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Dott.ssa Rossana De Crescenzo

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Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa

Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa1

Io violentata e messa in un furgone il 25 aprile di 15 anni fa

Avevo solo 12 anni, quando tornando a casa da una visita alla mia migliore amica, sono stata rapita e violentata in una piccola cittadina del Friuli. La mia storia non è così diversa da tante storie tristi che raccontano di violenza e soprusi. Nel tragitto, ricordo solo di essere stata presa con forza da un uomo incappucciato, per poi essere trascinata in un furgone bianco. Nel vano del furgone si è consumata la tragedia, un’ora di violenze ripetute, mai una parola dall’uomo con il cappuccio nero in testa. L’aggressività e la furia con cui mi ha legata e fatto del male è stata indescrivibile. Durante la mia vita a distanza di tempo,ho pensato che quell’uomo mi conoscesse, che probabilmente mi osservava da tempo, mi pedinava, chiedendomi il perché di questa aggressione. Troppe domande senza alcuna risposta. Sono stata lasciata in un cunicolo non molto lontano dalla casa in periferia in cui vivevo con la mia famiglia. Alle parole “non puoi riconoscermi, non sai nulla di me e non ti conviene parlare” non ho mai replicato, e purtroppo restare in silenzio, ho sempre pensato fosse la scelta giusta, per la mia incolumità e quella della mia famiglia. All’età di 18 anni dopo il vuoto interiore provato e i sintomi di attacchi di panico e ansia ricorrente che mi trascinavo, ho deciso di parlare con la mia famiglia e sporgere denuncia. Purtroppo dopo molto tempo, avevo rimosso alcuni particolari che sarebbero stati d’aiuto per le autorità. Spero solo che quell’uomo non abbia fatto del male a nessun altra donna, che la sua violenza sia stata perpetrata solo su di me, a volte spero non ci sia più. Denunciare è stato difficile e complesso, perché ho ripercorso con terrore minuto per minuto, la violenza subita. È stato un percorso di auto-consapevolezza, perché mi ha spronato a reagire e a non soccombere, a volermi bene e a pensare che quel ricordo non può tormentarmi per tutta la vita. Oggi il 25 aprile è un giorno di rinascita per me, non solo perché sono cresciuta, ma perché ho imparato con il tempo a gestire diversamente le mie inquietudini e i ricordi legati allo stupro. Sono diversa, combatto spesso con i demoni del mio passato, ma mi sento più forte. Il percorso di psicoterapia intrapreso da dieci anni ha un significato liberatorio per me, mi rende serena e positiva verso la vita. Forse questa è una cicatrice che non andrà mai via, ma voglio guardarla ogni momento con distacco e coraggio; il coraggio di andare avanti e costruire una nuova vita, con il diritto di essere felice e non colpevolizzarmi. Oggi il mio pensiero è rivolto a tutte le donne che hanno subito violenza e che continuano a subirla: denunciare è importante. Nonostante le minacce ripetute, è indispensabile farsi aiutare dalla propria famiglia, dalle istituzioni, dai professionisti che lavorano in questo ambito. Si può ottenere aiuto solo parlando e denunciando la violenza subita.

Jessica

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Flash NewsNewsPsicologia del Lavoro

Il terrore di affrontare un colloquio di lavoro: Le 10 regole d’oro per il colloquio lavorativo

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Le 10 regole da seguire per affrontare un colloquio di lavoro

Affrontare un colloquio di lavoro diventa sempre più stressante soprattutto quando si spera di poterlo superare. Avanti allora con i manuali più importanti di psicologia, per comprendere al meglio, come condurre un colloquio, ed evitare di essere scartati dall’azienda in cui si intende lavorare. Sono semplicemente 10 le regole da seguire ed applicare al fine di avere un esito positivo al colloquio:

