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Vivere la vita senza Scienza

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La nostra vita senza scienza

Fermati un momento e immagina di “vivere una vita senza Scienza”.

Sì hai capito bene! Immaginiamo un’esistenza dove:
– Nulla è dimostrabile e ripetibile
– Non esistono percorsi di studi, quindi niente medici, avvocati, ingegneri, piloti e tutti quei professionisti ai quali ti affidi quotidianamente o dei quali sfrutti le invenzioni
– L’opinione di tutti conta allo stesso modo (sì, anche per quel dolore che ti attanaglia ma per il quale non sei ancora andato dal tuo medico curante)
– Non esistono responsabilità poiché non esistono colpe (ovviamente senza scienza vengono meno anche le leggi che ti tutelano in ogni istante della tua vita)

Potrei continuare all’infinito con altri mille esempi ma prima voglio di rivolgerti una domanda personale: “Vorresti vivere in un mondo dove non esiste la scienza?”

Anche se attualmente non hai nessuna opinione precisa, dopo aver letto questo articolo avrai sicuramente le idee più chiare. Lascia che ti racconti una storia partendo dal titolo: Il Fumo di Sigaretta non fa male

No, non sono pazzo, leggi attentamente la storia che sto per raccontarti e capirai la mia provocazione

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#StoriesFlash NewsNews

Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa

Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa1

Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa

Avevo solo 12 anni, quando tornando a casa da una visita alla mia migliore amica, sono stata rapita e violentata in una piccola cittadina del Friuli. La mia storia non è così diversa da tante storie tristi che raccontano di violenza e soprusi. Nel tragitto, ricordo solo di essere stata presa con forza da un uomo incappucciato, per poi essere trascinata in un furgone bianco. Nel vano del furgone si è consumata la tragedia, un’ora di violenze ripetute, mai una parola dall’uomo con il cappuccio nero in testa. L’aggressività e la furia con cui mi ha legata e fatto del male è stata indescrivibile. Durante la mia vita a distanza di tempo,ho pensato che quell’uomo mi conoscesse, che probabilmente mi osservava da tempo, mi pedinava, chiedendomi il perché di questa aggressione. Troppe domande senza alcuna risposta. Sono stata lasciata in un cunicolo non molto lontano dalla casa in periferia in cui vivevo con la mia famiglia. Alle parole “non puoi riconoscermi, non sai nulla di me e non ti conviene parlare” non ho mai replicato, e purtroppo restare in silenzio, ho sempre pensato fosse la scelta giusta, per la mia incolumità e quella della mia famiglia. All’età di 18 anni dopo il vuoto interiore provato e i sintomi di attacchi di panico e ansia ricorrente che mi trascinavo, ho deciso di parlare con la mia famiglia e sporgere denuncia. Purtroppo dopo molto tempo, avevo rimosso alcuni particolari che sarebbero stati d’aiuto per le autorità. Spero solo che quell’uomo non abbia fatto del male a nessun altra donna, che la sua violenza sia stata perpetrata solo su di me, a volte spero non ci sia più. Denunciare è stato difficile e complesso, perché ho ripercorso con terrore minuto per minuto, la violenza subita. È stato un percorso di auto-consapevolezza, perché mi ha spronato a reagire e a non soccombere, a volermi bene e a pensare che quel ricordo non può tormentarmi per tutta la vita. Oggi il 25 aprile è un giorno di rinascita per me, non solo perché sono cresciuta, ma perché ho imparato con il tempo a gestire diversamente le mie inquietudini e i ricordi legati allo stupro. Sono diversa, combatto spesso con i demoni del mio passato, ma mi sento più forte. Il percorso di psicoterapia intrapreso da dieci anni ha un significato liberatorio per me, mi rende serena e positiva verso la vita. Forse questa è una cicatrice che non andrà mai via, ma voglio guardarla ogni momento con distacco e coraggio; il coraggio di andare avanti e costruire una nuova vita, con il diritto di essere felice e non colpevolizzarmi. Oggi il mio pensiero è rivolto a tutte le donne che hanno subito violenza e che continuano a subirla: denunciare è importante. Nonostante le minacce ripetute, è indispensabile farsi aiutare dalla propria famiglia, dalle istituzioni, dai professionisti che lavorano in questo ambito. Si può ottenere aiuto solo parlando e denunciando la violenza subita.

