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Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa

Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa1

Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa

Avevo solo 12 anni, quando tornando a casa da una visita alla mia migliore amica, sono stata rapita e violentata in una piccola cittadina del Friuli. La mia storia non è così diversa da tante storie tristi che raccontano di violenza e soprusi. Nel tragitto, ricordo solo di essere stata presa con forza da un uomo incappucciato, per poi essere trascinata in un furgone bianco. Nel vano del furgone si è consumata la tragedia, un’ora di violenze ripetute, mai una parola dall’uomo con il cappuccio nero in testa. L’aggressività e la furia con cui mi ha legata e fatto del male è stata indescrivibile. Durante la mia vita a distanza di tempo,ho pensato che quell’uomo mi conoscesse, che probabilmente mi osservava da tempo, mi pedinava, chiedendomi il perché di questa aggressione. Troppe domande senza alcuna risposta. Sono stata lasciata in un cunicolo non molto lontano dalla casa in periferia in cui vivevo con la mia famiglia. Alle parole “non puoi riconoscermi, non sai nulla di me e non ti conviene parlare” non ho mai replicato, e purtroppo restare in silenzio, ho sempre pensato fosse la scelta giusta, per la mia incolumità e quella della mia famiglia. All’età di 18 anni dopo il vuoto interiore provato e i sintomi di attacchi di panico e ansia ricorrente che mi trascinavo, ho deciso di parlare con la mia famiglia e sporgere denuncia. Purtroppo dopo molto tempo, avevo rimosso alcuni particolari che sarebbero stati d’aiuto per le autorità. Spero solo che quell’uomo non abbia fatto del male a nessun altra donna, che la sua violenza sia stata perpetrata solo su di me, a volte spero non ci sia più. Denunciare è stato difficile e complesso, perché ho ripercorso con terrore minuto per minuto, la violenza subita. È stato un percorso di auto-consapevolezza, perché mi ha spronato a reagire e a non soccombere, a volermi bene e a pensare che quel ricordo non può tormentarmi per tutta la vita. Oggi il 25 aprile è un giorno di rinascita per me, non solo perché sono cresciuta, ma perché ho imparato con il tempo a gestire diversamente le mie inquietudini e i ricordi legati allo stupro. Sono diversa, combatto spesso con i demoni del mio passato, ma mi sento più forte. Il percorso di psicoterapia intrapreso da dieci anni ha un significato liberatorio per me, mi rende serena e positiva verso la vita. Forse questa è una cicatrice che non andrà mai via, ma voglio guardarla ogni momento con distacco e coraggio; il coraggio di andare avanti e costruire una nuova vita, con il diritto di essere felice e non colpevolizzarmi. Oggi il mio pensiero è rivolto a tutte le donne che hanno subito violenza e che continuano a subirla: denunciare è importante. Nonostante le minacce ripetute, è indispensabile farsi aiutare dalla propria famiglia, dalle istituzioni, dai professionisti che lavorano in questo ambito. Si può ottenere aiuto solo parlando e denunciando la violenza subita.

Jessica

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#StoriesFlash NewsLove & Friendship

Io che non voglio una vita normale

Isabella e Isotta Rossellini

Vivere un amore lesbo mi ha cambiata

Ho preso consapevolezza del fatto che la mia vita fosse differente dalle donne della mia età, quando una mattina mi sono ritrovata a riflettere sulle mie reali priorità. A 45 anni con un figlio di 8 e un marito quasi assente, in una monotona domenica primaverile, mi accorsi di volere altro, di aver annullato i miei più profondi desideri di donna, di persona. Insegnare matematica non mi ha mai dato grandi soddisfazioni; allo stesso tempo la gestione di un figlio condotta in completa solitudine, senza alcun aiuto dalla mia famiglia di origine, mi ha risucchiata verso la strada della sofferenza e dall’isolamento dal mondo reale. È vero, ho sentito di essere intrappolata in una vita che non mi apparteneva, cosicché un giorno decisi di iscrivermi ad un sito di incontri, per capire cosa si provasse, nell’essere dall’altra parte della medaglia, quella virtuale. Il mio primo account era maschile, insomma ho voluto mettermi nei panni di un uomo per timore di essere giudicata. Quello che ho trovato è stato un porto di gente, disposto a vendersi, mettersi in evidenza e tutto a poco prezzo. La componente “relazione stabile” effettivamente è una “pietra miliare” in questi siti. Ho provato a chattare con alcune delle donne più corteggiate e la finalità era naturalmente il sesso, anche immediato. Non ho mai avuto il coraggio di svelare la mia identità, fino a che non ho conosciuto una donna davvero ammaliante, dal grande carisma. Ero completamente attratta dal suo modo di fare, bella, intelligente, sicura di se, creativa, chiaramente avrei voluto essere come lei. Dopo due mesi di chat private in cui avevamo condiviso quasi tutto, lei mi chiese di incontrarla. È stato in questo momento che capii quello che stavo facendo: flirtare con una donna. A questo punto ho svelato la mia identità. Mi invitò a casa sua, senza alcuna perplessità. Presi coraggio, la mia curiosità e voglia di conoscerla superò tutte le paure. Alle 16 del giorno dopo ero da lei. Le sue labbra, i suoi occhi, i suoi seni, il suo corpo, erano qualcosa di nuovo e affascinante per me, un territorio inesplorato. Abbiamo fatto l’amore per due lunghe ore, senza parlare ci siamo comprese. Dopo essermi vestita, con voce flebile mi ha spiegato che aveva due compagni e che la sua vita era “diversa” dalle altre persone. Il “poliamore forse è una filosofia di vita, o uno stile di vita ed io lo pratico”disse. Da quel momento pur di non rinunciare a lei, anche io sono diventata poliamorosa. La mia vita? Adesso è questa. Ho chiesto il divorzio da mio marito e vivo a Barcellona, una città piena di colori e di vivacità, dove la diversità viene accettata più facilmente. Al mio bambino che attualmente ha 10 anni, non ho spiegato ancora cosa significhi avere più compagni, amare più persone, ma ho insegnato il rispetto verso i sentimenti degli altri e la possibilità di essere se stessi in un mondo in cui è difficile mostrarsi per quello che realmente si è. La vita non è un sogno, non deve essere una limitazione, non è una finzione, la vita è l’unica possibilità che abbiamo di essere leali con noi stessi.

