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Love & FriendshipNewsPsicologia del Lavoro

Il fenomeno dell’emigrazione italiana verso l’Europa, le necessità delle generazioni che cercano lavoro.

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Fuga di cervelli: cause e risvolti psicologici nel contesto italiano

L’Italia è una terra meravigliosa. Le bellezze che la rappresentano sono uniche al mondo proprio come gli italiani. In questi ultimi anni di crisi economica, gli italiani attualmente prediligono le esperienze culturali e lavorative verso l’Europa. Basti pensare che secondo i dati Istat di dicembre del 2014 l’aumento delle emigrazioni italiane nel 2013, corrisponde a 82 mila unità, di cui il 30% del totale degli individui è in possesso di laurea; le mete ambite sono il Regno Unito, la Germania, la Svizzera e la Francia. In modo particolare il Regno Unito è la meta preferita dei laureati in cerca di lavoro e di stabilità economica. Le stime Istat del 2015 riguardano invece oltre i 100 mila espatri. Le motivazioni che portano gli italiani all’espatrio, non sono da attribuire solo alla possibilità di ottenere un lavoro che soddisfi economicamente le proprie necessità, ma all’accettazione e valorizzazione del capitale umano. Questo significa che la fuga dei cervelli trova una spinta motivazionale che non è meramente economica, bensì è da ricercare nella soddisfazione lavorativa e nello sviluppo e crescita professionale. Lo sviluppo del capitale umano è un aspetto inestimabile per uno Stato, ed il fatto che gli italiani si sentano più apprezzati all’estero che nel loro stesso Paese di origine è molto grave. In modo particolare gli elementi che inducono ad un progetto estero futuro, sono racchiusi nella possibilità di valutare la nazione di accoglienza come tecnologicamente avanzata, al punto da supportare con i giusti strumenti il lavoro a cui si ambisce. Esempio di ciò, è il circuito di valorizzazione capitalista della Germania che pretende parallelamente allo sviluppo delle persone, lo sviluppo tecnologico. Quest’ultimo infatti è portatore di una richiesta sempre più elevata di risorse umane qualificate e specializzate. Attualmente l’ emigrazione è caratterizzata da elevati livelli di scolarizzazione e competenze, mentre le proiezioni dello scenario futuro coniugano al lavoro, livelli mediamente alti di competenza diffusa. Nel caso dell’Italia, se non dovesse riuscire ad adattarsi a questi importanti indicatori socio-tecno-economici, rischierebbe di essere collocata sui livelli medio-bassi della divisione internazionale del lavoro, con gravi carenze soprattutto a livello demografico e di competenze. Gli ammortizzatori di integrazione sociale e lavorativa messi a disposizione dell’Italia, in quest’ultimo decennio non sono risultati sufficienti nel sostenere le risorse umane. L’incapacità nel saper valutare e valorizzare adeguatamente il capitale umano rappresenta sia in termini economici che psicosociali, una condizione estremamente preoccupante per l’Italia. Quello che ci riguarda è uno scenario simile al dopoguerra, vale a dire, con risorse in cerca di lavoro in alto incremento, rispetto alla macchina industriale attiva. I risvolti psicologici da parte di uno Stato che fallisce, in quanto non sufficientemente preparato a supportare le risorse presenti e future, sono talmente elevati da creare una vera e propria “psicosi generazionale alla fuga”. La possibilità di investire su nuovi sistemi di valutazione delle risorse e di integrazione lavorativa, nelle quali i sistemi solidi del clientelismo decadrebbero, rappresenterebbe un primo traguardo per l’Italia. Tali asset avrebbero funzionalità se fossero associati, a politiche di cooperazione internazionale, vantaggiose per la nostra Nazione e per le altre Nazioni Europee, all’interno delle quali la circolarità delle competenze, farebbe da padrona.

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Il desiderio di amputarsi una gamba o essere paraplegici: l’emblema della non accettazione di parti del proprio corpo

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Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è una condizione rara ma reale