Jessica

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Flash NewsNewsPsicologia del Lavoro

Il terrore di affrontare un colloquio di lavoro: Le 10 regole d’oro per il colloquio lavorativo

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Le 10 regole da seguire per affrontare un colloquio di lavoro

Affrontare un colloquio di lavoro diventa sempre più stressante soprattutto quando si spera di poterlo superare. Avanti allora con i manuali più importanti di psicologia, per comprendere al meglio, come condurre un colloquio, ed evitare di essere scartati dall’azienda in cui si intende lavorare. Sono semplicemente 10 le regole da seguire ed applicare al fine di avere un esito positivo al colloquio:

  1. Essere sicuri del nome del selezionatore, dell’ora e del luogo in cui verrà effettuato il colloquio. Cosa buona e giusta è proprio quella di recarsi nel luogo prefissato in anticipo per non imbattersi in prime dèfaillance.
  2. Presentarsi con un look coerente al tipo di professione richiesta. Questo oltre a dimostrare di essere una persona ordinata, fa comprendere di aver percepito “l’atteggiamento” del luogo in cui si intende lavorare. Naturalmente se si volesse cercar lavoro in un’azienda contabile, diventerebbe complicato mostrare di aver compreso dove ci si trova, nel caso in cui il candidato si presenti in pantaloncini e ciabatte;
  3. Arrivare al colloquio con il massimo di informazioni sull’azienda. Ottenere informazioni relative all’azienda permette di partire con un grande vantaggio: conoscere in anticipo la mission e la vision dell’organizzazione di cui si vuol rientrare a far parte. Questo significa che le risposte durante il colloquio potranno essere contestualizzate al fine di dimostrare il reale interesse a voler essere assunti;
  1. Preparare una scaletta degli argomenti da affrontare nel colloquio, mediante un’analisi specifica delle proprie competenze, esperienze, e caratteristiche personali. L’unico modo per mostrarsi preparati è allenarsi alla conduzione del colloquio, mediante gli argomenti che riguardano la propria persona a livello lavorativo;
  2. Prepararsi a rispondere in anticipo alle eventuali domande poste dal selezionatore. Prevenire le tipiche domande che il selezionatore potrebbe fare durante il colloquio significa allenarsi a risposte efficaci per non passare inosservati ed avere margini di successo;
  3. Concentrarsi sull’interlocutore ponendosi in situazione di ascolto attivo. Il candidato deve essere molto attento alle domande e ai discorsi del selezionatore, perché comprendere il messaggio e il contenuto delle frasi, rappresenta già un traguardo per chi volesse superare il colloquio. Questa regola viene spesso sottovalutata in quanto, si tende ad anticipare le domande del selezionatore, con discorsi spesso lunghi e decentrati rispetto all’obiettivo del colloquio;
  1. Condurre il colloquio attivamente ponendo domande pertinenti per chiarire i propri dubbi. In caso di dubbi è lecito che il candidato possa effettuare le sue domande inerenti l’azienda, evitando contestualizzazioni con la propria vita privata. Ad esempio si può rischiare di essere esclusi dalla candidatura nel caso in cui si specifichi di avere delle precise necessità, ovvero, si vuole effettuare un lavoro part-time, mentre si sta concorrendo per una candidatura full- time;
  2. Controllare l’ansia e i messaggi non verbali cercando di dimostrare interesse e motivazione. L’autocontrollo in questa fase è indispensabile per incrementare l’interesse e l’attenzione verso gli aspetti più cruciali durante il colloquio. La fase emozionale deve poter essere dominata per non cadere in tranelli emotivi, che facciano escludere il candidato a priori;
  3. Recepire l’esaminatore come una persona non come un giudice. Sentirsi in una condizione di supponenza non può facilitare il compito del candidato nel condurre un buon colloquio. Il selezionatore non è un giudice ma una persona con i propri dubbi e incertezze;
  4. L’esaminatore deve essere concepito come un “potenziale” cliente al quale dimostrare lealtà, per ottenere fiducia. Questo cambio di rotta di idee, permette di affrontare il colloquio in modo mirato, perché il candidato è orientato a sponsorizzare se stesso, le proprie competenze e professionalità al fine di ottenere successo.

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News

Guarire dal mal d’amore si può?

mal d’amore

Le fasi del mal d’amore a cui si riesce a sopravvivere

Quante volte il mal d’amore ci ha colpito. Notti insonne, fame nervosa, e confronti immaginari su cosa sarebbe stato giusto dire. Il cattivo umore provocato dai ricordi e dai pezzi di vita trascorsi, emergono con frequenza e le ferite si riaprono. Eppure il passare del tempo può far placare tutto il malessere sorto. Spesso pensiamo di proiettarci esattamente all’anno dopo, solo per voler essere certi di aver dimenticato tutto. Guarire dal mal d’amore è una bella impresa. Abbiamo sicuramente bisogno di un periodo di assestamento, ma quello più complicato è proprio l’inizio, corrispondente alla rottura della relazione. Si può sicuramente sopravvivere al mal d’amore e l’esempio cruciale è dato dalla nostra capacità di attraversare 4 fasi topiche prima della rinascita.

