a quello che diciamo e facciamo. La comunicazione è così importante che addirittura il silenzio può essere interpretato in tanti modi. La bomba atomica della comunicazione è la capacità dell’uomo di trasformare una critica costruttiva in distruttiva. Effettuare una critica significa sviluppare il proprio punto di vista al fine di suscitare nell’altro una riflessione. La critica costruttiva è un’ abilità comunicativa che permette di esporre le proprie idee rispettando i pensieri e i sentimenti dell’altro. Quest’ultimo aspetto spesso è di difficile attuazione, poiché in preda a sentimenti di rabbia, rancore, tristezza si tende ad alimentare un confronto negativo e distruttivo. Ci sono 5 principi che mutano una conversazione costruttiva in distruttiva. Tra questi ricordiamo:

  1. La capacità di allontanarsi dall’ascolto attivo tanto da chiudersi mentalmente su pensieri autocentrati. Ascoltare attivamente, significa elaborare il messaggio dell’interlocutore al punto da calarsi nella sua situazione per una maggiore comprensione di ciò che prova. Spesso si abbandona tale capacità in quanto, troppo presi dalle proprie opinioni e punti di vista. In questo momento della comunicazione verbale si smette di ascoltare l’altro e si ritiene che le proprie idee sono più importanti di qualsiasi altra cosa e persona, assoggettando la conversazione.
  2. L’essere assertivi con gli altri muta in un atteggiamento offensivo ed aggressivo. Nel momento in cui ci si sente colpiti in un confronto verbale, può succedere di abbandonare la possibilità di essere chiari ed efficaci nell’esprimere una opinione. La reazione comune è sostituire tale comportamento con un altro meno funzionale, ovvero offensivo ed aggressivo alzando i meccanismi di difesa;
  3. Qualsiasi esempio e situazione venga espressa dall’interlocutore, anziché condurre ad una riflessione funzionale, porta ad un abbattimento dell’autostima. Ci si sente messi in discussione e colpiti costantemente al punto da sviluppare pensieri paranoici. La conversazione assume una conduzione difensiva;
  4. Dinanzi ai dati di fatto in cui l’interlocutore orienta ad una presa di coscienza della critica, l’atteggiamento comune non è l’assunzione di responsabilità, ma colpevolizzare gli altri. Si tratta di individui che sviluppano il locus of control esterno, all’interno del quale la causa degli eventi è da attribuire non a se stessi ma all’esterno o agli altri. Nel caso specifico di una critica costruttiva, il senso che essa può dare non conduce di certo ad una riflessione da effettuare sulla propria persona, ma è diretta semplicemente verso gli altri, poiché l’atteggiamento attuato si reputa giusto e non discutibile;
  5. Respingere l’empatia a favore del distacco, freddezza emozionale e cinismo. Non immedesimarsi nella situazione che l’interlocutore descrive, porta a sviluppare la vasta gamma si sentimenti negativi a discapito di se stessi e degli altri all’interno della comunicazione.

Nei ruoli che ricopriamo come genitori, figli, dipendenti, manager dobbiamo essere in grado di rapportarci agli altri, in modo da essere compresi; lo sforzo più grande è essere chiari, non sfociare in conversazioni aggressive, pensieri impulsivi, non colpevolizzarsi, colpevolizzare e quindi sperare di essere assertivi ed empatici.

 

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Una vita senza figli. Si può raggiungere la stabilità e serenità di coppia pur non avendo figli?

