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Flash NewsNewsPsicologia del Lavoro

Lo stress lavorativo di terzo livello: il Burnout

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Quando il lavoro è un campo minato che innesca ansie, frustrazioni e suicidio

Le risposte mentale e fisica allo stress lavorativo possono essere infinite, ma la situazione diventa incontrollabile quando agli enormi carichi di lavoro e al cattivo clima lavorativo si associa il totale distacco emotivo e la depersonalizzazione e demotivazione verso il compito svolto. Tale approccio negativo al lavoro è in netto incremento soprattutto in situazioni di precarietà, come è stato dimostrato in una studio condotto da Elena Pirati sulla rivista Social Science &Medicine con conseguenze enormi sia a livello psicologico sia fisico. Questo significa che la sindrome da burnout non riguarda solo gli stressors legati ad un lavoro che non piace o ad un rapporto conflittuale con il proprio capo, ma concerne la stanchezza mentale nel non riuscire più a gestire conflitti di natura etica, morale.

Come riconoscere la sindrome da Burnout?

  1. Presenza di apatia. Recarsi al lavoro senza alcuna motivazione personale è uno dei campanelli d’allarme di tale sindrome. Non si è più energici e ottimisti nel lavoro, l’indifferenza al compito e ruolo svolto possono allontanare il dipendente ad un impegno dato al cento per cento. Quello che si svolge ha perso completamente interesse, per cui si tende al raggiungimento degli obiettivi per dovere, pensando solo di dover uscire dal proprio posto di lavoro.
  2. L’incremento dell’ansia e della paura. Spesso lavorare in gruppo e assicurarsi che i carichi di lavoro siano costantemente smaltiti può generare ansia e attacchi di panico. Ciò succede nel momento in cui non vi è un vero incentivo lavorativo e ci si rende conto che il tempo trascorso in azienda è completamente perso. A ciò può aggiungersi la frustrazione di non essere valutati adeguatamente.
  3. L’emersione del cinismo. Si diventa duri e distaccati emotivamente all’interno del gruppo di lavoro al punto da non avere le energie e spazi mentali per gestire i conflitti generati con altri colleghi. La rabbia e l’aggressività emergono in questa fase seppellendo l’empatia e il confronto verbale.
  4. Il manifestarsi del risentimento, introversione ed isolamento. La frustrazione, l’apatia, il cinismo, portano inevitabilmente alla crescita del risentimento verso gli altri e verso l’azienda. Questa è la fase più complessa e delicata in quanto il dipendente se non aiutato, assume atteggiamenti di esclusione dal gruppo e di introversione ed isolamento che possono sfociare in depressione.

Le condizioni di lavoro estreme spesso sono il motore di avvio al burnout, basti pensare alle morti causate da questo fenomeno, sempre più frequenti in Giappone. Molte di queste morti hanno come comune denominatore l’arresto cardiaco, l’ ictus e nella maggior parte delle volte, avvengono per suicidi. In tali casi il burnout è reputato pericoloso e identificato di “terzo livello” perché induce i dipendenti alla morte. Il fenomeno del burnout non riguarda allora, solo l’uscita dal mondo del lavoro di lavoratori che si ammalano, che scelgono di togliersi la vita o di dimettersi per ricominciare una nuova vita. Con questo termine oggi si identifica anche quella grossa fetta di risorse reputate “invisibili” e che vivono giorno per giorno una situazione di rischio lavorativo che colpisce direttamente la salute psicofisica. Pur esistendo una campagna di prevenzione al burnout molte aziende, sottovalutano il fenomeno e le ingerenze ad esso collegate. La motivazione nel cambiare stile lavorativo e vita, deve emergere direttamente dal dipendente. Ricominciare puntando sulle proprie competenze può essere un grande inizio a tutela del proprio benessere.

