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Work & Training

Dipendenza dal lavoro fa male, aumenta l'ansia e la pressione – La Repubblica

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“CHI NON LAVORA non fa l’amore”  cantava Adriano Celentano negli anni ’70. Ma chi dedica troppo tempo ed energie alla propria professione rischia di ammalarsi. Il rischio è quello di sviluppare una vera e propria ossessione per il lavoro e a lungo andare mostrare sintomi di malessere affettivo, irritabilità, ansia, depressione e anche un’elevata pressione sanguigna. Lo studio su questo fenomeno, chiamato ‘Workaholism’, è stato condotto da Cristian Balducci, professore associato di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna, in collaborazione con Lorenzo Avanzi, ricercatore in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, e Franco Fraccaroli, professore ordinario nella stessa disciplina all’Università di Trento.

Lo studio. La ricerca recentemente pubblicata sul “Journal of Management”, “The Individual Costs of Workaholism: An Analysis Based on Multisource and Prospective Data”, ha messo in evidenza una serie di elementi psicofisici negativi dati dall’incapacità di staccare dal lavoro, fenomeno frequente tra le persone sempre più esposte a carichi e ritmi elevati e al limite della gestibilità.

Workaholism. La dipendenza da lavoro fu identificata per la prima volta nel 1968 dallo psicologo americano Wayne Oates che coniò la parola ‘Workaholism’ nel saggio Confessions of a workhaolic nella quale raccontava la sua personale esperienza. Una dedizione alla professione, simile a quella per l’alcol, che spinse Oates a unire le due parole work e alcoholic. L’ossessione per il lavoro porta a trascurare tutto: la famiglia, gli amici e la salute.

Come una droga. Il ‘workaholism’ è una forma negativa di forte investimento nel lavoro, in cui la persona lavora eccessivamente, spesso ben oltre quanto richiesto dall’organizzazione, ma sviluppa una vera e propria ossessione per l’attività lavorativa, non riuscendo a staccare e provando un forte disagio quando si allontana dall’ufficio. Queste persone sono ‘drogate’ dalla professione e sviluppano una vera e propria dipendenza. Le conseguenze di questo fenomeno sono state documentate dai ricercatori italiani non solo a livello psicologico (sintomi di malessere affettivo, irritabilità, ansia e depressione), ma anche a livello fisiologico (elevata pressione sanguigna).

Salute mentale. Lo studio è stato condotto dai ricercatori su due fronti: attraverso un campione di 311 partecipanti, costituito in gran parte da liberi professionisti, dirigenti e imprenditori, è stato mostrato che i soggetti con una tendenza più marcata al ‘workaholism‘ registrano una più frequente esperienza di stati emotivi negativi (come rabbia, pessimismo, scoraggiamento), non solo quando questi sentimenti sono autoriportati dal soggetto, ma anche quando viene chiesto ad una fonte indipendente (il partner, nella gran parte dei casi) di riportare il benessere affettivo del soggetto; attraverso un gruppo di 235 lavoratori dipendenti è emerso che una più marcata tendenza al workaholism impatta negativamente sulla salute mentale ad un anno di distanza, a suggerire che alla lunga le conseguenze della dipendenza da lavoro possano essere di rilevanza clinica. Inoltre è emerso che un carico di lavoro percepito come molto elevato produce un rafforzamento della tendenza al workaholism.

Difficoltà a staccare. “Richieste di lavoro cronicamente elevate – spiega Balducci – spingono all’investimento aggiuntivo sul lavoro, rafforzando nella persona il legame mentale con esso e la difficoltà a staccare. Le organizzazioni lavorative dovrebbero essere attente a non alimentare questo fenomeno nei propri lavoratori, cercando di prevenirlo per evitare un degradamento significativo delle condizioni di benessere delle risorse umane e della loro vitalità”.

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