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Le storie di coppie che raggiungono la felicità nonostante non ci sia stata la nascita dei figli

Sono sempre più in incremento le coppie che in Italia risultano essere prive di figli. Tale situazione raggruppa una variabile di fattori che riguardano scelte personali legate ad assenti o basse opportunità di lavoro, sino a motivi di salute relativi l’impossibilità di poter concepire un figlio. Tali famiglie affrontano allo stesso modo il ménage quotidiano, ma soprattutto spesso ci si chiede se condividano o abbiano raggiunto la serenità. La famiglia costituita da uomo, donna e prole è solo un cliché superato. Le statistiche Istat di novembre del 2015 evidenziano un dato importante: “il numero medio di figli per donna calcolato per generazione continua a decrescere nel nostro Paese senza soluzione di continuità”. Basti pensare che “Il modello di fecondità si è andato sempre più caratterizzando per una quota importante di donne senza figli (più di una su quattro nel Nord e poco più di una su cinque al Centro per la generazione nata nel 1970) e per una elevata frequenza di donne con un solo figlio (quasi il 30% al Nord e il 24% al Centro). Tali dati sono stati estratti per opportunità nel territorio, per propensione alla fecondità e per età legata alla diversa cadenza del comportamento riproduttivo. Questo a dimostrazione del fatto che, pur essendo il territorio in cui si risieda a sostegno dell’economia familiare, non è detto che vi sia un incremento delle nascite, in quanto, tale fattore è legato spesso alla posticipazione dell’età da parte della donna nella scelta di un figlio e a variabili di fecondità. La sofferenza, depressione e i sentimenti di inutilità che si provano nel non poter essere genitori, riporta in alcuni casi a comportamenti paranoidi e ossessivi in cui è indispensabile il sostegno psicologico. E’ un percorso per molti versi complicato soprattutto quando la variabile dell’incertezza economica viene di lungo sostituita con i problemi di fecondità. Solitamente le coppie che desiderano un figlio si sottopongono volontariamente alle tecniche di fecondazione. In questi casi non è detto che il risultato venga raggiunto; i risvolti psicologici sono innumerevoli, infatti si passa dalla speranza, l’illusione di avere un bambino, all’impossibilità di metterlo al mondo nonostante l’intervento della scienza. Il percorso di equilibrio nella coppia diventa lungo e prezioso, poiché, il lavoro che si deve compiere su se stessi riguarda due obiettivi: accettare consapevolmente che la coppia possa esistere anche senza la nascita e la presenza di un bambino; oppure dirigersi verso altre strade, quali l’adozione. Nel primo caso viene messa a dura prova la coppia in quelli che sono definiti i valori e i cardini che la sostengono, ad esempio: la sincerità, la stima, il rispetto, l’amore l’uno per l’altra. E’ fondamentale che il lavoro di coppia rafforzi queste componenti per non creare distacco, disperazione, solitudine, rabbia e risentimento. Il percorso quindi, che si intraprende, oltre ad essere destinato ad un lavoro di equilibrio interiore è rivolto alla famiglia, costituita dai due unici membri. È necessario essere orientati l’uno verso l’altra, essere empatici ed accogliere le paure che devastano il rapporto, per superarle insieme. La serenità e la felicità della coppia da tale punto di vista è prodotta da un cammino lungo e riflessivo, in cui ci si mette alla prova, si ammettono gli errori commessi e si passa oltre, con positività, contemplando delle strade che possano in ogni modo rafforzare il legame creato indipendentemente dalla presenza o assenza di un figlio. Il secondo caso è allo stesso modo importante e complesso in quanto, vi è una preparazione psicologica e burocratica dei futuri genitori ad accogliere all’interno della loro famiglia un bambino, che ha di per se una storia. Lo stress in questi casi è costante ed assiduo; infatti, non è detto che l’affidamento possa essere accettato dal sistema. L’autocontrollo, il riconoscimento e la gestione delle emozioni, rappresenta per entrambi i casi la chiave di svolta di un cammino familiare intricato e lungo, all’interno del quale con costanza e determinazione si può vedere riaffiorare il sole, dopo molte tempeste.

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Vivo un’amicizia on line: è giusto fidarmi di uno sconosciuto?