  1. Essere sicuri del nome del selezionatore, dell’ora e del luogo in cui verrà effettuato il colloquio. Cosa buona e giusta è proprio quella di recarsi nel luogo prefissato in anticipo per non imbattersi in prime dèfaillance.
  2. Presentarsi con un look coerente al tipo di professione richiesta. Questo oltre a dimostrare di essere una persona ordinata, fa comprendere di aver percepito “l’atteggiamento” del luogo in cui si intende lavorare. Naturalmente se si volesse cercar lavoro in un’azienda contabile, diventerebbe complicato mostrare di aver compreso dove ci si trova, nel caso in cui il candidato si presenti in pantaloncini e ciabatte;
  3. Arrivare al colloquio con il massimo di informazioni sull’azienda. Ottenere informazioni relative all’azienda permette di partire con un grande vantaggio: conoscere in anticipo la mission e la vision dell’organizzazione di cui si vuol rientrare a far parte. Questo significa che le risposte durante il colloquio potranno essere contestualizzate al fine di dimostrare il reale interesse a voler essere assunti;
  1. Preparare una scaletta degli argomenti da affrontare nel colloquio, mediante un’analisi specifica delle proprie competenze, esperienze, e caratteristiche personali. L’unico modo per mostrarsi preparati è allenarsi alla conduzione del colloquio, mediante gli argomenti che riguardano la propria persona a livello lavorativo;
  2. Prepararsi a rispondere in anticipo alle eventuali domande poste dal selezionatore. Prevenire le tipiche domande che il selezionatore potrebbe fare durante il colloquio significa allenarsi a risposte efficaci per non passare inosservati ed avere margini di successo;
  3. Concentrarsi sull’interlocutore ponendosi in situazione di ascolto attivo. Il candidato deve essere molto attento alle domande e ai discorsi del selezionatore, perché comprendere il messaggio e il contenuto delle frasi, rappresenta già un traguardo per chi volesse superare il colloquio. Questa regola viene spesso sottovalutata in quanto, si tende ad anticipare le domande del selezionatore, con discorsi spesso lunghi e decentrati rispetto all’obiettivo del colloquio;
  1. Condurre il colloquio attivamente ponendo domande pertinenti per chiarire i propri dubbi. In caso di dubbi è lecito che il candidato possa effettuare le sue domande inerenti l’azienda, evitando contestualizzazioni con la propria vita privata. Ad esempio si può rischiare di essere esclusi dalla candidatura nel caso in cui si specifichi di avere delle precise necessità, ovvero, si vuole effettuare un lavoro part-time, mentre si sta concorrendo per una candidatura full- time;
  2. Controllare l’ansia e i messaggi non verbali cercando di dimostrare interesse e motivazione. L’autocontrollo in questa fase è indispensabile per incrementare l’interesse e l’attenzione verso gli aspetti più cruciali durante il colloquio. La fase emozionale deve poter essere dominata per non cadere in tranelli emotivi, che facciano escludere il candidato a priori;
  3. Recepire l’esaminatore come una persona non come un giudice. Sentirsi in una condizione di supponenza non può facilitare il compito del candidato nel condurre un buon colloquio. Il selezionatore non è un giudice ma una persona con i propri dubbi e incertezze;
  4. L’esaminatore deve essere concepito come un “potenziale” cliente al quale dimostrare lealtà, per ottenere fiducia. Questo cambio di rotta di idee, permette di affrontare il colloquio in modo mirato, perché il candidato è orientato a sponsorizzare se stesso, le proprie competenze e professionalità al fine di ottenere successo.
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Guarire dal mal d’amore si può?

mal d’amore

Le fasi del mal d’amore a cui si riesce a sopravvivere

Quante volte il mal d’amore ci ha colpito. Notti insonne, fame nervosa, e confronti immaginari su cosa sarebbe stato giusto dire. Il cattivo umore provocato dai ricordi e dai pezzi di vita trascorsi, emergono con frequenza e le ferite si riaprono. Eppure il passare del tempo può far placare tutto il malessere sorto. Spesso pensiamo di proiettarci esattamente all’anno dopo, solo per voler essere certi di aver dimenticato tutto. Guarire dal mal d’amore è una bella impresa. Abbiamo sicuramente bisogno di un periodo di assestamento, ma quello più complicato è proprio l’inizio, corrispondente alla rottura della relazione. Si può sicuramente sopravvivere al mal d’amore e l’esempio cruciale è dato dalla nostra capacità di attraversare 4 fasi topiche prima della rinascita.

L’inizio è solo autodistruzione. In principio siamo in preda alla disperazione in quanto è necessario capacitarsi all’idea che la persona con cui di sono condivisi i momenti più significativi della propria vita non sarà più al nostro fianco. Questo permette di riflettere su quanto si è investito nel rapporto e come andare avanti. La disperazione irrazionale potrebbe far compiere azioni dettate dall’impulsività, ad esempio inviare messaggi al proprio ex, come concentrati di monologhi, dettati da odio e rabbia. Segue a tutto ciò l’implacabile momento in cui l’amor proprio viene meno e subentra l’autodistruzione. Pensare di voler riallacciare un rapporto con un ex partner che non risponde più o che al contrario lo fa solo per gentilezza in realtà è deleterio. Piangere allora potrebbe essere terapeutico, perché aiuta a scaricare lo stress le energie negative accumulate. La quiete dopo la tempesta emerge nel momento in cui c’è la razionalizzazione dei sentimenti.