Desideriamo ricorrentemente avere una vita fatta di certezze, di normalità, quali la salute, un lavoro, una casa. Non riusciamo a spiegarci poi come altri individui reputino fondamentale per loro, desiderare aspetti e condizioni magari troppo diversi o estremi dai nostri. Un piccolo gruppo di persone ha dato voce al proprio desiderio attraverso alcuni forum, blog, sino a trovare la massima espressione sul sito Biid.org in cui viene descritto il disturbo dell’identità dell’integrità corporea ovvero Body Integrity Identity Disorder (BIID). Questo disturbo evidenzia una discrepanza tra l’immagine corporea mentale e il corpo fisico. Ciò significa che gli individui che soffrono di tale disturbo non riconoscono come proprie e quindi rifiutano, alcune parti del proprio corpo. Tale condizione li porta a desiderare fortemente l’amputazione ad esempio di un arto o la lesione del midollo spinale, al fine di rimanere paraplegici. A quanto pare la situazione ideale per loro è data dal sentirsi a tutti gli effetti una persona disabile. Il desiderio è talmente intenso che al rifiuto medico dell’amputazione dell’arto, piuttosto che della lesione del midollo spinale, questi possono auto-mutilarsi, rischiando di perdere la vita. Il loro modo allora di interagire con la società è la simulazione alla disabilità. Un caso di grande riscontro mediatico è stato rappresentato dalla donna e ricercatrice inglese Chloe Jennings-White, la quale pur potendo deambulare dopo un incidente stradale in cui era rimasta illesa, ha colto l’ occasione per esprimere nella sua completezza il desiderio di divenire paraplegica. Per cui ha deciso di recarsi al lavoro e svolgere le proprie attività quotidiane sulla sedia a rotelle. Consapevole di avere il disturbo “biid” ha avuto il coraggio di esporsi e raccontare ai suoi cari e a i suoi amici la verità, esprimendo la volontà di necessitare di un supporto specialistico. La sua storia oltre ad incuriosire molte persone, ha creato un effetto calamita su altre, affette dallo stesso disturbo, le quali adesso sono a conoscenza dello studio condotto sul disturbo e contemporaneamente possono condividere esperienze ed essere aiutate. La causa della percezione erronea del proprio corpo e della sua rappresentazione, nella maggior parte dei casi può essere associata ai danni a livello della corteccia premotoria. Si reputa inoltre che tale desiderio possa essere spiegato da un imprinting avuto durante l’infanzia con delle persone care disabili. Per cui la percezione della normalità corporea è associata, all’immagine del parente disabile, sino a da desiderare con il tempo la stessa condizione. Questi individui vivono con grande difficoltà la loro quotidianità, perché smaniosi di poter realizzare il proprio desiderio. Pur essendo un disturbo raro, gli individui che ne soffrono, spesso si affacciano alla psicoterapia non ottenendo grandi cambiamenti. Di qui la scelta per una buona parte di essi di farsi del male, poiché accecati dallo status di disabilità che vogliono raggiungere, procurandosi dei gravi danni, mettendo a repentaglio la loro vita.

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L’Isis: organizzazione fascinosa che trascina dentro se menti instabili

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Le personalità dei terroristi: uomini con disturbi sociali e patologie, attratti dalla morte