L’inizio è solo autodistruzione. In principio siamo in preda alla disperazione in quanto è necessario capacitarsi all’idea che la persona con cui di sono condivisi i momenti più significativi della propria vita non sarà più al nostro fianco. Questo permette di riflettere su quanto si è investito nel rapporto e come andare avanti. La disperazione irrazionale potrebbe far compiere azioni dettate dall’impulsività, ad esempio inviare messaggi al proprio ex, come concentrati di monologhi, dettati da odio e rabbia. Segue a tutto ciò l’implacabile momento in cui l’amor proprio viene meno e subentra l’autodistruzione. Pensare di voler riallacciare un rapporto con un ex partner che non risponde più o che al contrario lo fa solo per gentilezza in realtà è deleterio. Piangere allora potrebbe essere terapeutico, perché aiuta a scaricare lo stress le energie negative accumulate. La quiete dopo la tempesta emerge nel momento in cui c’è la razionalizzazione dei sentimenti.

L’intermezzo è un escalation di rabbia unita a sbalzi d’umore e depressione. Le emozioni negative possono emergere, quindi la rabbia il senso di vendetta hanno la meglio. È importante in questa fase razionalizzare i sentimenti repressi e non esplodere con atteggiamenti aggressivi. Il balzo successivo a questo punto di non ritorno, può essere la depressione sostenuta da sbalzi d’umore. Il fatto di non avere un riscontro ai propri dubbi e di non sentirsi più amati e l’impedimento a poter amare si concretizza in profonda tristezza.

La fase di accettazione alla realtà dei fatti. Accettare la condizione presentatasi è complicato ma importante per poter andare avanti. Essere tristi e provare questo sentimento va bene perché la glorificazione del benessere può avvenire solo se anteceduta da riflessione e tristezza. L’amore verso se stessi è l’inizio di una nuova vita, accettarsi e impegnarsi nel cambiare e migliorare il proprio percorso è fondamentale.

La fine del tunnel è il rinnovamento. Reinventarsi è l’obiettivo principale dopo tale sofferenza. Porsi dei piccoli obiettivi da raggiungere a beneficio della propria salute significa creare volutamente un cambiamento interiore. Accettare quello che è accaduto ed andare avanti nel migliore dei modi è indispensabile per guarire dal male d’amore.

 

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Flash NewsNewsPsicologia del Lavoro

Lo stress lavorativo di terzo livello: il Burnout

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Quando il lavoro è un campo minato che innesca ansie, frustrazioni e suicidio

Le risposte mentale e fisica allo stress lavorativo possono essere infinite, ma la situazione diventa incontrollabile quando agli enormi carichi di lavoro e al cattivo clima lavorativo si associa il totale distacco emotivo e la depersonalizzazione e demotivazione verso il compito svolto. Tale approccio negativo al lavoro è in netto incremento soprattutto in situazioni di precarietà, come è stato dimostrato in una studio condotto da Elena Pirati sulla rivista Social Science &Medicine con conseguenze enormi sia a livello psicologico sia fisico. Questo significa che la sindrome da burnout non riguarda solo gli stressors legati ad un lavoro che non piace o ad un rapporto conflittuale con il proprio capo, ma concerne la stanchezza mentale nel non riuscire più a gestire conflitti di natura etica, morale.

Come riconoscere la sindrome da Burnout?

  1. Presenza di apatia. Recarsi al lavoro senza alcuna motivazione personale è uno dei campanelli d’allarme di tale sindrome. Non si è più energici e ottimisti nel lavoro, l’indifferenza al compito e ruolo svolto possono allontanare il dipendente ad un impegno dato al cento per cento. Quello che si svolge ha perso completamente interesse, per cui si tende al raggiungimento degli obiettivi per dovere, pensando solo di dover uscire dal proprio posto di lavoro.
  2. L’incremento dell’ansia e della paura. Spesso lavorare in gruppo e assicurarsi che i carichi di lavoro siano costantemente smaltiti può generare ansia e attacchi di panico. Ciò succede nel momento in cui non vi è un vero incentivo lavorativo e ci si rende conto che il tempo trascorso in azienda è completamente perso. A ciò può aggiungersi la frustrazione di non essere valutati adeguatamente.
  3. L’emersione del cinismo. Si diventa duri e distaccati emotivamente all’interno del gruppo di lavoro al punto da non avere le energie e spazi mentali per gestire i conflitti generati con altri colleghi. La rabbia e l’aggressività emergono in questa fase seppellendo l’empatia e il confronto verbale.
  4. Il manifestarsi del risentimento, introversione ed isolamento. La frustrazione, l’apatia, il cinismo, portano inevitabilmente alla crescita del risentimento verso gli altri e verso l’azienda. Questa è la fase più complessa e delicata in quanto il dipendente se non aiutato, assume atteggiamenti di esclusione dal gruppo e di introversione ed isolamento che possono sfociare in depressione.