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Cosa si nasconde dietro un ologramma: quando l’amicizia virtuale può diventare reale

Presi sistematicamente dalla vita virtuale e concentrati a monitorare i click e like sui social, spesso ci imbattiamo  nel curare una rete di relazioni on line con persone mai incontrate. Diventare “amici virtuali” di perfetti sconosciuti non è un obiettivo qualunque; alle volte si accetta la fantomatica amicizia solo per aumentare il numero di contatti e renderli pubblici, raggiungendo la popolarità. Tuttavia può succedere che la condivisione dell’amicizia on line, porti alla curiosità di stabilire un rapporto sincero e leale con l’altra persona. Nel momento in cui il rapporto non è conciliato dal contatto fisico, importante nel processo di comprensione delle emozioni che si provano, emerge il fenomeno dell’analfabetismo emotivo, disorientante per l’individuo nello stabilire relazioni di fiducia. Eppure molti temerari, sfatano il mito della pericolosità sui social network dimostrando che si può instaurare un rapporto sincero e virtuale  con una persona sconosciuta. In che modo allora, l’amicizia on line può diventare reale? Siamo consapevoli che al primo approccio scaturito spesso dalla curiosità di comprendere l’altro, ne seguono altri, nei quali il mondo reale si fonde con il mondo virtuale. Questo significa che proprio come nella realtà si cerca nella persona on line un punto di contatto fatto di empatia, accoglimento, condivisione e familiarità. Sono queste ultime caratteristiche che influenzano l’individuo nel categorizzare ed etichettare le relazioni, in funzione del fatto che si possano condividere o meno interessi, culture, esperienze, modi di fare e agire. Parallelamente alla realtà, scoprire che un conoscente abbia vissuto un’esperienza simile alla nostra, lo avvicina più che allontanarlo ad un rapporto di fiducia. La forma di una “fotografia” di un “ologramma” allora, comincia ad assumere sembianze umane, in quanto gli attribuiamo emozioni, sensazioni, stili di vita, il cui contenuto può essere compreso a livello empatico e condiviso reciprocamente. I social diventano un ambiente all’interno del quale  le persone possono gestire la propria identità sociale e la loro rete di contatti, creando una identità flessibile, mostrando così facendo,  la vera personalità o una immagine ideale di se stessi che non corrisponde alla realtà. Il profilo online si rivela un buon mezzo per esprimere e comunicare personalità reali, all’interno di una rete di amici virtuali adulti e socialmente empatici. In questo contesto virtuale può nascere un’amicizia on line solida e  abbastanza strutturata, poiché c’è minor rischio di disapprovazione o di sanzione sociale nella condivisione dei pensieri. Nella vita reale invece, coltivare le amicizie porta ad un investimento di energie maggiori; essere accettati dal gruppo dei pari risulta essere un traguardo importante per la formazione e il consolidamento della personalità. Costruire un’amicizia reale è un lavoro fatto di riconoscimenti continui, basti pensare che perdere la fiducia di un amico reale equivale spesso alla perdita della stima e del rispetto verso quella persona. Inoltre, l’empatia e l’intimità, sono promosse dalle relazioni faccia a faccia, dallo stare insieme fisicamente e la probabilità di riuscire ad essere empatici nel virtuale è direttamente proporzionale alla capacità che abbiamo di sperimentare le emozioni nella realtà. Dal punto di vista psicologico la tecnologia è un buon mezzo per costruire e mantenere relazioni, ma non è un sostituto ottimale per i rapporti dal vivo attraverso i quali vi è l’evoluzione della vicinanza emotiva. È evidente che mettere in pericolo la salute psicologica e fisica dell’adulto significa accostarsi ad un mondo virtuale che diminuisca le probabilità di costruire nuove amicizie reali. Tali amicizie devono essere necessariamente sperimentabili con la vicinanza fisica, con il contatto visivo, perché promuovere i contatti reali migliora la qualità della nostra vita, in particolare della sfera emotiva e comportamentale.

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