Il terrore continua a spargere i suoi semi ovunque. La paura, l’incubo di essere colpiti ancora e ancora, continua. Teatri, luoghi di culto, di preghiera, metropolitane, strade, sono il bersaglio ottimale per l’Isis. La psicosi tra le popolazioni cresce, si innalzano i livelli di sicurezza negli Stati; intanto i terroristi riescono a devastare uccidendo, famiglie, uomini, donne, bambini. Queste morti non hanno età, volti e corpi dilaniati, frantumati, tumefatti per il volere di un gruppo fanatico religioso, che inneggia la morte sulla vita. Nessun Dio vorrebbe il trionfo del lato più oscuro dell’uomo, della crudeltà, dell’odio, della cattiveria. La disumanizzazione è come un virus, che può insidiarsi in tutti. Si parla del fatto che tale organizzazione, sia per alcuni soggetti estremamente fascinosa, al punto da riuscire a plasmare le menti, a manipolare a far emergere il peggio del peggio di quello che si possa aspettare.Il tempo passa attraverso mesi di preparazione psicologica e fisica, ad un attacco terroristico. Addestramenti sfiancanti e rigidi sono effettuati per predisporre i futuri attentati. Farsi esplodere non è l’unico metodo utilizzato per creare le morti in massa. L’importante è raggiungere l’obiettivo: uccidere. Dai media abbiamo appreso chi fossero le vittime colpite negli attentati; in contemporanea l’informazione ha riguardato anche gli attentatori, per comprendere le loro inclinazioni sociali, la radicalizzazione a l’Isis e i motivi, che li hanno indotti ad incrementare il rancore e l’odio verso il prossimo. Quali sono le personalità di questi terroristi?A differenza di quello che si possa pensare, nella maggior parte dei casi degli atti terroristici compiuti, tali individui non risultano essere dei reietti della società, ma persone che si sono insidiate nelle città e nei paesi dando una parvenza di “normalità”: uomini tra tanti, nel mondo occidentale. Quello che confonde allora è proprio questo, ovvero la normalità condotta nelle azioni quotidiane, di tutti i giorni. Alcuni di essi, inoltre, mantenevano i rapporti con il califfato e si avvalevano dell’aiuto di altri collaboratori posti in loco, ai quali veniva affidato un compito essenziale: supervisionare il “progetto attentato” e aspettare istruzioni dall’alto. Una minoranza dei terroristi è rappresentata da persone che volontariamente o involontariamente sono “fuori “ dall’integrazione sociale per cui, per essi è risultato facile covare sentimenti di odio e rancore verso il “mondo occidentale”. Ciò che risulta incredibile è constatare che, una buona fetta degli individui che ha attuato un attentato, prima di addentrarsi nell’Isis, soffrisse di depressione, avesse tentato il suicidio e si considerasse lontano dai canoni della società, ma soprattutto, non fosse un religioso islamico praticante.Lasciare il proprio paese e la propria famiglia, sembrava essere un obiettivo per cambiare vita, comune a molte persone. L’instabilità economica e sociale quindi, ha tracciato il percorso verso una organizzazione che finalmente li avrebbe accettati nella totalità: con i loro difetti, i vuoti interiori, disturbi sociali e di personalità. Non si tratta solo di “squilibrati” o di “sociopatici”, ma di persone che hanno trovato nell’Isis una comprensione al loro modo di essere, alla loro personalità, caratterizzata o meno da patologie. L’Isis allora, diventa uno strumento, purtroppo sbagliato, per dimostrare al mondo chi sono. Nel paradosso di essere sostenuti e accettati da una organizzazione terroristica, in realtà, si scopre scavando nelle loro vite, che essi fossero stati già dal principio attratti dalla morte, attraverso varie manifestazioni, ad esempio, i tentativi di suicidio reiterati. Allora, trasferire l’aggressività interna verso l’esterno è come se fosse risultato propiziatorio, a tal punto da credere che uccidere gli “infedeli” a sostegno dell’ Isis, li portasse al compimento di un’opera giusta per se stessi e per altri. La manipolazione condotta su queste menti fragili ed insicure, ha creato una macchina da guerra, in cui i sentimenti di amore, empatia, misericordia, perdono, fratellanza, decadono e vengono sostituiti da l’odio verso l’altro e dalla morte. Tali soggetti plasmati, non sono solo pericolosi, ma rappresentano la punta dell’icerberg, di quello che in massa può essere definito “l’inferno in terra”, poiché, ad essi si sostituiranno per emulazione altri, con odio e cattiveria ancora più esasperata. La conquista del terrore nella normalità della vita è l’obiettivo a cui le organizzazioni terroristiche ambiscono, poiché, influenzare i pensieri in condizioni di alta criticità è più facile; allo stesso modo seminare morte, diventa il risvolto della medaglia di una società disumanizzata e indifferente all’amore.

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Il rientro dalle vacanze: può generare conflitto interiore e portare a stress e depressione

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Le cause che generano sentimenti negativi al rientro delle vacanze

La gestione del tempo è l’elemento principale per la ripartizione di compiti da svolgere durante la giornata. Essere organizzati probabilmente permette di assolvere la maggior parte dei doveri quotidiani. È fondamentale tra le altre cose, riuscire a svolgere delle attività di svago, culturali, di divertimento, avere insomma degli hobby, passioni, che permettano di distaccarci dagli eventi sistematici della settimana, quali ad esempio il lavoro. Le vacanze rappresentano il momento in cui finalmente abbiamo il diritto di dedicarci del tempo e fare ciò che ci piace di più. Tuttavia, spesso può accadere che le aspettative inerenti la vacanza programmata siano molto alte, per cui in mancanza di elementi oggettivi e positivi, ci si sente delusi, tristi. D’altro canto può anche succedere che per quanto la vacanza sia stata rilassante e magnifica, al rientro da essa si scatenino emozioni negative dovute alla consapevolezza di dover ricominciare con le solite attività quotidiane, caratterizzate da ritmi incalzanti, soprattutto quando si vive in città. Le cause che portano all’emersione di sentimenti negativi in fase post vacanza sono da attribuire ad un vero e proprio” conflitto interiore”, in quanto, in entrambi i casi si è consapevoli del fatto che il tempo speso per se stessi e quindi, per rilassarsi e godersi la vacanza è sempre meno, rispetto a quello che si avrebbe voluto. La ripresa della vita di tutti i giorni, fatta di ostacoli, problematiche, lavoro, attiva nell’individuo picchi emozionali che scrollano l’organismo, al punto tale da ottenere una reazione. Solitamente il coinvolgimento psicologico che genera la “risposta”è provocato da un evento scatenante e stressante. Per tale ragione le reazioni che si possono ottenere sono due: consistono nel “fronteggiare o fuggire” dinanzi allo stimolo stressante. Lo stress non è un da sottovalutare soprattutto quando è portatore di ansia, tristezza, depressione, poiché si tende a non osservare la realtà in modo distorto e a cadere in un turbinio di sensazioni ed emozioni sempre più negativi. Al fine di non cadere nella trappola della chiusura emotiva, in primo luogo è necessario organizzare il proprio tempo nel giusto modo, per non accumulare impegni difficili e ostici al rientro delle vacanze. La consapevolezza inoltre, che la vacanza è solo una parentesi della nostra vita, che non può avere una durata infinita, permette di affrontare con più lucidità gli espedienti quotidiani. La persistenza in fase post vacanza di emozioni e sentimenti negativi, solitamente dovrebbe far riflettere sulle cause che innescano tipologie di comportamento e reazioni psicologiche. Questo significa che, con il tempo, il minimo cambiamento collocato fuori dall’attività quotidiana può scombussolare e creare difficoltà nel recupero di azioni giornaliere. Le ragioni sono da osservare a monte, ovvero, non da conferire all’esperienza della vacanza o alla fase da rientro sempre più traumatizzante; ma probabilmente allo stile di vita che si conduce, il quale non è perfettamente in linea con ciò che davvero si desidera. Dinanzi ad alcuni eventi della vita si può reagire in modo diverso, pur conducendo la stessa esperienza, questo perché con il tempo, consciamente o inconsciamente le necessità e i bisogni individuali cambiano. Il cervello sistematicamente lancia dei segnali e delle richieste d’aiuto, attraverso reazioni psicologiche precise. Imparare ad ascoltare tali reazioni psicologiche ed emotive è il primo passo, per effettuare un cambiamento e comprendere come intraprendere percorsi di vita differenti, volti al nostro benessere psicofisico.