 

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Io ludopatico: la dipendenza che mi ha divorato l’anima

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Ho dilapidato il patrimonio di famiglia ma questo non è bastato

Da 5 anni sono un ludopatico. Mi chiamo Samuel e vivo in Calabria. Avevo una bella famiglia, una moglie e tre figli maschi. Oggi  siamo devastati, riusciamo ad incontrarci solo due volte a settimana a causa della mia terapia. Da un anno mi sono affidato ad un centro di recupero, sono impegnato tutto il giorno nel fare un lavoro, corsi creativi e terapia di gruppo e singola. Insomma ho dovuto darmi una regolata, perché ho messo in serio pericolo i miei figli. Avevo un’azienda, degli operai e spesso per noia dopo il lavoro, mi ritrovavo in un bar con degli amici. Li è iniziato tutto, puntare sempre di più alle slot machine era diventata una scommessa. Alle volte ci riunivamo due volte a settimana, il gioco più ambito erano le carte. Mi sono affidato alla sorte, ho perso 250 mila euro al gioco; ho perso anche la mia dignità di uomo, di padre, dilapidando il patrimonio di famiglia, ma questo non mi è bastato. Così facendo ho peggiorato il mio stato di salute ed economico, fino a quando attraverso una associazione contro le dipendenze da gioco, ne sono venuto fuori. Ho fatto a pezzi la mia vita e le persone che mi hanno circondato, per una mia debolezza, per un vezzo che è diventata una dipendenza. Mia moglie per farmi capire quanto mi stessi autodistruggendo, ha dovuto mettermi dinanzi al fatto compiuto: allontanarsi da me con i nostri figli e andare via senza dirmi dove. È stato questo il motivo che mi ha spronato a cambiare atteggiamento e a tirarmi fuori dai guai. Oggi non posso dire che lei si fidi completamente di me. Ma c’è una piccola luce, quella della speranza che mi fa comprendere che Federica c’è ancora, che i miei figli ci sono e ci saranno sempre. La ludopatia è una malattia, non è facile uscirne, bisogna essere consapevole di quello che crea e quanto può essere pericoloso non combatterla. Io sono stato fortunato perché temendo per la mia incolumità e quella della mia famiglia, mi sono affidato a dei professionisti che mi hanno introdotto ad un percorso di crescita e cambiamento. Ho conosciuto delle persone che si sono interessate al mio caso e hanno fatto in modo che io consciamente riprendessi in mano la mia vita. Oggi so capire dove ho sbagliato e so anche che quelle emozioni euforiche, l’eccitamento che ricercavo quando vincevo, altro non erano che la brutta copia di una vita che non mi apparteneva. Le emozioni negative erano sempre li pronte rinsavire nell’istante in cui mi deprimevo, perdevo, quando ero disperato. Oggi non voglio più provare sensazioni ed emozioni del genere, il solo ricordo porta troppa sofferenza. Voglio essere un uomo che lavora, che ha una famiglia, che ama i suoi figli, tutte le cose che possono descrivere una condizione normale di tranquillità, che purtroppo ora non ho. La battaglia che sto portando avanti è contro i miei demoni, contro la mia depressione, le mie paure di uomo, contro questa dipendenza. Credo fortemente che tutto alla fine possa essere ricostruito se lo si vuole davvero, se ci si accetta per gli errori commessi, per la capacità di volersi bene ancora, di amare e non far soffrire chi ci circonda.

#noallaludopatia #dedicatoallamiafamiglia

Se vuoi pubblicare la tua storia scrivi a rd@tooup.com con #stories 

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Hikikomori: gli adolescenti italiani rinchiusi in una stanza

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Il fenomeno psicosociale che dilaga come un virus

Le trappole della mente sono infinite, i pensieri sono labirinti isolati, non c’è una via d’uscita. Molti adolescenti trascorrono le proprie giornate fuori dal resto del mondo, semplicemente rinchiusi nelle mura di casa. Tutto ciò, non è solo un modus operandi in netta crescita sul territorio italiano, ma un vero e proprio fenomeno psicosociale deputato “comportamento a rischio per gli adolescenti”. Pur essendosi propagato nella cultura giapponese, in Europa, il fenomeno definito “ Hikikomori” colpisce all’incirca 30 mila casi in Italia. Le caratteristiche che accomunano gli Hikikomori risultano essere:

  • Rifiuto dal mondo e dalla società. Questi adolescenti non vogliono relazionarsi fisicamente con il mondo esterno, quindi, non sono intenzionati a socializzare. Fattivamente, abbandonano la scuola e non coltivano interessi orientati all’esterno quali sport e attività culturali;
  • Autoreclusione in un piccolo universo. Sono soliti rinchiudersi in camera per lunghi periodi, a volte anche anni, al fine di prendere le distanze dal gruppo dei pari e dalla società;
  • L’utilizzo di Internet come possibile via d’uscita per la propria identità. Alcuni di essi trascorrono dalle 3 alle 5 ore su internet al fine di costruirsi una nuova identità, volta ad una pseudo socializzazione in rete, attraverso l’utilizzo di giochi dalle realtà immersive e social network.

Tale comportamento è causato dal senso di paura e di vergogna nel voler affrontare una realtà che effettivamente non corrisponde al mondo in cui questi adolescenti avrebbero voluto vivere. Ciò significa che esiste una grande dissonanza tra il mondo che essi immaginano e quello che realmente è, al punto tale da non sentirsi pronti nel voler fronteggiare situazioni quotidiane che si esplicano dalla fase scolare, alla comune socializzazione con i compagni. Gli Hikikomori non solo rifiutano il mondo, la socializzazione e le regole imposte, ma solitamente si sentono persi e disorientati, dinanzi ad una società che reputano non appartenergli, ne tantomeno compensare le proprie necessità. Non sentirsi all’altezza o sufficientemente preparati per una società che ostenta la forma, l’estetica, il lusso e soprattutto che non è tutelante di contenuti, principi, valori a favore dell’identità delle persone, di certo predispone, alcuni adolescenti in situazioni critiche e di fragilità, ad una chiusura sociale rischiosa. Il rischio adolescenziale è osservato in questo caso, in quei comportamenti che rigettano la socializzazione a favore dell’isolamento e chiusura mentale, e che in futuro, se non orientati ad un corretto contatto con la realtà, possono esplodere in disturbi di personalità e relazionali legati anche alla pericolosità sociale. Tale fenomeno rientra a far parte delle cosiddette “nuove dipendenze”, il cui effetto psicologico è una vera e propria ipertrofia del Sé. A causa delle nuove tecnologie e degli strumenti ad essi associati, si costruisce un mondo parallelo in cui più facilmente si tende a trasferire tutte quelle aree e bisogni del Sé, che nella realtà è difficile mettere in pratica. Per cui il nuovo Io più forte e tutelato dagli attacchi esterni in rete, riesce ad esplicarsi in totale libertà. L’approccio tecnologico diventa lo strumento-dipendente a favore di tale chiusura sociale e nel caso degli Hikikomori è la nuova realtà su cui poter finalmente essere se stessi. Gli adolescenti invece, che rifiutano anche il contatto con la rete, vivono la chiusura in modo più radicale, rifiutando di scoprire anche realtà parallele nelle quali poter costruire piccole dimensioni interattive. La tristezza e la depressione sono una reazione a tutto ciò che li circonda e che fondamentalmente non li appartiene. L’impresa più ardua è entrare in contatto empatico con chi rifiuta la società, rifiuta l’aiuto e ripudia fondamentalmente, anche quella parte di se incline alle relazioni. Siamo esseri sociali e come tali non possiamo evolvere e accrescere la nostra natura di essere umani, se non riceviamo amore ed empatia, perché è solo attraverso il “riconoscimento” degli atri che comprendiamo realmente chi siamo.

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Il potere della mente: la meditazione a supporto dell’individuo

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Possiamo migliorare il nostro stato psicofisico attraverso la meditazione?