L’intermezzo è un escalation di rabbia unita a sbalzi d’umore e depressione. Le emozioni negative possono emergere, quindi la rabbia il senso di vendetta hanno la meglio. È importante in questa fase razionalizzare i sentimenti repressi e non esplodere con atteggiamenti aggressivi. Il balzo successivo a questo punto di non ritorno, può essere la depressione sostenuta da sbalzi d’umore. Il fatto di non avere un riscontro ai propri dubbi e di non sentirsi più amati e l’impedimento a poter amare si concretizza in profonda tristezza.

La fase di accettazione alla realtà dei fatti. Accettare la condizione presentatasi è complicato ma importante per poter andare avanti. Essere tristi e provare questo sentimento va bene perché la glorificazione del benessere può avvenire solo se anteceduta da riflessione e tristezza. L’amore verso se stessi è l’inizio di una nuova vita, accettarsi e impegnarsi nel cambiare e migliorare il proprio percorso è fondamentale.

La fine del tunnel è il rinnovamento. Reinventarsi è l’obiettivo principale dopo tale sofferenza. Porsi dei piccoli obiettivi da raggiungere a beneficio della propria salute significa creare volutamente un cambiamento interiore. Accettare quello che è accaduto ed andare avanti nel migliore dei modi è indispensabile per guarire dal male d’amore.

 

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Flash NewsNewsPsicologia del Lavoro

Lo stress lavorativo di terzo livello: il Burnout

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Quando il lavoro è un campo minato che innesca ansie, frustrazioni e suicidio

Le risposte mentale e fisica allo stress lavorativo possono essere infinite, ma la situazione diventa incontrollabile quando agli enormi carichi di lavoro e al cattivo clima lavorativo si associa il totale distacco emotivo e la depersonalizzazione e demotivazione verso il compito svolto. Tale approccio negativo al lavoro è in netto incremento soprattutto in situazioni di precarietà, come è stato dimostrato in una studio condotto da Elena Pirati sulla rivista Social Science &Medicine con conseguenze enormi sia a livello psicologico sia fisico. Questo significa che la sindrome da burnout non riguarda solo gli stressors legati ad un lavoro che non piace o ad un rapporto conflittuale con il proprio capo, ma concerne la stanchezza mentale nel non riuscire più a gestire conflitti di natura etica, morale.

Come riconoscere la sindrome da Burnout?

  1. Presenza di apatia. Recarsi al lavoro senza alcuna motivazione personale è uno dei campanelli d’allarme di tale sindrome. Non si è più energici e ottimisti nel lavoro, l’indifferenza al compito e ruolo svolto possono allontanare il dipendente ad un impegno dato al cento per cento. Quello che si svolge ha perso completamente interesse, per cui si tende al raggiungimento degli obiettivi per dovere, pensando solo di dover uscire dal proprio posto di lavoro.
  2. L’incremento dell’ansia e della paura. Spesso lavorare in gruppo e assicurarsi che i carichi di lavoro siano costantemente smaltiti può generare ansia e attacchi di panico. Ciò succede nel momento in cui non vi è un vero incentivo lavorativo e ci si rende conto che il tempo trascorso in azienda è completamente perso. A ciò può aggiungersi la frustrazione di non essere valutati adeguatamente.
  3. L’emersione del cinismo. Si diventa duri e distaccati emotivamente all’interno del gruppo di lavoro al punto da non avere le energie e spazi mentali per gestire i conflitti generati con altri colleghi. La rabbia e l’aggressività emergono in questa fase seppellendo l’empatia e il confronto verbale.
  4. Il manifestarsi del risentimento, introversione ed isolamento. La frustrazione, l’apatia, il cinismo, portano inevitabilmente alla crescita del risentimento verso gli altri e verso l’azienda. Questa è la fase più complessa e delicata in quanto il dipendente se non aiutato, assume atteggiamenti di esclusione dal gruppo e di introversione ed isolamento che possono sfociare in depressione.