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Pokémon go: la realtà virtuale e quella reale si fondono in un gioco

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Reazioni psicologiche inconsulte? Cosa succede dal punto di vista emotivo

La realtà virtuale e quella reale finalmente si fondono attraverso il nuovo gioco per apple e android: Pokémon go. La presenza di gps e fotocamera permettono ad un avatar costruito ad hoc rappresentato dal giocatore, di muoversi liberamente nel campo, geolocalizzando la propria posizione. L’obiettivo è interagire con i simpatici mostriciattoli dal nome Pokèmon, in qualsiasi punto si materializzano dopo averli individuati con la fotocamera. Lo scopo è catturare i Pokèmon superando vari livelli fatti di sfide, raggiungere la qualifica di allenatore per creare il proprio team, costituito magari da amici che giocano a loro volta. Conquistare nella fase successiva le palestre geolocalizzate, all’interno delle quali si effettuano i vari combattimenti è uno step fondamentale. La novità del gioco sta nell’elemento gps, vale a dire nell’aspetto della geolocalizzazione; inoltre vi sono le palestre o poké stop identificati nei luoghi di culto. Importante è l’interazione con i Pokèmon che emergono dall’immagine che si inquadra in quanto catturarli non è solo un obiettivo ma è effettuare una nuova esperienza e giungere allo step successivo. Quello che si nota in questo gioco è la possibilità da parte dei giocatori di creare collaborazioni nei team, mediante l’allenamento e lo scambio dei pokèmon. Da non sottovalutare l’incontro dei giocatori nei luoghi di culto, per effettuare partite competitive, la cui finalità subliminale è la conoscenza di persone nuove, che si ritrovano goliardicamente a condividere uno spazio reale e virtuale in cui divertirsi. Allo stesso tempo il gioco mette in guardia proponendo la scritta: “Ricorda durante il gioco presta sempre attenzione all’ambiente che ti circonda”. Ciò evidenzia che il giocatore dovrà sempre avere livelli di attenzione elevati, poiché la realtà con cui si interfaccia è il frutto della sovrapposizione tra reale e virtuale, quindi è necessario distaccarsi da esso per comprendere cosa si sta facendo, dove si sta andando e in che modo interagire. Le reazioni psicologiche al gioco portano inevitabilmente ad un trasferimento delle emozioni che si provano nella realtà, direttamente nel virtuale, dal momento che si tratta di una esperienza quasi del tutto immersiva. Per tale motivo è necessario innalzare i livelli di vigilanza, oltre che giungere verso l’elaborazione dei dati coerenti, frutto dall’ambiente esterno e del gioco. Per “vincere” è fondamentale attuare strategie efficaci. L’iniziale euforia, lascia spazio all’eccitazione e ad umori altalenanti.Il pericolo potrebbe essere rappresentato per molti, dall’impossibilità di saper distinguere la realtà dalla fantasia, proprio perché l’interazione con il gioco è continua e sistematica. Ad esso si associa l’incertezza di non riuscire a prestare così tanta attenzione all’ambiente esterno, al punto da danneggiare se stessi e gli altri. Oggi, pur essendo informatizzati attraverso il web, in verità per certi versi, non siamo ancora del tutto stati educati ad una interazione continua ed immersiva con il virtuale, per cui l’interrogativo che ci si pone è il seguente: siamo preparati ad accusare i colpi di una realtà in continuo cambiamento, nella quale le azioni che si effettuano possono plasmare la nostra mente al punto da non saper riconoscere la realtà? Non vogliamo la chiusura e l’isolamento sociale, non vogliamo una sovrapposizione di immagini; vogliamo un mondo reale in cui anche il virtuale non porti a caos, confusione, perché la mente umana è labile e la realtà virtuale se non gestita adeguatamente può risultare per molti versi sfuggente e pericolosa.