La meditazione è il viaggio interiore che ogni individuo può intraprendere. Rilassa la mente e il corpo, ma soprattutto conduce ad uno stato di quiete se attuata in condizioni di stress ed in presenza di dolore cronico. Sono notevoli i benefici ottenuti attraverso le tecniche di meditazione nei casi di depressione, cancro, attacchi di panico, sclerosi multipla, disturbi dell’umore e di ansia. Ciò che diventa interessante è che attraverso la pratica meditativa si dimostra quanto potere può avere la nostra mente nel riuscire a controllare ed alleviare i sintomi psicofisici derivanti da determinate condizioni di stress, al punto da creare benefici, sollievo eliminando le tensioni spinose che provocano disturbo. Attraverso congruenti tecniche meditative si può:

  1. Migliorare lo stato psicologico e fisico dell’individuo. Tali tecniche se adeguatamente apprese possono essere condotte autonomamente dagli individui in qualsiasi momento si senta la necessità;
  2. Ottenere il vantaggio di giungere al rilassamento mentale e corporeo. La meditazione effettuata nel corretto modo è una terapia psicologica dal basso costo e dai numerosi vantaggi. È necessario che il paziente si senta a proprio agio, sia capace di mettersi in gioco ed abbia fiducia del proprio terapeuta o psicologo al fine di intraprendere il viaggio interiore;
  3. Eliminare le tensioni accumulate durante il giorno. Lo stato di trance che si crea durante il rilassamento permette di rimuovere naturalmente le tensioni del corpo e quelle mentali, incrementando l’ormone della serotonina, capace di influenzare il nostro umore. L’abbassamento di tale ormone infatti, porta ad un incremento di vari disturbi alimentari,  d’ansia e sonno.

La meditazione deve essere condotta con coscienziosità, inoltre, deve essere fortemente voluta dall’individuo che la praticherà. Sono numerosi i riscontri e studi condotti con esito positivo su individui che praticando la meditazione hanno tratto beneficio, in modo particolare dopo un evento grave e traumatico. Esempio di ciò è l’attenuazione del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) da parte dei veterani di guerra degli Stati Uniti. Basti pensare che dopo soli due mesi, c’è stata una notevole diminuzione dei sintomi della depressione e del PTSD, quasi pari al 50%. La meditazione pertanto, se condotta nel giusto modo e sistematicamente, dona enormi benefici, sradicando i sintomi del disturbo, conducendo l’individuo ad una piena gestione delle proprie emozioni ed al controllo dei propri sintomi. È necessario specificare che la meditazione può migliorare il benessere psicologico e corporeo dell’individuo, ma non sostituisce le cure mediche necessarie ad affrontare e curare determinate malattie. Le tecniche di meditazione allenano la mente nel fronteggiare situazioni di elevata difficoltà attraverso il rilassamento e la concentrazione psicofisica, evitando che l’accumulo di stress e il dolore cronico possano alimentare sempre più specifici disturbi. D’altronte è rinomato che la battaglia più grande in presenza di una malattia oppure in condizioni di difficoltà comprovata, risiede nel creare equilibrio e pace interiore.

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L’Isis: organizzazione fascinosa che trascina dentro se menti instabili

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Le personalità dei terroristi: uomini con disturbi sociali e patologie, attratti dalla morte