Anita la donna poliamorosa 

Raccontaci la tua storia scrivendo una mail a rd@tooup.com, e la tua esperienza verrà pubblicata sulla pagina di tooup #stories 

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Love & FriendshipNews

Le donne che amano i propri aguzzini. Le relazioni distorte tra vittima e carnefice si sviluppano per sopravvivenza?

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Storie di donne che perdonano e continuano ad amare i loro carnefici

Donne abusate, picchiate, maltrattare, uccise per volontà di qualcun altro. La loro vita appesa ad un filo, quello del loro carnefice che si fa strada con cura solo per colpire, ferire, distruggere. Le percosse, le minacce, gli abusi ricevuti spesso non sono sufficienti per allontanare la vittima da colui che la maltratta, infatti, la relazione d’affetto, d’amore può continuare. Nonostante le varie atrocità subite, la donna solitamente tende a giustificare le violenze compiute in famiglia a suo discapito, sviluppando un senso di colpa. Quest’ultimo paradossalmente irrobustisce il legame con l’aguzzino al punto tale da convincersi che tutto ciò che accade di negativo è da imputare a se stessa. Per quale ragione allora, tali relazioni distorte, si sviluppano e si rafforzano nei contesti familiari o extra familiari? Tali rapporti esistono e si consolidano per un meccanismo di sopravvivenza: la vittima percepisce che la sua vita è legata all’aguzzino. In principio quello che si prova è confusione, paura per la situazione creatasi, ma successivamente dopo questo stato iniziale, la vittima percepisce che la propria sopravvivenza è nelle mani del suo molestatore, tanto da elaborare a livello inconscio, per evitare la morte e altri soprusi, sentimenti di affetto e di amore. Questo meccanismo psicologico apre le porte verso la comprensione delle motivazioni che inducono alla violenza e alla tolleranza di situazioni incresciose. 

Per mezzo di meccanismi di difesa la donna è capace di eliminare anche la rabbia, l’odio verso l’aguzzino, in quanto il suo scopo è sopravvivere; così facendo quest’ultimo ricevendo feedback positivi dalla vittima si sente legittimato a continuare con i maltrattamenti pur apportando maggiore rassicurazione verso la sua sopravvivenza. Gli ultimi dati Istat del 2014 pubblicati al 05/06/2015 relativi ai maltrattamenti e violenze sessuali sulle donne, evidenziano che “ 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Inoltre, “Emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni in Italia, le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006.

Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo, ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza”. In situazioni in cui la vittima prova sentimenti d’amore, d’affetto verso l’abusante giustificandolo e apportando opinioni e sentimenti positivi su di esso, quello che spesso si innesca è la cosiddetta “sindrome di Stoccolma”. Tale sindrome evidenzia come pur in presenza di violenze, rapimenti, abusi sulle vittime queste siano capaci di mostrare atteggiamenti e sentimenti positivi sull’aggressore, supportando le ragioni di chi abusa e sentimenti negativi verso il contesto esterno rappresentato da parenti, amici, istituzioni che cercano di sostenere psicologicamente e fattivamente la vittima al fine di ottenerne un allontanamento o rilascio.

Pur essendo in aumento gli abusi sulle donne è bene specificare che, la sindrome di Stoccolma non si riscontra in tutti i casi di violenze, ma permane nelle personalità destrutturate, insicure, poco decise. Tuttavia, le storie di donne che perdonano e continuano ad amare i loro carnefici in Italia sono elevatissime, nonostante il nostro sistema giudiziario si stia attivando per tutelare le donne contro i maltrattamenti fisici e psicologici con leggi studiate ad hoc e l’istituzionalizzazione di centri antiviolenza. Eppure il cammino è ancora molto lungo poiché oltre alle violenze, sono in netto aumento i femminicidi in Italia e nel mondo: la donna è considerata come un oggetto, una proprietà, in una realtà ancora molto maschilista in cui non si accetta l’emancipazione e la libertà della donna stessa. La violenza perpetrata ai danni delle donne è sintomo di potere, di controllo, di dominio dell’uomo incapace di instaurare un rapporto sano, fatto di confronto e condivisione. Attualmente nel territorio italiano si aprono le strade verso un lavoro funzionale, relativo la possibilità di comprendere quali manifestazioni di violenza si effettuano a danno delle donne e in che modo si manifestano, al fine di mettere in campo strumenti di contrasto e prevenzione sostenibili nel tempo, il cui obiettivo è creare un cambiamento radicale positivo nella cultura italiana.

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