Le condizioni di lavoro estreme spesso sono il motore di avvio al burnout, basti pensare alle morti causate da questo fenomeno, sempre più frequenti in Giappone. Molte di queste morti hanno come comune denominatore l’arresto cardiaco, l’ ictus e nella maggior parte delle volte, avvengono per suicidi. In tali casi il burnout è reputato pericoloso e identificato di “terzo livello” perché induce i dipendenti alla morte. Il fenomeno del burnout non riguarda allora, solo l’uscita dal mondo del lavoro di lavoratori che si ammalano, che scelgono di togliersi la vita o di dimettersi per ricominciare una nuova vita. Con questo termine oggi si identifica anche quella grossa fetta di risorse reputate “invisibili” e che vivono giorno per giorno una situazione di rischio lavorativo che colpisce direttamente la salute psicofisica. Pur esistendo una campagna di prevenzione al burnout molte aziende, sottovalutano il fenomeno e le ingerenze ad esso collegate. La motivazione nel cambiare stile lavorativo e vita, deve emergere direttamente dal dipendente. Ricominciare puntando sulle proprie competenze può essere un grande inizio a tutela del proprio benessere.

 

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Io ludopatico: la dipendenza che mi ha divorato l’anima

ludopatia

Ho dilapidato il patrimonio di famiglia ma questo non è bastato

Da 5 anni sono un ludopatico. Mi chiamo Samuel e vivo in Calabria. Avevo una bella famiglia, una moglie e tre figli maschi. Oggi  siamo devastati, riusciamo ad incontrarci solo due volte a settimana a causa della mia terapia. Da un anno mi sono affidato ad un centro di recupero, sono impegnato tutto il giorno nel fare un lavoro, corsi creativi e terapia di gruppo e singola. Insomma ho dovuto darmi una regolata, perché ho messo in serio pericolo i miei figli. Avevo un’azienda, degli operai e spesso per noia dopo il lavoro, mi ritrovavo in un bar con degli amici. Li è iniziato tutto, puntare sempre di più alle slot machine era diventata una scommessa. Alle volte ci riunivamo due volte a settimana, il gioco più ambito erano le carte. Mi sono affidato alla sorte, ho perso 250 mila euro al gioco; ho perso anche la mia dignità di uomo, di padre, dilapidando il patrimonio di famiglia, ma questo non mi è bastato. Così facendo ho peggiorato il mio stato di salute ed economico, fino a quando attraverso una associazione contro le dipendenze da gioco, ne sono venuto fuori. Ho fatto a pezzi la mia vita e le persone che mi hanno circondato, per una mia debolezza, per un vezzo che è diventata una dipendenza. Mia moglie per farmi capire quanto mi stessi autodistruggendo, ha dovuto mettermi dinanzi al fatto compiuto: allontanarsi da me con i nostri figli e andare via senza dirmi dove. È stato questo il motivo che mi ha spronato a cambiare atteggiamento e a tirarmi fuori dai guai. Oggi non posso dire che lei si fidi completamente di me. Ma c’è una piccola luce, quella della speranza che mi fa comprendere che Federica c’è ancora, che i miei figli ci sono e ci saranno sempre. La ludopatia è una malattia, non è facile uscirne, bisogna essere consapevole di quello che crea e quanto può essere pericoloso non combatterla. Io sono stato fortunato perché temendo per la mia incolumità e quella della mia famiglia, mi sono affidato a dei professionisti che mi hanno introdotto ad un percorso di crescita e cambiamento. Ho conosciuto delle persone che si sono interessate al mio caso e hanno fatto in modo che io consciamente riprendessi in mano la mia vita. Oggi so capire dove ho sbagliato e so anche che quelle emozioni euforiche, l’eccitamento che ricercavo quando vincevo, altro non erano che la brutta copia di una vita che non mi apparteneva. Le emozioni negative erano sempre li pronte rinsavire nell’istante in cui mi deprimevo, perdevo, quando ero disperato. Oggi non voglio più provare sensazioni ed emozioni del genere, il solo ricordo porta troppa sofferenza. Voglio essere un uomo che lavora, che ha una famiglia, che ama i suoi figli, tutte le cose che possono descrivere una condizione normale di tranquillità, che purtroppo ora non ho. La battaglia che sto portando avanti è contro i miei demoni, contro la mia depressione, le mie paure di uomo, contro questa dipendenza. Credo fortemente che tutto alla fine possa essere ricostruito se lo si vuole davvero, se ci si accetta per gli errori commessi, per la capacità di volersi bene ancora, di amare e non far soffrire chi ci circonda.

#noallaludopatia #dedicatoallamiafamiglia

Se vuoi pubblicare la tua storia scrivi a rd@tooup.com con #stories 

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