Le condizioni di lavoro estreme spesso sono il motore di avvio al burnout, basti pensare alle morti causate da questo fenomeno, sempre più frequenti in Giappone. Molte di queste morti hanno come comune denominatore l’arresto cardiaco, l’ ictus e nella maggior parte delle volte, avvengono per suicidi. In tali casi il burnout è reputato pericoloso e identificato di “terzo livello” perché induce i dipendenti alla morte. Il fenomeno del burnout non riguarda allora, solo l’uscita dal mondo del lavoro di lavoratori che si ammalano, che scelgono di togliersi la vita o di dimettersi per ricominciare una nuova vita. Con questo termine oggi si identifica anche quella grossa fetta di risorse reputate “invisibili” e che vivono giorno per giorno una situazione di rischio lavorativo che colpisce direttamente la salute psicofisica. Pur esistendo una campagna di prevenzione al burnout molte aziende, sottovalutano il fenomeno e le ingerenze ad esso collegate. La motivazione nel cambiare stile lavorativo e vita, deve emergere direttamente dal dipendente. Ricominciare puntando sulle proprie competenze può essere un grande inizio a tutela del proprio benessere.

 

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Io ludopatico: la dipendenza che mi ha divorato l’anima

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Ho dilapidato il patrimonio di famiglia ma questo non è bastato

Da 5 anni sono un ludopatico. Mi chiamo Samuel e vivo in Calabria. Avevo una bella famiglia, una moglie e tre figli maschi. Oggi  siamo devastati, riusciamo ad incontrarci solo due volte a settimana a causa della mia terapia. Da un anno mi sono affidato ad un centro di recupero, sono impegnato tutto il giorno nel fare un lavoro, corsi creativi e terapia di gruppo e singola. Insomma ho dovuto darmi una regolata, perché ho messo in serio pericolo i miei figli. Avevo un’azienda, degli operai e spesso per noia dopo il lavoro, mi ritrovavo in un bar con degli amici. Li è iniziato tutto, puntare sempre di più alle slot machine era diventata una scommessa. Alle volte ci riunivamo due volte a settimana, il gioco più ambito erano le carte. Mi sono affidato alla sorte, ho perso 250 mila euro al gioco; ho perso anche la mia dignità di uomo, di padre, dilapidando il patrimonio di famiglia, ma questo non mi è bastato. Così facendo ho peggiorato il mio stato di salute ed economico, fino a quando attraverso una associazione contro le dipendenze da gioco, ne sono venuto fuori. Ho fatto a pezzi la mia vita e le persone che mi hanno circondato, per una mia debolezza, per un vezzo che è diventata una dipendenza. Mia moglie per farmi capire quanto mi stessi autodistruggendo, ha dovuto mettermi dinanzi al fatto compiuto: allontanarsi da me con i nostri figli e andare via senza dirmi dove. È stato questo il motivo che mi ha spronato a cambiare atteggiamento e a tirarmi fuori dai guai. Oggi non posso dire che lei si fidi completamente di me. Ma c’è una piccola luce, quella della speranza che mi fa comprendere che Federica c’è ancora, che i miei figli ci sono e ci saranno sempre. La ludopatia è una malattia, non è facile uscirne, bisogna essere consapevole di quello che crea e quanto può essere pericoloso non combatterla. Io sono stato fortunato perché temendo per la mia incolumità e quella della mia famiglia, mi sono affidato a dei professionisti che mi hanno introdotto ad un percorso di crescita e cambiamento. Ho conosciuto delle persone che si sono interessate al mio caso e hanno fatto in modo che io consciamente riprendessi in mano la mia vita. Oggi so capire dove ho sbagliato e so anche che quelle emozioni euforiche, l’eccitamento che ricercavo quando vincevo, altro non erano che la brutta copia di una vita che non mi apparteneva. Le emozioni negative erano sempre li pronte rinsavire nell’istante in cui mi deprimevo, perdevo, quando ero disperato. Oggi non voglio più provare sensazioni ed emozioni del genere, il solo ricordo porta troppa sofferenza. Voglio essere un uomo che lavora, che ha una famiglia, che ama i suoi figli, tutte le cose che possono descrivere una condizione normale di tranquillità, che purtroppo ora non ho. La battaglia che sto portando avanti è contro i miei demoni, contro la mia depressione, le mie paure di uomo, contro questa dipendenza. Credo fortemente che tutto alla fine possa essere ricostruito se lo si vuole davvero, se ci si accetta per gli errori commessi, per la capacità di volersi bene ancora, di amare e non far soffrire chi ci circonda.

