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Raffaella Giordano

Psicologia del LavoroWork & Training

Orientamento professionale e disabilità: una sfida da non perdere

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Grandi trasformazioni come la globalizzazione dei mercati, il progresso tecnologico e mutamenti sociali hanno cambiato la natura stessa del lavoro e le abilità richieste ai lavoratori: sempre di più, in questo scenario, occorre approfondire le competenze tecniche necessarie per progettare e garantire un servizio di orientamento professionale che possa aiutare i soggetti disabili a rispondere a questi cambiamenti particolarmente sfidanti.

Esiste oramai una massa impressionante di studi che documentano i grandi cambiamenti che stanno interessando il mondo del lavoro. Nonostante il nostro paese possa facilitare l’inserimento occupazionale dei soggetti affetti da disabilità attraverso l’emanazione di leggi in loro favore, grandi trasformazioni come la globalizzazione dei mercati, il progresso tecnologico e mutamenti sociali hanno cambiato la natura stessa del lavoro e le abilità richieste ai lavoratori.

Messaggio pubblicitario Sempre di più, in questo scenario, occorre approfondire le competenze tecniche necessarie per progettare e garantire un servizio di orientamento professionale che possa aiutare i soggetti disabili a rispondere a questi cambiamenti particolarmente sfidanti.

Nonostante le difficoltà, infatti, i dati suggeriscono che i disabili disoccupati sono desiderosi di trovare una occupazione (Taylor, 1994); allo stesso tempo, la letteratura mette in luce tre difficoltà specifiche che gli esperti di orientamento professionale dovranno tener presente e affrontare efficacemente, nell’erogazione di un servizio di orientamento a questa popolazione.

1. Limitazione nelle prime esperienze lavorative

In generale, la carenza di esperienze lavorative limita le future possibilità di carriera e spesso i soggetti disabili entrano nell’età adulta con un background povero di esperienza lavorativa; questa mancata esperienza rende molto difficoltosa l’accessibilità ad una prima occupazione, perpetuando il periodo di inesperienza e lasciando la persona con una ancora non formata identità professionale definita, rendendo l’uscita da questo meccanismo a spirale molto difficile (Holland, 1985).

2. Capacità decisionali

Legata alla mancanza di esperienza lavorativa vi è un ulteriore competenza, la presa di decisione. Questa permette agli individui di verificare se le proprie scelte hanno avuto successo o meno, fornendo importanti feedback al lavoratore. Talvolta, le persone disabili denunciano l’avere avuto meno occasioni di poter partecipare ai processi decisionali, compromettendo così, lo sviluppo appropriato delle loro capacità di presa di decisione e responsabilizzazione (Curnow, 1989).

3. Concetto di sé negativo a seguito di processi discriminatori

Un’ altra difficoltà che gli esperti di orientamento professionale dovranno tener presente è che l’atteggiamento nei confronti della disabilità può speso affliggere la persona disabile tanto quanto la disabilità stessa.

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L’esposizione prolungata ad atteggiamenti e comportamenti pregiudizievoli da parte della società può chiaramente contribuire a creare un’immagine di sé negativa o poco capace.

Per gli psicologi Szymanski e Trueba (1994) vi sono difficoltà che affliggono i disabili, come ad esempio una rappresentazione di sé più negativa e meno capace, che non derivano da loro danni funzionali, ma sono esclusivamente il prodotto di stigma, marginalità e discriminazione a cui sono andati incontro per molti anni.

Caratteristiche di un buon orientamento professionale rivolto a persone con disabilità

A causa di queste difficoltà, è ancora più importante e urgente che gli operatori di orientamento professionale impostino i loro servizi respingendo questi processi di castificazione e applicando i principi che ispirino la filosofia dell’empowerment. Attivare un processo di empowerment, nel contesto di orientamento, significa aumentare nelle persone la possibilità di controllo sulla propria vita e sulle condizioni che la influenzano, così come è vissuto dalle persone che non presentano disabilità (Harp, 1994).