Il terrore continua a spargere i suoi semi ovunque. La paura, l’incubo di essere colpiti ancora e ancora, continua. Teatri, luoghi di culto, di preghiera, metropolitane, strade, sono il bersaglio ottimale per l’Isis. La psicosi tra le popolazioni cresce, si innalzano i livelli di sicurezza negli Stati; intanto i terroristi riescono a devastare uccidendo, famiglie, uomini, donne, bambini. Queste morti non hanno età, volti e corpi dilaniati, frantumati, tumefatti per il volere di un gruppo fanatico religioso, che inneggia la morte sulla vita. Nessun Dio vorrebbe il trionfo del lato più oscuro dell’uomo, della crudeltà, dell’odio, della cattiveria. La disumanizzazione è come un virus, che può insidiarsi in tutti. Si parla del fatto che tale organizzazione, sia per alcuni soggetti estremamente fascinosa, al punto da riuscire a plasmare le menti, a manipolare a far emergere il peggio del peggio di quello che si possa aspettare.Il tempo passa attraverso mesi di preparazione psicologica e fisica, ad un attacco terroristico. Addestramenti sfiancanti e rigidi sono effettuati per predisporre i futuri attentati. Farsi esplodere non è l’unico metodo utilizzato per creare le morti in massa. L’importante è raggiungere l’obiettivo: uccidere. Dai media abbiamo appreso chi fossero le vittime colpite negli attentati; in contemporanea l’informazione ha riguardato anche gli attentatori, per comprendere le loro inclinazioni sociali, la radicalizzazione a l’Isis e i motivi, che li hanno indotti ad incrementare il rancore e l’odio verso il prossimo. Quali sono le personalità di questi terroristi?A differenza di quello che si possa pensare, nella maggior parte dei casi degli atti terroristici compiuti, tali individui non risultano essere dei reietti della società, ma persone che si sono insidiate nelle città e nei paesi dando una parvenza di “normalità”: uomini tra tanti, nel mondo occidentale. Quello che confonde allora è proprio questo, ovvero la normalità condotta nelle azioni quotidiane, di tutti i giorni. Alcuni di essi, inoltre, mantenevano i rapporti con il califfato e si avvalevano dell’aiuto di altri collaboratori posti in loco, ai quali veniva affidato un compito essenziale: supervisionare il “progetto attentato” e aspettare istruzioni dall’alto. Una minoranza dei terroristi è rappresentata da persone che volontariamente o involontariamente sono “fuori “ dall’integrazione sociale per cui, per essi è risultato facile covare sentimenti di odio e rancore verso il “mondo occidentale”. Ciò che risulta incredibile è constatare che, una buona fetta degli individui che ha attuato un attentato, prima di addentrarsi nell’Isis, soffrisse di depressione, avesse tentato il suicidio e si considerasse lontano dai canoni della società, ma soprattutto, non fosse un religioso islamico praticante.Lasciare il proprio paese e la propria famiglia, sembrava essere un obiettivo per cambiare vita, comune a molte persone. L’instabilità economica e sociale quindi, ha tracciato il percorso verso una organizzazione che finalmente li avrebbe accettati nella totalità: con i loro difetti, i vuoti interiori, disturbi sociali e di personalità. Non si tratta solo di “squilibrati” o di “sociopatici”, ma di persone che hanno trovato nell’Isis una comprensione al loro modo di essere, alla loro personalità, caratterizzata o meno da patologie. L’Isis allora, diventa uno strumento, purtroppo sbagliato, per dimostrare al mondo chi sono. Nel paradosso di essere sostenuti e accettati da una organizzazione terroristica, in realtà, si scopre scavando nelle loro vite, che essi fossero stati già dal principio attratti dalla morte, attraverso varie manifestazioni, ad esempio, i tentativi di suicidio reiterati. Allora, trasferire l’aggressività interna verso l’esterno è come se fosse risultato propiziatorio, a tal punto da credere che uccidere gli “infedeli” a sostegno dell’ Isis, li portasse al compimento di un’opera giusta per se stessi e per altri. La manipolazione condotta su queste menti fragili ed insicure, ha creato una macchina da guerra, in cui i sentimenti di amore, empatia, misericordia, perdono, fratellanza, decadono e vengono sostituiti da l’odio verso l’altro e dalla morte. Tali soggetti plasmati, non sono solo pericolosi, ma rappresentano la punta dell’icerberg, di quello che in massa può essere definito “l’inferno in terra”, poiché, ad essi si sostituiranno per emulazione altri, con odio e cattiveria ancora più esasperata. La conquista del terrore nella normalità della vita è l’obiettivo a cui le organizzazioni terroristiche ambiscono, poiché, influenzare i pensieri in condizioni di alta criticità è più facile; allo stesso modo seminare morte, diventa il risvolto della medaglia di una società disumanizzata e indifferente all’amore.