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Abbandonati all’altare: il fenomeno ripreso nei film diventa una storia reale infrangendo i cuori di molti

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L’altare un ostacolo insormontabile. È meglio scappare?

L’incubo che diviene realtà, quella realtà atroce e lenta racchiusa in un solo momento, difficile da cancellare: non ritrovare il futuro sposo all’altare il giorno del proprio matrimonio. Non siamo dinanzi ad una scena del film” Sex and the City” in cui Carrie distrutta nei sentimenti è in lacrime perché Mr.Big è fuggito dalla promessa del matrimonio. Siamo in un contesto italiano, in cui ci si rende conto che tutto ciò accade anche ai comuni mortali e frequentemente. La domanda che ci si pone è: perché abbandonare la persona “amata” il giorno del matrimonio? Perché non voler evitare questo scempio e confessare che non si ama più il partner prima della fantomatica unione? Quello che si può pensare è che la fuga, magari potrebbe essere dettata dall’ansia, sintomo di una non responsabilità nell’affrontare il matrimonio. Le paure nel trascorrere una vita insieme, trapelano e si materializzano soprattutto durante l’atto destinato alla formalità. Il matrimonio rientra in queste formalità e può rappresentare per molti un cammino difficile ed ostico, soprattutto quando si è convinti che la persona che si affianca, non sia quella giusta. L’immaturità inoltre, supporta abbondantemente atteggiamenti dediti alla fuga; in questo caso una persona immatura evita il confronto, il problema e tende a procrastinare o a raggirare l’ostacolo. Oltretutto solitamente chi fugge da situazioni del genere adotta strategie di difesa sostenute da menzogne; infatti si possono notare comportamenti quotidiani “normali” fino a qualche giorno prima, quando in realtà si scopre magari proprio il giorno del matrimonio, che il futuro sposo è scappato via con un’altra donna. Le storie parallele non sono rare in questi contesti. I motivi che portano a non interrompere la relazione prima del matrimonio sono legati a volte alla superficialità con cui vengono affrontate le cose, alla enorme considerazione che si ha di se stessi e che conduce alla sopravvalutazione della propria persona.In forma egoistica si pensa che probabilmente è meglio continuare pur avendo qualche dubbio, perché in quel momento il partner può far “comodo” in tutte le sfaccettature della vita di coppia. A questo inoltre, si associano motivi legati al tradimento per cui si spera che la storia clandestina possa terminare prima del matrimonio, o che addirittura possa continuare, quindi, egoisticamente si tende sempre a soddisfare per primi i propri bisogni escludendo la sofferenza che si può cagionare all’altro individuo. I dati Istat di novembre del 2015 riconducibili all’indagine effettuata nel 2014, evidenziano un calo delle nozze sul territorio italiano a partire dal 2008, di circa 57.000 unità. Nel 2014 le separazioni sono state 89.303 e i divorzi 52.335. Lo scenario degli ultimi vent’anni mette in luce un aumento delle separazioni del 70,7% mentre i divorzi sono raddoppiati. La componente economica sfavorevole può agire come con-causa nello scioglimento dei matrimoni, portando ad un peggioramento della vita familiare nella quotidianità.Tuttavia sono anche cresciuti i casi di persone abbandonate sull’altare, che hanno chiesto un risarcimento dinanzi al giudice, riuscendolo ad ottenere. Si specifica che tale risarcimento non comprende il danno psicologico, morale o “sentimentale”, poiché in situazioni ante- matrimonio questo non può essere quantificato in termini giuridici. D’altra parte, in realtà quello che interessa è proprio la valutazione del danno subito, della beffa ricevuta.Il prodotto di un amore infame, sofferente ed ingiusto lascia alla fin dei conti, una quantità di lacrime, di denaro sprecato, preparativi curati nei minimi particolari e partner che si sentono truffati, perché hanno sempre creduto nell’amore vero, fatto di coraggio di supporto, di condivisione e lealtà. Per amore naturalmente non si muore, ma di sicuro queste storie insegnano che quando si crede davvero in un sogno e nell’altra persona, mai e poi mai si può mettere in discussione tutto; i castelli di sabbia si sgretolano facilmente e non piacciono a nessuno.