Un orientamento professionale rivolto ai disabili si deve fondare su quattro postulati (Emener, 1991):

  • Ciascun individuo è di grande valore e dignità;
  • Ogni persona deve avere la possibilità di sviluppare al massimo le proprie potenzialità e deve essere messo nelle condizioni di poterlo fare;
  • Nelle persone vi è una naturale propensione alla crescita e al miglioramento;
  • Ogni individuo deve essere lasciato libero di decidere nella gestione della propria esistenza.

Dato il continuo cambiamento nel mondo del lavoro e le difficoltà a cui sono sottoposte le persone con disabilità, sembra sempre più evidente la necessità di facilitare il processo di inserimento e sviluppo occupazionale attraverso un aiuto concreto e competente a questo target più svantaggiato. Un efficace percorso di orientamento professionale che tenga conto della sofferenza meno visibile dei disabili può essere un utile strumento per potenziare le possibilità di scelta e di riuscita della loro vita professionale (Gysbers, 2002).

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Articolo consigliato dall’autore

Bibliografia

  • Curnow, T.C., (1989).Vocational development of persons with disability. Career Development Quarterly, 37, 269-278
  • Emener, W., (1991). Empowerment in rehabilitation: an empowerment philosophy for rehabilitation in the 20th century. Journal of rehabilitation, 57 (4), 7-12;
  • Gysbers,  N.C., Heppner M.J., Johnston J.A., (2002). L’orientamento professionale, OS Giunti, Firenze;
  • Harp, H.T., (1994). Empowerment of mental health consumers in vocational rehabilitation. Psychosocial rehabilitation journal, 17, 83-90
  • Holland, J.L., (1985). Making vocational choices: A theory of vocational personalities and work environment. Odessa, FL. Psychological Assessment Resources, Inc;
  • Szymanski EM, Trueba HT., (1994) Castification of people with dis-abilities: potential disempowering aspects of classification in disability services. Journal of Rehabilitation ; 60, 12-20.
  • Taylor, H. (1994)., N.O.D. Survey of Americans with disabilities. Business week
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5 costi psicologici della perdita o della mancanza del lavoro

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La perdita del posto di lavoro, la minaccia di non riuscire a conservarlo e la paura, da parte dei più giovani, di non trovare il modo di accedere al mondo del lavoro sono situazioni che, negli ultimi decenni, esercitano un forte impatto sulla vita delle persone.
Gli effetti psicologi della disoccupazione e dell’inoccupazione sono tanti; di seguito vengono elencate cinque grandi categorie di disagi psicologici legati alla mancanza o perdita del lavoro, spiegati da uno dei maggiori esperti di psicologia del lavoro in Italia, Guido Sarchielli.

Le condizioni di disoccupazione e di inoccupazione

Secondo lo psicologo, disoccupazione e inoccupazione inducono un progressivo indebolimento delle risorse fisiche e psicologiche della persona. Il passaggio obbligato dalla condizione di lavoratore a quella di disoccupato, o dalla condizione di studente a quella di inoccupato, pone l’individuo di fronte a una transizione psicosociale (Sarchielli et al, 1991) che richiederà al soggetto un’ingente investimento di risorse ed energie personali per fronteggiarla.

Da un lato, infatti, la persona si trova costretta a gestire numerosi cambiamenti quotidiani derivanti dall’aver perso il lavoro e che fanno sperimentare un forte senso di perdita di controllo, quali i cambiamenti relativi agli orari, agli stili di vita, alla mancanza di una risorsa economica prima esistente. Dall’altro lato, la pressione sociale e l’urgenza della situazione pressano l’individuo alla subitanea riorganizzazione alla ricerca di una nuova situazione lavorativa. Queste due fasi stimolano l’individuo ad un’autovalutazione. Le domande di senso che maggiormente si pongono le persone in questo momento della loro esistenza sono diverse “ ho perso il lavoro per colpa mia?”, “ ho sbagliato qualcosa?”, “riuscirò a farcela?”, “a chi e come posso chiedere un supporto?” tutte domande, con conseguenze minacciose sul senso di autoefficacia, sull’autostima, sulla resilienza e la vulnerabilità allo stress in generale.

