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Mio figlio vittima di bullismo: a scuola si parla del fenomeno “full”, cosa fare?

bullying

Quando i fenomeni di denigrazione psicosociale si espandono a scuola e si materializzano con il bullismo.

Genitori, figli, insegnanti, ragazzi, fratelli, frequentemente utilizzano la parola bullismo, per delineare le prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei. Il “bullismo” mette inquietudine e ciò che più sconvolge è l’evoluzione del fenomeno in contesti scolastici, che hanno l’obbligo e il dovere di tutelare i ragazzi. Il bullismo tesse una rete infima e si manifesta con molteplici sfaccettature infatti, può essere diretto, indiretto, fisico, verbale, psicologico, ed elettronico, attraverso cioè l’ausilio delle nuove tecnologie, si paventa in cyberbullying. I genitori dei bulli e delle vittime solitamente sono all’oscuro di quello che succede a scuola e di come i propri figli possano comportarsi nei confronti di altri coetanei. Questa situazione allora, diventa pericolosa quando, oltre ad evidenti segni fisici frutto del bullismo, ci sono sintomi psicologici gravi associati a minacce verbali, offese e calugne. Ogni azione e reazione del bullismo porta all’identificazione di un nuovo fenomeno psicosociale che rappresenta brevemente la malvagità perpetrata. Attualmente pertanto, possiamo parlare del fenomeno “full” per designare quell’atto di bullismo compiuto da un gruppo di ragazzi verso una sola vittima, costretta per ingiurie e minacce a rimanere in piedi per un tempo determinato stabilito dai bulli e a sedersi secondo le loro direttive, per vedersi poi sottratta la sedia sulla quale avrebbe dovuto perlomeno appoggiarsi. Il fine è far cascare per terra la vittima almeno due tre volte, con l’obiettivo di divertire gli altri e mostrare la capacità di manipolare e controllare i partecipanti del gioco. Al cadere per terra tutto il gruppo esclama la parola “full” evidenziando non solo la vittoria manifestatasi attraverso la “sottrazione della sedia” ma la fine di un raggiro psicologico che si è chiuso, completato con la denigrazione nei confronti della vittima. Questa conduzione del bullismo rappresenta la presa di una leadership da parte del ragazzo più forte fisicamente, capace di dettare le regole del gruppo a discapito degli altri. L’unico modo per evidenziare il suo potere è instaurare una relazione distorta verso la realtà e il contesto scolastico e sociale in cui si vuole integrare e fare gruppo. Allo stesso modo il ragazzo che ha subito il bullismo, pur di non ricevere percosse e molestie psicologiche dinanzi ad un gruppo, cade volontariamente o involontariamente nella trappola, subendo. Cosa fare in situazioni come queste di bullismo scolastico? In veste di genitori e anche di alunni, ma soprattutto di vittime di bullismo, è necessario informare in brevissimo tempo la scuola delle dinamiche e vicende sviluppatesi. L’Istituzione scolastica con l’aiuto di un esperto, effettuerà una campagna contro il bullismo carpendo quali sono le falle, i comportamenti che alimentano questa tipologia di azioni nelle aule. La collaborazione degli insegnanti permetterà la promozione di sessioni di informazione che evidenzieranno le difficoltà riscontrate dai ragazzi all’interno delle scuole e i vari risvolti psicologici derivanti dal bullismo. La cultura dell’informazione scoraggia i fenomeni di bullismo nelle forme lievi e più acute. In modo particolare un gran lavoro dovrà essere effettuato anche in famiglia da parte delle figure genitoriali, che spesso negano l’assunzione dei loro figli di comportamenti denigratori e distruttivi, attuati verso i coetanei. Essere consapevole di non conoscere a perfezione i propri figli non fa del genitore una persona cattiva, distratta o disinteressata, ma permette di avvicinarsi ad un mondo sconosciuto come quello ad esempio adolescenziale, nel quale la realtà risulta essere più complicata del solito. Attuare con il proprio figlio un percorso di riconoscimento dei valori sociali e dei comportamenti “normati” anche con l’aiuto di uno psicologo, consente di ottenere dei risultati importanti sul piano della salute psicofisica del ragazzo e dell’intera famiglia. Le statistiche descrivono l’emersione del fenomeno in Italia dai 7 ai 17 anni d’età, reputando le dinamiche psicologiche che le caratterizzano come molteplici. Il mondo circostante fatto di istituzioni, impone il rispetto delle regole a causa delle quali spesso si viene valutati. Diventa a questo punto importante identificarsi con un gruppo di coetani che hanno le stesse esperienze e problematiche, al fine di essere compresi, rispettati e stimati. Il fenomeno del bullismo, ha come finalità la strumentalizzazione di tale dinamiche psicologiche per giustificare la presenza di comportamenti agiti, volti all’annientamento fisico e psicologico dei più deboli.

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Lo psicologo: il medico dei pazzi?

Allegato1

Sfatiamo i luoghi comuni

Nell’immaginario collettivo lo psicologo è spesso considerato “il medico dei pazzi”. L’idea comune è che ci sia qualcosa che non vada dentro di noi, che non si stia veramente bene con se stessi, che si è sull’orlo del precipizio o semplicemente non si veda più la realtà con obiettiva lucidità, poiché, il timore alla fine è sentire conclamata o accreditata una pazzia, una patologia, una non normalità. Che cos’è allora la normalità? è difficile attribuire un significato alla normalità in questo contesto ricco di mutamenti; tuttavia esistono i comportamenti normati pubblicamente condivisi dalla società, costruita a sua volta da leggi e regole che indirizzano l’uomo alla comune e civile convivenza. Per cui ci si chiede se sia sufficiente non rientrare in questi canoni per essere etichettati con manie, fobie, pensieri ossessivi o comportamenti non normati, spesso trascinati da qualche sprazzo di pazzia. L’uomo tende a utilizzare queste etichette per difendersi da una realtà troppo diversa dalla propria, orientando i meccanismi di difesa verso l’esterno, ovvero verso quegli individui che non considera uguali a se stesso a al gruppo dei pari a cui appartiene. Nei contesti in cui siamo abituati a relazionarci, la funzione dello psicologo è quella di comprendere la “diversità presente in ogni persona” di portarla alla luce e di fare in modo che si possa lavorare su di essa, perché mostrare le proprie fragilità e debolezze diventa un atto di coraggio e di cambiamento. Lo psicologo per tanto è il medico dei temerari, degli audaci, degli irrisoluti, di tutti coloro i quali vogliono lavorare sulle proprie debolezze e sono pronti ad intraprendere un percorso di evoluzione interiore, il cui fine è l’arricchimento e la stabilità psicofisica dell’uomo.

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