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Essere attratti fisicamente e sessualmente da un monumento. La Monumentofilia: un comportamento attuato nei cimiteri

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Provare emozioni e sensazioni è l’aspetto fondamentale che caratterizza la natura umana. Nel momento in cui gli individui sono attratti non da altri individui ma da oggetti, l’interesse che si sviluppa è fuori dagli schemi comuni e manifesta un modo diverso di esercitare il contatto psicologico e fisico. Si può avere una relazione sessuale con una statua? La risposta a questa domanda è negativa perché relazionarsi con un oggetto e far accrescere desideri sessuali verso di esso è fuori dai comportamenti “normati”. Sviluppare interesse e fascino verso un oggetto inanimato è un comportamento patologico che designa una “parafilia” ovvero impulsi e fantasie erotico sessuali che si attuano sistematicamente verso oggetti e che possono produrre disagio e sofferenza . Nel momento in cui tale attrazione è rivolta ad un monumento, prende la denominazione di monumentofilia. I casi di persone che rivolgono la loro attenzione ad un oggetto, sono in crescita e tale comportamento trova particolare attuazione all’interno dei cimiteri; questi ultimi oltre ad ospitare sculture e statue, evocano un’atmosfera isolata a sostegno della pratica che si vuole effettuare. La ricerca di un approccio fisico e sessuale verso un monumento in un cimitero, evidenzia una perdita della dimensione umana al punto da riuscire ad alienarsi nel piacere dell’atto, pur sviluppando una relazione sessuale unidirezionale, nella quale l’individuo non sente dentro se sesso la presenza della vita dell’altro, poiché la controparte è ridotta ad un oggetto, oppure uno strumento. In questo caso la scultura non è altro che la personificazione del partner. La sostituzione del partner fatto di “carne ed ossa” con un monumento, sottolinea la presenza di gravi lacune psico-affettive. Gli individui che prediligono le “relazioni con oggetti”, solitamente durante la loro vita, hanno gravi difficoltà ad instaurare rapporti sessuali e sentimentali “sani”; oppure hanno sempre evitato l’approccio, in quanto sostenuti da una grave insicurezza e isolamento sociale. Molti di essi si sentono a proprio agio in una relazione univoca con una scultura, semplicemente perché non cercano e non vogliono la componente umana, in quanto ciò significherebbe relazionarsi con una persona che potrebbe “non accettarli per quello che sono”. La paura di essere reputati ai margini della società per alcuni aspetti fisici-comportamentali, oppure di non essere amati e quindi rifiutati, rende queste persone totalmente incapaci di gestire un “rapporto sano”. Ciò che diventa indispensabile per loro, allora è ritrovare le sicurezze tanto volute, in contesti privi di umanità. È necessario a tale proposito la comprensione del comportamento patologico al fine di mettere in luce, i comportamenti “pro sociali” che possono caratterizzarli in una comunità capace di aiutare e sostenere l’individuo dal punto di vista della salute psicofisica. Il supporto psicologico, aiuta in questi casi a liberarsi dalle paure e timori, e ad individuare le modalità comportamentali che si possono attuare per affrontare una relazione sana con un altro individuo. Da tale punto di vista una delle sfide interessanti è la “rieducazione delle emozioni”, ossia insegnare agli individui che soffrono di monumentofilia come dirigere i sentimenti e pulsioni sessuali che si provano in modo non patologico e deviato, unitamente alla capacità di gestire delle relazioni sessuali “reali”, in cui si necessita del confronto e del supporto di partner.

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L’Aids: un fenomeno psicosociale. Individui sani che vogliono essere contagiati. Contrarre l’HIV pur di fare del sesso libero a vita