#noallaludopatia #dedicatoallamiafamiglia

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Mio marito a letto con un uomo

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Lui conduceva una vita parallela ed io credevo alla nostra favola

Sono Cristina scrivo dalla Liguria la mia sconvolgente storia d’amore. Ero felicemente spostata da sei anni con Roberto, una vita fatta di sacrifici, lavoro e tante soddisfazioni tra cui molti viaggi. Sono stati questi ultimi a tracciare il sentiero dei dubbi e delle perplessità. Roberto un dirigente, frequentemente era all’estero per motivi di lavoro. A Los Angeles il mio ex marito aveva pensato bene di acquistare un appartamento per potersi recare dopo il lavoro. Durante l’anno capitava che lo raggiungessi per stargli più vicino. La sua dolcezza, le sue attenzioni non mi hanno mai dato alcun sospetto. Dopo tre settimane di lavoro incessante decisi di prendere l’aereo e fargli una sorpresa, stare con lui era il mio unico desiderio. Giunta a Los Angeles ho tentato di contattarlo; non ha risposto ai miei messaggi e telefonate, così in possesso delle chiavi di casa ho deciso di andare nell’appartamento. Entrata, ho trovato uno scenario surreale, musica assordante, tavoli e sedie sottosopra, infissi chiusi, luci soffuse,  sino alla sconvolgente scoperta in camera da letto: mio marito a letto con un altro uomo. Quello che mi ha più sconvolto è stato ciò che è successo subito dopo. Mi sono ritrovata a dover difendere la mia posizione dinanzi al “partner” di mio marito. Ebbene si lo chiamo partner perché è questo il concetto che Denny per due ore ha cercato di farmi passare, perché lui e Roberto erano una “coppia fissa” da  10 anni; oltretutto, che quello fosse anche il suo appartamento ed io quindi ero una “intrusa”. Ho guardato ripetutamente quello che era il mio uomo e la sola reazione ottenuta, dopo il grande imbarazzo e vergogna è stata la frase: “lasciatemi spiegare”. Insomma ha tentato di arrampicarsi sugli specchi e al susseguirsi di spiegazioni vane ed insignificanti, io e Denny in combutta per lui, abbiamo capito di essere stati “truffati sentimentalmente”. Entrambi non sapevamo della presenza dell’altro e da buon manipolatore quale è Roberto, aveva fatto in modo che le due vite non si incrociassero mai. Peccato che ai maniaci del controllo qualcosa possa sfuggire, soprattutto quando le persone non sono oggetti e si parla di sentimenti. Il destino è stato crudele con me, ma anche con lui, perché ha solo seminato tempesta intorno a se stesso. Non a caso, Danny l’ha abbandonato, non ha retto all’idea che lui l’avesse mentito per così tanto tempo, sposandosi dall’altra parte del mondo, oltretutto con una donna. Lo ha indirizzato civilmente alla vendita dell’appartamento di Los Angeles perché quello era l’ultimo aspetto che li legava ancora. Dal mio canto, ho chiesto il divorzio ed oggi dopo tanta sofferenza, nonostante mi porti dentro gli strascichi di un amore bugiardo, cerco di dare fiducia alle persone e di non guardarle sempre con gli occhi di chi possa “mentire costantemente e tradire”. Ho creduto nell’amore sincero, nel rispetto degli altri, infatti sono sempre stata leale e continuerò a farlo. Non so nulla della vita del mio ex marito, cosa faccia e se sia riuscito davvero a costruirsi una famiglia, senza danneggiare nessuno. Posso solo sostenere che questa tipologia di uomini, manipolatori ed opportunisti, trasmettono insicurezza, e fanno degli altri quello che vogliono buttandoli via. Queste sono persone vuote, prive di emozioni  di empatia che necessitano di sentirsi dire qual è la realtà dei fatti e di essere aiutate attraverso un supporto psicologico, semplicemente per  ritrovare se stessi.