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I love mastercard: i compratori compulsivi e le loro manie

Shopping compulsivo

Relazione complicata con la propria carta di credito? Lo shopping compulsivo utilizzato per riempire i vuoti della vita

Le vetrine delle città sono strumenti volti a plasmare la nostra mente ad attrarre la nostra attenzione. All’interno di essi regnano vestiti, scarpe, gioielli, borse, macchine bellissime, tutti oggetti dei quali ci sembra di non poter fare a meno. Allora cresce l’impeto, la voglia, l’attrazione verso un qualcosa che si vuole a tutti i costi, ma ciò che risulta interessante non è possedere l’oggetto desiderato, ma ottenere il piacere attraverso l’atto di spendere. La carta di credito non diventa solo lo strumento di pagamento che permette l’acquisto immediato di ciò che si vuole, ma è il gap tra il un problema compulsivo e l’eventuale depauperamento economico. Quali sono gli elementi che permettono di capire di avere un impulso allo shopping? Tra gli elementi principali vi è la voglia irrefrenabile di voler acquistare un qualcosa di indubbia necessità; infatti, tale impulso emerge appena si osserva un oggetto che cattura l’attenzione e che agli occhi del compratore può essere seducente, accattivante ma in realtà non fondamentale. Un altro elemento è da ricondurre alla capacità da parte del compratore compulsivo, di giustificarne l’acquisto e mutare il concetto da “non necessario” a necessario per le proprie esigenze, attribuendo giustificazioni relative all’acquisto non sufficientemente chiare. L’aspetto incredibile sta nella scarsa capacità e volontà di questi individui, non solo di dare un valore o un peso all’oggetto acquistato, ma di ignorare sistematicamente lo spreco di denaro, affiancato a tale impulso che toccherebbe nel futuro la catastrofe economica. L’indebitamento e depauperamento economico al momento dell’acquisto, non viene considerato. Con la compensazione del desiderio iniziale e lo svuotamento delle sensazioni positive, quali euforia ed eccitamento, vi è l’emersione del senso di colpa inerente l’oggetto acquistato, perché finalmente reputato inutile, oltre che del denaro speso. Questa sensazione di vuoto interiore viene sostenuta da emozioni negative quali tristezza, malinconia associate ad ansia e depressione. È proprio nella fase di criticità che si innesca la cosi detta “crisi d’astinenza” da acquisto compulsivo. Durante tali momenti, i compratori dovrebbero trattenersi dal non ricadere nuovamente nello shopping, per cercare e stimolare più volte le loro emozioni positive. Tale condizione promuove frustrazione, sbalzi repentini d’umore, ma soprattutto affina l’impulso compulsivo e la fissazione destinata all’acquisto. Dal punto di vista clinico, il disturbo al controllo degli impulsi può essere cagionato, dal mal funzionamento della produzione della serotonina. Tale alterazione porterebbe a vari disturbi tra cui il non controllo dell’impulsività, dal quale ha origine la soddisfazione immediata di una necessità anche se superflua. In mancanza di tale disfunzione, la spiegazione è da ricondurre allo sviluppo di comportamenti definiti “ossessivi”, in quanto la fissazione sorta, permane a causa della presenza di ansie che devono essere necessariamente acquietate. Le ansie derivano da insicurezze interiori, mancanze affettive, vuoti emozionali da compensare. Fondamentalmente questo disturbo è causato da una svalutazione della propria personalità e dalla perdita di autostima, per cui lo shopping compulsivo oltre ad essere un atteggiamento volto a scaricare lo stress e le ansie, diviene un modo per attirare inconsapevolmente l’attenzione su se stessi.

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Abbandonati all’altare: il fenomeno ripreso nei film diventa una storia reale infrangendo i cuori di molti

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L’altare un ostacolo insormontabile. È meglio scappare?

