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Gaetano Alaimo

Work & Training

Contratto di ricollocazione 2016, per la Tuscia ha risposto solo la … – NewTuscia

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(NewTuscia) – VITERBO – Il 9 giugno si è concluso per il territorio della provincia di Viterbo il primo percorso di accompagnamento alla ricerca attiva di ricollocazione promosso dalla Regione Lazio. Per conto dell’Agenzia per il lavoro Esseci srl, l’unica che ha firmato il contratto sulla provincia di Viterbo, – Elena Longo – ho partecipato a questo progetto come orientatrice e counselor, ho progettato nel dettaglio ed erogato i contenuti previsti in linea di massima dal progetto, e’ opportuno – sostiene Elena Longo – fissare sulla carta alcune esperienze e valutazioni.
Il percorso è stato denominato “Contratto di ricollocazione”, e si è caratterizzato per alcuni aspetti positivi e costruttivi e per altri migliorabili.

I più significativi aspetti positivi sono stati – a mio avviso – un netto miglioramento di quanto previsto da parte delle istituzioni preposte per strutturare il periodo di mancanza di attività lavorativa. Si è infatti cercato di migliorare l’employability – la versatilità per rientrare nel mondo del lavoro – dei partecipanti, mediante un’attività di orientamento prima, e poi con un’attività prevalentemente di counseling e di coaching, supportando cioè i disoccupati a livello motivazionale e tramite l’acquisizione di abilità che li rendessero capaci di orientarsi meglio nel “lavoro di cercare lavoro”. Abbiamo anche lavorato per costruire una forte capacità di gestire in maniera autonoma – in modo tale che questo bagaglio continuasse ad essere utilizzabile anche una volta terminato il percorso – tre aspetti fondamentali: la stesura del curriculum vitae, l’attività di selfmarketing e la capacità di sostenere positivamente un colloquio di selezione. È interessante – sostiene – sottolineare a proposito della necessità di costruire queste competenze, che circa la metà dei partecipanti non aveva mai sostenuto un colloquio di selezione, essendo arrivati precedentemente ad un impiego tramite percorsi informali di conoscenze personali.

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Ritengo che questo atteggiamento da parte delle Istituzioni rappresenti un grande passo in avanti rispetto alla qualità delle politiche attive finora rivolte al mondo della disoccupazione.

Per contro, a questo cambio positivo dal punto di vista progettuale, non è corrisposta una scelta felice del nome da dare al percorso né delle politiche di supporto per l’efficacia del percorso stesso.

Infatti il nome del percorso, “Contratto di ricollocazione”, ha risvegliato da subito nei partecipanti delle aspettative destinate ad essere disattese. Sia il termine “contratto”, che l’intera denominazione “contratto di ricollocazione”, hanno generato nella mente degli interessati l’aspettativa di essere inseriti in un percorso di ricapacitazione professionale attivo in un’azienda concreta, che avrebbe dovuto concludersi con un reinserimento contrattuale di lavoro dipendente. Anche se si potrebbe discutere a lungo rispetto a questa posizione mentale, – sostiene – è necessario comunque fare i conti con una mentalità fortemente radicata nei lavoratori, e soprattutto nelle fasce più deboli, per i quali la parola “contratto” rievoca un “contratto di lavoro”, e la parola “ricollocazione” suona a promessa di reinserimento in una situazione lavorativa concreta. Il mix psicologico generato da tutto ciò è stato molto problematico, difficile da gestire perché un imprinting –e tale è rimasta questa aspettativa- è praticamente impossibile da sradicare, nonostante gli sforzi successivi che si possono fare in tal senso.
D’altro canto, lo sforzo profuso per ricercare e mettere in contatto opportunità offerte dal tessuto imprenditoriale locale e lavoratori disoccupati – sforzo che da parte dell’Agenzia per il lavoro concreta con cui ho collaborato è stato veramente di notevole entità – non è stato per lungo tempo, da dicembre 2015 fino ad aprile 2016, supportato da facilitazioni o sgravi contributivi o fiscali che invogliassero gli imprenditori a farsi carico di lavoratori ormai maturi e con competenze non sempre perfettamente sovrapponibili con i loro bisogni. Un supporto del genere è stato offerto solo a fine marzo, con la Delibera 141 del 31 marzo 2016 della Regione Lazio, che però esprime solo in maniera generica le facilitazioni previste dai datori di lavoro in caso di assunzione, rendendo così impossibile giocare con trasparenza questa carta nella negoziazione contrattuale.
Per fortuna, almeno per i lavoratori, la Delibera 141 ha permesso di allungare a tutto il 2016 la possibilità di godere delle facilitazioni previste per il datore di lavoro in caso di assunzione.