Gli esiti psicologici della disoccupazione

Messaggio pubblicitario Da ciò deriva l’esigenza e l’importanza di comprendere maggiormente le caratteristiche e le conseguenze a livello personale e sociale del fenomeno della mancanza del lavoro, permettendo la progettazione di adeguati interventi professionali a sostegno.
L’ampia produzione scientifica a riguardo, spiega Sarchielli (2003), permette già di individuare cinque grandi categorie di esiti psicologici connessi alla disoccupazione.

1. Aumento della sintomatologia psicopatologica

Quadri sintomatologici quali gli stati ansiosi, stati depressivi, senso di solitudine e abbandono, etero e auto aggressività e, in generale, un aumento di insoddisfazione per la vita, sembrano essere direttamente connessi alla perdita del lavoro e al conseguente momento di crisi.

2. Crisi di identità

Le ricerche mostrano che tra i disoccupati vi è un notevole abbassamento della stima di sé, un aumento del fatalismo e del senso di non avere un proprio posto legittimo nella società.

3. Rappresentazione negativa, ipersemplificata e illusoria della realtà lavorativa

Più il tempo della disoccupazione/inoccupazione aumenta più cambia la rappresentazione mentale del lavoro, ovvero il lavoro viene percepito meno importante, meno interessante. In generale si amplifica il disinteresse per le questioni di vita pubblica e politica. Tra i disoccupati aumenta lo scoraggiamento e diminuisce la fiducia nella possibilità di trovare un nuovo impiego.

4. Scoraggiamento e disimpegno nella ricerca di un nuovo lavoro

Direttamente collegate allo scoraggiamento e alle rappresentazioni negative sono gli aspetti comportamentali, cosicché tra disoccupati e inoccupati si potrebbe osservare, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, un ridotto impegno a mantenersi in una condizione attiva di ricerca.

5. Aumento delle condotte a rischio

Infine, connesse ai fenomeni di disoccupazione, si osserva un aumento delle condotte a rischio per la salute, quali il maggiore consumo di bevande alcoliche, di tabacco, di droghe leggere e di farmaci fino al più raro comportamento suicidario.

Questa mini lista riassume risultati di numerose ricerche sul campo e l’idea di base è quella di considerare queste cinque conseguenze come dei rischi potenziali, come dei sintomi sociali, indicatori di una comunità connotata da un esteso e duraturo fenomeno di disoccupazione.
Sarchielli ricorda che queste ricerche non assumono che in ogni esperienza di perdita di occupazione, si avvii un ciclo ingravescente di effetti sopraelencati, ma diviene sempre più importante approfondire con studi e ricerche il tema, per individuare eventuali fattori capaci di modularne gli effetti nocivi.

Quali possono essere i fattori protettivi?

Fattori di protezione utili in questo senso sono:
– la rete di relazioni di cui il disoccupato/inoccupato può beneficiare per ottenere sostegno materiale e affettivo;
– la buona stabilità emotiva e la buona capacità di resilienza;
– il prevedere a livello politico-sociale programmi di reinserimento lavorativo;
– le leggi sul lavoro a favore di disoccupati e inoccupati.

Di grande valore, a tale proposito, il contributo della psicologia dell’orientamento, per quanto riguarda la progettazione di percorsi di orientamento professionale per gestire la crisi psicologica, per la rilevazione del disagio psicologico prima che si strutturino o acutizzino disagi psicologici più invalidanti, per lavorare sulla motivazione e sul senso di autostima e autoefficacia (Gysbers, 2002).

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Articolo consigliato dall’autore

Bibliografia

  • Gysbers, N.C., Heppner M.J., Johnston J.A., (2002). L’orientamento professionale, OS Giunti, Firenze.
  • Sarchielli, G., (2003). Psicologia del lavoro, Il Mulino, Bologna.
  • Sarchielli, G., Depolo, L., Fraccaroli, F., Colasanto, M., (1991). Senza lavoro, Il Mulino, Bologna.
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