L’incubo che diviene realtà, quella realtà atroce e lenta racchiusa in un solo momento, difficile da cancellare: non ritrovare il futuro sposo all’altare il giorno del proprio matrimonio. Non siamo dinanzi ad una scena del film” Sex and the City” in cui Carrie distrutta nei sentimenti è in lacrime perché Mr.Big è fuggito dalla promessa del matrimonio. Siamo in un contesto italiano, in cui ci si rende conto che tutto ciò accade anche ai comuni mortali e frequentemente. La domanda che ci si pone è: perché abbandonare la persona “amata” il giorno del matrimonio? Perché non voler evitare questo scempio e confessare che non si ama più il partner prima della fantomatica unione? Quello che si può pensare è che la fuga, magari potrebbe essere dettata dall’ansia, sintomo di una non responsabilità nell’affrontare il matrimonio. Le paure nel trascorrere una vita insieme, trapelano e si materializzano soprattutto durante l’atto destinato alla formalità. Il matrimonio rientra in queste formalità e può rappresentare per molti un cammino difficile ed ostico, soprattutto quando si è convinti che la persona che si affianca, non sia quella giusta. L’immaturità inoltre, supporta abbondantemente atteggiamenti dediti alla fuga; in questo caso una persona immatura evita il confronto, il problema e tende a procrastinare o a raggirare l’ostacolo. Oltretutto solitamente chi fugge da situazioni del genere adotta strategie di difesa sostenute da menzogne; infatti si possono notare comportamenti quotidiani “normali” fino a qualche giorno prima, quando in realtà si scopre magari proprio il giorno del matrimonio, che il futuro sposo è scappato via con un’altra donna. Le storie parallele non sono rare in questi contesti. I motivi che portano a non interrompere la relazione prima del matrimonio sono legati a volte alla superficialità con cui vengono affrontate le cose, alla enorme considerazione che si ha di se stessi e che conduce alla sopravvalutazione della propria persona.In forma egoistica si pensa che probabilmente è meglio continuare pur avendo qualche dubbio, perché in quel momento il partner può far “comodo” in tutte le sfaccettature della vita di coppia. A questo inoltre, si associano motivi legati al tradimento per cui si spera che la storia clandestina possa terminare prima del matrimonio, o che addirittura possa continuare, quindi, egoisticamente si tende sempre a soddisfare per primi i propri bisogni escludendo la sofferenza che si può cagionare all’altro individuo. I dati Istat di novembre del 2015 riconducibili all’indagine effettuata nel 2014, evidenziano un calo delle nozze sul territorio italiano a partire dal 2008, di circa 57.000 unità. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.335. Lo scenario degli ultimi vent’anni mette in luce un aumento delle separazioni del 70,7% mentre i divorzi sono raddoppiati. La componente economica sfavorevole può agire come con-causa nello scioglimento dei matrimoni, portando ad un peggioramento della vita familiare nella quotidianità.Tuttavia sono anche cresciuti i casi di persone abbandonate sull’altare, che hanno chiesto un risarcimento dinanzi al giudice, riuscendolo ad ottenere. Si specifica che tale risarcimento non comprende il danno psicologico, morale o “sentimentale”, poiché in situazioni ante- matrimonio questo non può essere quantificato in termini giuridici. D’altra parte, in realtà quello che interessa è proprio la valutazione del danno subito, della beffa ricevuta.Il prodotto di un amore infame, sofferente ed ingiusto lascia alla fin dei conti, una quantità di lacrime, di denaro sprecato, preparativi curati nei minimi particolari e partner che si sentono truffati, perché hanno sempre creduto nell’amore vero, fatto di coraggio di supporto, di condivisione e lealtà. Per amore naturalmente non si muore, ma di sicuro queste storie insegnano che quando si crede davvero in un sogno e nell’altra persona, mai e poi mai si può mettere in discussione tutto; i castelli di sabbia si sgretolano facilmente e non piacciono a nessuno.