#abbassoiltradimento #vivalerelazionisincere #stories

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Il figlio bullo che non avrei mai immaginato

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Non conoscevo quel lato oscuro di mio figlio 

Un maledetto giorno, sono tornata a casa dopo il lavoro ed ho trovato mio figlio in lacrime, in cucina. Singhiozzava, non riusciva a parlare. Ero terrorizzata perché nei suoi occhi leggevo disperazione. Il suo singhiozzare trasmetteva terrore. Non capivo cosa gli fosse successo. Sul tavolo, un invito da parte della presidenza scolastica, nel presentarsi a scuola per delle comunicazioni importanti. Nessuna parola, mio figlio non riusciva a parlare, era disperato. La notte io e lui ci siamo tenuti la mano, l’ho pregato di raccontarmi quello che fosse successo. Purtroppo l’unica frase che ha pronunciato è stata:”non posso dirtelo”.

Quel momento è diventato infernale perché le sue parole, mi hanno fatto capire la gravità della situazione. Da mamma, immagini che gli possa essere accaduto di tutto e vivi nello sbigottimento e con la paura che ti lacera minuto per minuto. Giunti a scuola io e lui, ci siamo trovati dinanzi al preside e ad una coppia di genitori con il proprio figlio. La convocazione era destinata al chiarimento di atti di bullismo perpetrati da mio figlio nel confronti del suo coetaneo. Il ragazzino al quale attribuisco il nome di fantasia Carlo, era livido sugli occhi e sulla schiena. I genitori preoccupati si sono muniti di certificazione medica che attestasse la diagnosi e i sintomi delle percosse ricevute.  Ho rifiutato dal principio ciò che stesse succedendo perché pensavo “mio figlio non può aver fatto questo”. Ho cercato di capire la dinamica della situazione e l’ho difeso a spada tratta. Bene, mi sbagliavo. Ho compreso la gravità del tutto, solo quando i genitori di Carlo mi hanno mostrato i messaggi minatori che mio figlio ha inviato tramite cellulare al loro figlio. Messaggi carichi di rabbia e cattiveria, risentimento. È stato dilaniante per me. Non conoscevo quel lato oscuro di mio figlio, non avevo idea che fosse capace di ricattare, offendere e picchiare un suo coetaneo. Ero atterrita e delusa. Ciò che mi ha fatto riflettere è stato comprendere che fuori dalla famiglia, i figli possono stupirti anche nel peggiore dei modi. Io che ho pensato di dargli una buona educazione, di insegnargli il rispetto per gli altri, ho fallito. Ho sentito di aver fallito come mamma, come persona, i dubbi sono stati tanti, insomma mi sono chiesta cos’è che non sono stata capace di dare a mio figlio al punto da non riconoscerlo più. La sua rabbia e frustrazione riversata sugli altri a suon di pugni e offese. Qual è stata la causa del suo comportamento? Perché non mi sono accorta di nulla? E tanti altri interrogativi. Oggi mio figlio ha 18 anni, è un ragazzo come tanti con le sue problematiche da teenager, fa il volontario in una associazione che si occupa di contrastare il bullismo. Sono davvero orgogliosa di questo perché, chi più di lui può portare il buon esempio. C’è voluto del tempo, ma abbiamo superato e compreso le criticità di ciò che fosse accaduto, soprattutto con l’aiuto di uno psicologo. Insieme abbiamo affrontato un percorso volto a scoprire le cause dei comportamenti aggressivi e tutte le conseguenze psicofisiche del bullismo. Per la nostra famiglia, questa è stata e sarà sempre una tremenda faccenda, che ci ha insegnato a crescere, ad essere empatici verso gli altri a perdonare e farsi perdonare.

Rebecca da Venezia #noalbullismo #stories

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Io che non voglio una vita normale