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L’Aids ha raggiunto statistiche sconvolgenti anche sul territorio italiano. Basti pensare che sono 120.000 le persone siero positive e più del 30% della popolazione non sa di essere contagiata. L’Aids non è una opportunità. Ciò che emerge in enorme crescita è il fenomeno del “contagio volontario”, tanto da identificare un nuovo e distruttivo trend sociale, sostenuto dal fatto che sono numerosi i casi di individui sani che vogliono essere contagiati. Tale fenomeno da tempo monitorato ha raggiunto dati sconvolgenti; infatti ogni anno si registrano 4000 nuovi casi di contagio dichiarati. Il problema attualmente è diretto nei casi non dichiarati e inquietanti, di persone che vogliono contrarre l’HIV in cambio del sesso libero per tutta la vita. La motivazione addotta è questa. Il comportamento che si osserva è quello di una casta chiusa e ben organizzata che in silenzio si fa spazio nel web, attraverso le chat di gruppo e i piccoli forum, all’interno dei quali gli attori sono due: colui che chiede di essere contagiato e l’altro disposto a farlo. Ci possono essere anche casi di individui “persuasivi”che pur di ottenere del sesso libero,convincono l’altro nel contrarre il virus, spiegando che in realtà la malattia non porti a manifestazioni e sintomi negativi, ne peggiori durante l’arco della vita. Praticare del sesso libero diventa l’alibi e la spinta motivazionale nel voler diventare sieropositivi, divincolandosi da tutti gli impedimenti che comporterebbe il sesso protetto. In questi individui la scelta che giustifica l’azione, risulta essere così forte tanto da accantonare le conseguenze negative che la sieropositività porta. Si nota, pertanto, un paradosso nel paradosso ovvero, credere nel fatto che attraverso L’HIV si possano avere occasioni, possibilità e vantaggi maggiori nell’effettuare del sesso non protetto con individui consenzienti e con i quali si condivida la stessa malattia. Ignorare volontariamente tutte le conseguenze negative che ne deriverebbero a livello psicofisico, significa volersi uccidere giorno per giorno, negando di possedere un problema di salute che necessita di cure anche nelle formi lievi. Credere e far credere di avere più chance sessuali destinate al sesso libero non solo evidenzia una grande menzogna, ma delinea un comportamento che rientra a far parte della “pericolosità sociale” perché danneggia gravemente se stesso e anche gli altri”. Sono molte le manifestazioni e campagne di promozione sociale contro l’Aids, come i report e servizi giornalistici volti alla prevenzione e alla conoscenza dei sintomi derivanti dal virus. Contrarre volontariamente l’Aids oltre a non essere una moda, di sicuro non è un modo per connotarsi nella società e sentirsi liberi di agire nelle pratiche sessuali a discapito di tante altre persone. Questo dimostra che la prevenzione, come le campagne informative contro l’aids devono essere sostenute da un popolo che educhi al sesso, inteso quest’ultimo nel rispetto reciproco, senza abusare mentalmente e fisicamente dell’altro. Oggi il vero virus è dentro di noi, si tratta del virus dell’opportunismo, dell’egoismo, della cattiveria, della manipolazione, del cinismo, dell’indifferenza,ovvero il concentrato di tutti i comportamenti negativi che ci rendono disumani.

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Viviamo in un mondo di manipolatori: quali sono i segnali che contraddistinguono un persona manipolatrice?

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Perché si viene soggiogati da alcune persone? Possiamo uscire da questa trappola

La maggior parte delle nostre decisioni dipende dagli altri. E’ vero ognuno è “faber fortunae suae” vale a dire, artefice del proprio destino, ma se sul proprio cammino si dovessero incontrare persone dalle quali scaturissero le nostre posizioni e scelte, allora la componente fortuna o destino comincia ad assumere una valenza differente. Possiamo impegnarci, affinché la situazione cambi, reinventarci, cambiare strategia, tuttavia dinanzi a noi, dovrà sempre esserci qualcuno in grado di supportarci. Può palesarsi anche una situazione in cui pur volendo costruire il nostro destino, veniamo affiancati da persone che scopriamo solo con il tempo, essere machiavelliche e manipolatrici. Queste sono le persone che ci sostengono in principio, che ci ascoltano per comprendere la nostra personalità, i punti di criticità e i punti di debolezza per poi sviluppare delle strategie volte a soggiogarci nella sfera lavorativa, oppure nella sfera personale. Si è parlato e si parlerà sempre dei manipolatori come persone intelligenti, audaci, furbe ma quali sono i segnali che li contraddistinguono rispetto agli altri individui?

Il manipolatore è un individuo autocentrato a tratti narcisista, ma soprattutto con atteggiamento ambivalente. Questo vuol dire che il manipolatore può dare amore e odio con la stessa attenzione e con lo stesso valore a tutti. Da un lato può apparire come una persona forte, desiderabile, capace di comprendere chi lo circonda; dall’altra parte, può mostrarsi presumibilmente debole strumentalizzando la propria posizione di bisogno e necessità, ottenendo ciò che vuole. Esistono relazioni più o meno intricate in cui è difficile riconoscere queste tipologie di comportamento perché le azioni del manipolatore sono molto subdole e studiate con cura. Un aspetto interessante che lo contraddistingue è l’incapacità nell’essere empatico, ovvero di guardare la realtà con gli occhi dell’altro, di immedesimarsi in alcune situazioni al punto tale da provare delle emozioni condivise. Questi non è in grado di entrare in una relazione, ma si preoccupa solo di se stesso, tanto che l’altro è percepito come strumento per soddisfare i propri bisogni. È capace di far sentire amata, importante la vittima e subito dopo, demolirla psicologicamente, disprezzandola, allontanandola, facendola cadere nel vuoto. Tale incapacità di gestire le relazioni se non per il raggiungimento dei propri scopi è tipica del manipolatore. Solitamente questi viene attratto da persone bisognose, che stanno vivendo un momento particolare o difficile della propria vita, in difficoltà ed emotivamente suscettibili. I manipolati hanno la caratteristica di essere persone fiduciose, aperte all’altro o perlomeno orientate verso una relazione di supporto. Spesso si è soggiogati da questa tipologia di persone proprio perché necessitiamo di sostegno, di affetto, di comprensione. Non accorgendoci purtroppo della strumentalizzazione indotta, anche alcune briciole d’affetto risultano essere importanti rispetto ai malesseri, difficoltà e sofferenze che si subiscono. La distruzione, squalificazione della persona può compromettere l’autostima delle vittima a punto tale da non comprendere più che cosa è giusto da cosa non lo è per se stesso.