Di seguito sostiene -Elena Longo – la counselor del Progetto.

– È importante che il Progetto preveda una modalità di gruppo più allargata, (da un minimo di 8 a un massimo di 16 partecipanti contemporanei, orientativamente) accanto ai momenti di incontro personale, in modo tale da permettere sia la condivisione di esperienze, che l’allargamento di orizzonti personali, che la possibilità, didatticamente parlando, di arricchirsi vicendevolmente con attività di gruppo, simulazione di colloqui, assessment, ecc.

– Altra difficoltà importante è stata quella della grande eterogeneità dei partecipanti. Per i partecipanti di profilo più basso è molto difficile progettare un percorso di ricollocazione realistico senza poter contare su un accesso gratuito a corsi di formazione professionale. Il “Contratto di ricollocazione” prevedeva la possibilità di essere sospeso e poi ripreso in caso di partecipazione a corsi di formazione, ma appunto il fattore eterogeneità, e la conseguente diversità dei bisogni formativi, ha reso praticamente irrealizzabile questa possibilità. Abbiamo avuto a che fare, per lo più, con persone di basso profilo professionale, con scarse risorse personali e che hanno difficoltà ad allargare le proprie competenze con iniziativa individuale: se il mercato del lavoro non li richiede è praticamente impossibile reinventarsi e trovare diverse opportunità di reimpiego se lasciati a se stessi. Per contro, i disoccupati con profili professionali di più alto livello – giustamente – hanno forti resistenze a rinunciare a qualifiche professionali conquistate duramente e a reinventarsi in attività più semplici e meno remunerative ma che sono le sole offerte dal territorio di riferimento.

– Nella fase iniziale di Bilancio delle competenze – ho fatto esperienza dice la Longo – di quanto sia difficile far percepire operativamente il significato del termine “competenza”. Le persone tendevano a fare riferimento, nel descrivere il proprio percorso professionale, al ruolo aziendale svolto in passato, magari addirittura alla forma contrattuale, ma avevano una forte resistenza ad individuare le capacità, le competenze acquisite, e cioè proprio quell’elemento della propria professionalità più utilizzabile nella ricerca di un nuovo ruolo professionale. La formazione e l’informazione fornita ai lavoratori disoccupati deve insistere su questa conoscenza e sull’abilità a saperla utilizzare.

– Nonostante le mie perplessità nel prevedere e sviluppare un “Percorso verso l’autostima” in un programma deciso dall’esterno, nelle valutazioni finali dei partecipanti è stato proprio questo il contenuto più evidenziato e apprezzato, a conferma del fatto che la situazione di disoccupazione provoca una profonda crisi non solo a livello pratico, ma anche interiore e personale, di identità.

– Molti dei partecipanti hanno riscontrato, al termine del percorso, di avere raggiunto una migliore consapevolezza delle caratteristiche imprenditoriali del loro territorio, riuscendo in tal modo ad essere più realistici rispetto alle proprie aspettative.

– Qualcuno ha segnalato che la scelta da fare, dopo le prime 24 ore di orientamento, verso un percorso di attività autonoma o di attività dipendente, era troppo prematura, e che tale decisione si è andata maturando anche durante le ore successive.

Il percorso appena terminato – evidenzia Elena Longo orientatrice del progetto e counselor – è stato evidentemente una sperimentazione. Mi auguro – conclude la counselor, – che le nostre esperienze vengano recepite ed utilizzate se e quando si decidesse di dare continuità a questi progetti, che se migliorati e corretti possono diventare un concreto aiuto ad affrontare con il supporto di un valido accompagnamento un momento di vita così critico come quello della disoccupazione.

Continua...

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