Isabella e Isotta Rossellini

Vivere un amore lesbo mi ha cambiata

Ho preso consapevolezza del fatto che la mia vita fosse differente dalle donne della mia età, quando una mattina mi sono ritrovata a riflettere sulle mie reali priorità. A 45 anni con un figlio di 8 e un marito quasi assente, in una monotona domenica primaverile, mi accorsi di volere altro, di aver annullato i miei più profondi desideri di donna, di persona. Insegnare matematica non mi ha mai dato grandi soddisfazioni; allo stesso tempo la gestione di un figlio condotta in completa solitudine, senza alcun aiuto dalla mia famiglia di origine, mi ha risucchiata verso la strada della sofferenza e dall’isolamento dal mondo reale. È vero, ho sentito di essere intrappolata in una vita che non mi apparteneva, cosicché un giorno decisi di iscrivermi ad un sito di incontri, per capire cosa si provasse, nell’essere dall’altra parte della medaglia, quella virtuale. Il mio primo account era maschile, insomma ho voluto mettermi nei panni di un uomo per timore di essere giudicata. Quello che ho trovato è stato un porto di gente, disposto a vendersi, mettersi in evidenza e tutto a poco prezzo. La componente “relazione stabile” effettivamente è una “pietra miliare” in questi siti. Ho provato a chattare con alcune delle donne più corteggiate e la finalità era naturalmente il sesso, anche immediato. Non ho mai avuto il coraggio di svelare la mia identità, fino a che non ho conosciuto una donna davvero ammaliante, dal grande carisma. Ero completamente attratta dal suo modo di fare, bella, intelligente, sicura di se, creativa, chiaramente avrei voluto essere come lei. Dopo due mesi di chat private in cui avevamo condiviso quasi tutto, lei mi chiese di incontrarla. È stato in questo momento che capii quello che stavo facendo: flirtare con una donna. A questo punto ho svelato la mia identità. Mi invitò a casa sua, senza alcuna perplessità. Presi coraggio, la mia curiosità e voglia di conoscerla superò tutte le paure. Alle 16 del giorno dopo ero da lei. Le sue labbra, i suoi occhi, i suoi seni, il suo corpo, erano qualcosa di nuovo e affascinante per me, un territorio inesplorato. Abbiamo fatto l’amore per due lunghe ore, senza parlare ci siamo comprese. Dopo essermi vestita, con voce flebile mi ha spiegato che aveva due compagni e che la sua vita era “diversa” dalle altre persone. Il “poliamore forse è una filosofia di vita, o uno stile di vita ed io lo pratico”disse. Da quel momento pur di non rinunciare a lei, anche io sono diventata poliamorosa. La mia vita? Adesso è questa. Ho chiesto il divorzio da mio marito e vivo a Barcellona, una città piena di colori e di vivacità, dove la diversità viene accettata più facilmente. Al mio bambino che attualmente ha 10 anni, non ho spiegato ancora cosa significhi avere più compagni, amare più persone, ma ho insegnato il rispetto verso i sentimenti degli altri e la possibilità di essere se stessi in un mondo in cui è difficile mostrarsi per quello che realmente si è. La vita non è un sogno, non deve essere una limitazione, non è una finzione, la vita è l’unica possibilità che abbiamo di essere leali con noi stessi.

Anita la donna poliamorosa 

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Cosa succede quando preferiamo la critica all’autocritica?

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Gli aspetti che rinvigoriscono la personalità insicura

La critica è un modo per esprimere la nostra personalità, è lo strumento meglio utilizzato per evidenziare disappunti, inoltre è una parte fondamentale del contraddittorio, del gossip, della politica, della vita di tutti i giorni. Criticare può diventare un’arte per chi fa della critica stessa una passione, un lavoro, uno strumento a proprio beneficio. Allora criticare è soddisfacente, soprattutto quando la critica fa parte di noi, del nostro modo di fare, di pensare e della gestione delle relazioni. L’autocritica per alcuni aspetti non appare sempre così soddisfacente, perché mettersi in gioco è difficile, ammettere di non essere perfetti e valutare in modo particolare, le proprie scelte e il proprio comportamento, significa effettuare un percorso interiore spesso di complicata risoluzione. Insomma criticare non costa nulla, è meno stressante e soprattutto permette di rimpinguare, fortificare il proprio IO, di sentirsi forti. Questo è l’atteggiamento tipico delle persone insicure che adottano la critica come strumento a proprio vantaggio, evidenziando difetti e situazioni incresciose nei confronti degli altri, valorizzando se stessi. Quali sono allora gli aspetti che rinvigoriscono le personalità insicure, mediante l’uso della critica?