Come fare per uscire dalla trappola delle relazioni manipolatorie? Il manipolato in situazioni come queste necessita di rafforzare la propria autostima ponendosi degli obiettivi giornalieri che si distacchino dal manipolatore, proprio per comprendere l’inefficacia del legame. Saper riconoscere una persona manipolatrice significa pensare obiettivamente a se stessi come una persona e non uno strumento, verificare tutti gli svantaggi insorti durante tale legame e mettere dei paletti, farsi rispettare. La violenza psicologica si presenta quando il manipolato lo permette e si rende debole agli occhi del manipolatore. Quest’ultimo a sua volta dovrà mettersi in gioco e comprendere il distacco emotivo e psicologico che lo caratterizzano al fine di percepire l’altro come una persona con delle emozioni e sentimenti propri e non come uno specchio, un riflesso o strumento destinato alla soddisfazione e raggiungimento dei propri scopi.

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Il poliamore anche in Italia. Relazioni d’amore che si intrecciano con il consenso di tutti i partner

Polyamory_italia

La consapevolezza di condividere il proprio partner con altre persone si radica anche nel popolo italiano

Il poliamore è un fenomeno psicosociale nato negli Stati Uniti già da qualche decennio, che delinea la capacità degli individui di instaurare più relazioni contemporaneamente con il consenso di tutti i partner coinvolti. Basti pensare che nel 2009 le relazioni poliamorose erano più di cinquecentomila. Le caratteristiche che riguardano tali relazioni sono amore, onestà, sincerità. Questi cardini sono presenti in qualsiasi relazione d’amore monogama, la differenza sta nel fatto che quest’ultima è sorretta dalla volontà di legarsi ad una sola persona. In molti evidenziano, che professarsi poliamorosi significhi dare legittimità al tradimento; in realtà le persone poliamorose sono orientate alla “polifedeltà” ovvero, le relazioni d’amore e d’affetto sono ristrette ad una cerchia di persone. Tutti sono a conoscenza delle condivisioni sentimentali con i vari partner, i quali a loro volta potranno instaurarne altre. In Olanda, come in Brasile, ad esempio si celebrano le unioni civili tra più partner dal 2005, dando origine ai cosiddetti “matrimoni di gruppo” in cui tutti i membri di un gruppo sono “legati sentimentalmente e civilmente”. In Italia tale fenomeno sta prendendo forma, anche in assenza di unioni civili tra gruppi di persone e in presenza della Chiesa Cattolica. Si evidenzia con il tempo uno scenario in cui vi è una destrutturazione della famiglia tradizionale a favore della pluralità dei rapporti sessuali e sentimentali. Tutte le società occidentali si muovono verso il “poliamore” e l’Italia non è da meno, poiché l’evoluzione dei costumi e della cultura hanno dato origine ad un cambiamento di una società considerata “liquida” o veloce. Il diritto alla felicità ha cambiato orizzonte, in quanto fino a poco tempo fa era concepito come la condivisione dei valori della vita accanto ad una persona amata; attualmente, tale concetto è espresso da un trend sociale per cui “la vita è il succedersi di autentiche relazioni d’amore”, ovvero, una pluralità degli stili di vita già esistenti. In Italia come in molti stati del mondo, manca la formalizzazione di tale atto, al fine di non cadere nella ipocrisia esasperata. Una parte della monogamia viene sistematicamente distrutta dall’ombra del tradimento, da relazioni tortuose e fallimentari, all’interno delle quali non si ha il coraggio di affrontare la realtà, caratterizzata dal distacco sentimentale, per rifugiarsi illecitamente nel rapporto con un’altra persona. Spesso ci si chiede se il poliamore è una caratteristica di personalità o piuttosto della relazione e se cambia da una relazione all’altra. Attualmente si può sostenere che il poliamore è il frutto di una irruenta trasformazione culturale della società anche italiana, fatta di individui orientati all’ottenimento di bisogni futuristici, realizzabili in una società diversificata, plurale ed omogenea.

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