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Carichi di lavoro eccessivi con stress in netto incremento? Oggi non si parla più solo di stress lavoro correlato ma anche di risarcimento

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I sintomi clinici dello stress cagionato al lavoro, possono essere valutati e quantificati clinicamente ai fini di un risarcimento

Stanchi degli enormi carichi lavorativi possiamo sentirci spossati, fiacchi, privi di forze psicologiche e fisiche. Sopportare sistematicamente situazioni aziendali in cui si è sottoposti a straordinari o mole di lavoro altissima da smaltire, apre la strada a ciò che viene comunemente definito “stress lavoro correlato”. Percepire e vivere lo stress lavorativo, ormai sembra essere diventato un luogo comune. In realtà nonostante molte aziende debbano conformarsi alla legge che tuteli la sicurezza e la salute lavorativa in Italia (Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81), a livello interno ciò non diviene una costante, quindi non accade con così tanta rigidità. Frequentemente le condizioni di criticità economica in cui ci troviamo sono talmente altalenanti, che sentirsi dire “è già tanto che hai un lavoro” risulta essere la soluzione migliore nel contesto di riferimento in cui si vive. E allora emergono i casi di morti bianche sul lavoro, di suicidi, di malattie degenerative, di sintomi clinici perenni e acuti. Il dramma delle famiglie italiane è rappresentato in parte, dal fatto che l’unico individuo con un lavoro, risulti essere anche ammalato. Questi sono i casi in cui curarsi è complicato, se non in condizioni in cui, si sono accantonati dei risparmi o si ha una discreta disponibilità economica; inoltre, ricercare la causa scatenante è impresa ardua e quasi impossibile. Gli ingenti carichi di lavoro che portano a continuo stress lavorativo, possono essere la causa di una malattia? La risposta è si. Dimostrare che tali carichi di lavoro provochino stress e quindi siano la fonte di forti sintomi clinici, può essere effettuato, ma è necessario muoversi con parsimonia. In Italia ci sono leggi che tutelano la salute psicofisica dell’individuo; l’aspetto interessante è dettato dalla valutazione dei rischi eletti come cardini fondamentali, per proseguire con l’accertamento clinico. Questo significa che le condizioni di lavoro del lavoratore sono “ reputate critiche” perché non conformi alla legge (art. 2087). Gli individui che rientrano nei casi in cui viene comprovato lo stress in azienda, hanno diritto ad un risarcimento. In questa fase è importante la prevenzione al rischio lavorativo, poiché, pur essendoci alla base accordi tra il lavoratore e il datore di lavoro delle ore di straordinario da effettuare, oppure dei carichi di lavoro da gestire, essi non escludono la possibilità di avanzare un risarcimento. La salute della persona è la priorità in una azienda: essere “sani psicologicamente e fisicamente” significa garantire la produttività. La valutazione dello stress lavoro correlato viene effettuata attraverso il documento deputato a questo, redatto da l’Inail; utilizzato dalle aziende per constatare la presenza di stress nei dipendenti, legata alla propria mansione. Lato aziendale, l’obiettivo è in caso di esito positivo, lo sviluppo di interventi correttivi di prevenzione. I sintomi emergenti che permettono di evidenziare una situazione di stress, sono riconducibili a insonnia, ulcera, tachicardia, difficoltà di concentrazione, tremori, emicranie, vertigini, apatia. Può succedere che lo stress lavorativo sia talmente elevato, da essere dirottato anche nella vita privata, diventando la causa di problemi familiari, di amicizia, di integrazione sociale. Lo stress lavorativo è fonte di isolamento sociale, aggressività, agitazione, ansia, nervosismo, depressione. Tutto ciò aumenta i sentimenti di odio, rancore, verso l’azienda, associati spesso alla riluttanza nel recarsi sul posto di lavoro e portare a termine gli obiettivi assegnati. Combattere lo stress lavorativo derivante da condizioni lavorative disumane è fondamentale, soprattutto se esso è associato ad un intervento correttivo aziendale destinato alla prevenzione del rischio. Come contropartita il dipendente ha la possibilità una volta accertata e documentata clinicamente la situazione portatrice di stress, di ottenere un adeguato risarcimento economico.

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