  1. L’attuazione dei meccanismi di difesa. La critica porta ad una disamina della situazione presa in considerazione. Ciò orienta l’individuo ad incrementare i meccanismi di difesa, poiché egli stesso si aspetta un attacco o un confronto volto non necessariamente alla condivisione delle sue opinioni;
  2. Trasferire i propri punti di debolezza sugli altri. Nelle persone insicure il “transfert” dei propri punti di criticità sugli altri, diviene quasi sistematico. Si teme il giudizio delle persone che ci circondano e si demonizza un proprio difetto fisico o caratteriale, puntando il dito sugli individui. È sempre colpa degli altri se si appare e ci si comporta in un certo modo. L’ossessione di non voler apparire per quello che realmente si è con pregi e difetti e dimostrare di essere tutt’altro, rende queste persone petulanti, puntigliose, incontentabili ed eternamente insoddisfatte;
  3. Cercare il consenso per fare di quella critica un dato condivisibile. Solitamente si cerca il consenso per rendere la critica”attendibile”. Il fatto che altre persone condividano la critica, non ci rende un “pesce fuor d’acqua”. In questo modo la critica può essere rafforzata ed esasperata.
  4. Predisporre gli altri ad una visione negativa delle situazioni. La critica naturalmente non costruttiva ed effettuata da individui insicuri, può predisporre ad una visione negativa delle situazioni, questo perché la persona che la effettua esprime nelle sue considerazioni negatività. Non si può trovare qualcosa di positivo in una critica effettuata da individui che vogliono solo schiacciare e contrastare gli altri.
  5. Essere irruenti per apparire più forti. Una delle caratteristiche delle persone insicure è la capacità di cambiare umore ed idea repentinamente. Questo destabilizza chi li ascolta, infatti spesso si ha difficoltà durante una critica ad ottenere un confronto equilibrato. Ciò che traspare è la capacità di essere irruenti e aggressivi nelle risposte ed esposizione dei fatti. Quale modo più facile è questo per scoraggiare l’altro ad una discussione pacifica e positiva, poiché è tipico porsi con fare aggressivo.

Quello su cui spesso non si riflette e la mera capacità che in realtà, tutti possediamo di fare dei propri difetti dei veri punti di forza. Solo attraverso un atto di coraggio e consapevolezza, si può giungere ad un miglioramento, al fine di comprendere come gestire al meglio le relazioni. In tal modo l’autocritica non è più deprimente, ma assume valore e carattere positivo, perché puntare ad un cambiamento interiore significa anche questo.

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#1fingerselfiechallenge: il selfie con il dito per coprirsi le parti intime

#fingerselfiechallenge

La mania del selfie non ha fine. Sul web impatta una nuova moda che ha origini dal Giappone: si tratta del trend che trae vocazione dai famosi cartoni animati ”anime”. E’ il “selfie challenge” attraverso cui si utilizza il dito per coprire le parti intime. Insomma un autoscatto stravagante e discutibile a causa del quale le nudità non compaiono chiaramente, ma vengono nascoste con giochi di prospettive e soprattutto dal proprio dito. I giovanissimi sono pronti a sfidarsi pur di raggiungere popolarità sui social. Chi sono coloro che seguono costantemente e con accanimento le mode virtuali del momento?

  • Gli esibizionisti cronici. Questi giovani e giovanissimi farebbero di tutto pur di apparire sul web. Raccolgono le critiche della gente e i giudizi perché anche attraverso questo canale non sempre positivo, possono godere di una “momentanea visibilità”. Spesso chi diventa proagonista dei trend socio virtuali, perde il senso della realtà e concentra le proprie energie ed attenzioni sul mondo web, sviluppando vite parallele di compensazione interiore;
  • Il narcisista contemplativo. Questo è il caso dei giovani che fanno del proprio corpo una promozione sociale, ovvero ostentano la bellezza ed il fisico per trarre stima e riconoscimento dai pari. Con la selfie mania possono mettere in mostra le proprie peculiarità corporee pur non facendo trasparire le parti intime. Sono meticolosi e precisi nell’evidenziare ciò che vogliono, quindi il consenso degli altri è fondamentale per la propria autostima;
  • Il burlone di turno. Solitamente chi si affaccia per la prima volta  al selfie mood lo fa a scopo goliardico, per gioco, sperimentando l’emozione di una situazione nuova da gestire.

Inconsapevoli del potere dei social media e quindi del web, questi possono decidere di continuare l’avventura soprattutto nel momento in cui, si rendono conto che oltre al divertimento possono riscuotere successo. La popolarità tra gli adolescenti è fondamentale perché supporta l’Io ed incrementa l’Ego. Farsi accettare dal gruppo dei pari è indispensabile, anche se ciò comporta delle scelte e delle azioni incoscienti.

In rete tutto ciò, oltre a dare origine ad un primo accoglimento supportato principalmente da curiosità, si nota sbigottimento, disorientamento e perplessità nell’osservare la diffusione dilagante di tali trend senza che vi sia una presa cosciente dell’atto compiuto. Una domanda è lecito porsi:

Il 1fingerselfiechallenge è allora solo un’altra moda distruggente che rende i giovani completamente disorientati nella società?

Continua...

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