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Il “blocco degli atleti”, e come si supera – Focus

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Quando la posta in gioco è alta, si rischia di ottenere performance peggiori. Può accadere agli atleti olimpici, ma anche durante un esame o una riunione importante: la pressione e la necessità di dimostrare il proprio valore rischiano di vanificare mesi di preparazione.

Come reagire? A chi capita più di frequente? Secondo Sian Beilock, psicologa dell’università di Chicago intervistata da Vox, all’origine del blackout delle grandi occasioni non ci sono soltanto le alte aspettative, ma anche precisi tratti caratteriali.

Secondi, mai. Le persone che incorrono in questo tipo di impasse hanno alcune caratteristiche comuni. La prima è che detestano perdere: nelle simulazioni di gioco d’azzardo condotte in laboratorio, preferiscono assicurarsi di non cedere gettoni anziché puntare più alto per vincere grosse ricompense.

Super memoria. La seconda è una spiccata intelligenza: in particolare, rischia di “bloccarsi” chi ha un’ottima memoria di lavoro, ossia la capacità di tenere a mente più informazioni contemporaneamente. Studi scientifici dimostrano che queste persone, quando devono risolvere problemi matematici in breve tempo, rischiano più spesso di andare “nel pallone”.

Abituate a contare sulla propria efficienza, se incalzate dalla fretta non riescono a trovare strategie alternative, e finiscono col perdere il proprio naturale vantaggio. 

Se vi riconoscete in questi profili, come evitare il calo di performance? Beilock individua quattro semplici strategie.

1. Allenatevi sotto pressione. Simulate le condizioni di gara, datevi tempi sempre più incalzanti, ripetete come davanti a una commissione d’esame. Tenere alti ritmi e aspettative aiuterà a ottenere migliori risultati nella prova vera e propria.

2. Provate a distrarvi. Vale soprattutto nelle competizioni sportive: focalizzarsi su un dettaglio complesso della performance rischia di peggiorare il risultato finale. Meglio procedere col pilota automatico, concentrandosi su particolari accessori (per esempio sulla forma della pallina, o su una canzone ripetuta a mente).

3. Non temporeggiate. Se è un compito in cui sapete di poter fare bene, procedete spediti: indugi e manie di perfezionismo rischiano di ottenere l’effetto opposto.

4. Se siete agitati, ditelo. Esprimere le proprie emozioni prima di una performance – per esempio, scrivendole su un foglio 10 minuti prima di un esame – aiuta a stemperare l’ansia e libera la mente di un peso importante. Lasciando poi liberi di dare il massimo.

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Dipendenza da lavoro crea danni psicologici – MondoBenessereBlog (Blog)

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La dipendenza da lavoro crea danni psicologici: ad affermarlo è uno studio condotto da Cristian Balducci, professore associato di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna, in collaborazione con Lorenzo Avanzi, ricercatore in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, e Franco Fraccaroli, professore ordinario nella stessa disciplina all’Università di Trento.

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Workaholism: così si chiama in gergo il legame tra una dipendenza troppo stretta dalla professione e le conseguenze che ne derivano, soprattutto a livello psicologico. L’incapacità di staccare la spina e concedersi del meritato relax, insomma, non fa bene ed è il risultato del cambiamento delle condizioni lavorative.

 TROPPO LAVORO FA MALE ALLE DONNE

Le persone oggi sono costrette a sopportare ritmi incessanti, spesso non hanno il giorno libero e si sobbarcano impegni su impegni. Condizione che, protratta nel tempo, comporta disturbi psicologici. Il Workaholism, così come descritto dagli esperti, è quel fenomeno con cui la persona non solo lavora a ritmi incessanti ma si sente anche in colpa in quei pochi momenti in cui riesce a staccare. Oltre trecento i paetecipanti che hanno preso parte allo studio: liberi professionisti, dirigenti e imprenditori, soprattutto, ovvero le categorie di lavoratori che più difficilmente riescono a staccare.

TURNI DI LAVORO NOTTURNI AUMENTANO RISCHIO TUMORE?

Spiega il professor Balducci che ha coordinato lo studio:

Richieste di lavoro cronicamente elevate spingono all’investimento aggiuntivo sul lavoro, rafforzando nella persona il legame mentale con esso e la difficoltà a staccare. Le organizzazioni lavorative dovrebbero essere attente a non alimentare questo fenomeno nei propri lavoratori, cercando di prevenirlo per evitare un degradamento significativo delle condizioni di benessere delle risorse umane e della loro vitalità

Foto | Thinkstock

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Lavorare troppo fa male: studio eseguito su 311 dirigenti e 235 … – SMTV San Marino

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sabato 6 agosto 2016Produce malessere affettivo, irritabilità, ansia, depressione ed anche elevata pressione sanguigna

Lavorare oltre il dovuto fa male e puo’ portare a sviluppare un disturbo che gli esperti chiamano “workaholism” con effetti negativi a livello psicologico e fisico.

“Sindrome da dipendenza dal lavoro”, questa la traduzione di “workaholism” un termine inglese che ridefinisce il concetto di stacanovista ovvero un soggetto generalmente ammirato e lodato per il suo spiccato senso del lavoro. Lo studio condotto dal team guidato da Cristian Balducci, professore associato di psicologia del lavoro all’Alma Mater di Bologna, dimostra che lavorare troppo, produce malessere affettivo, irritabilità, ansia, depressione ed anche elevata pressione sanguigna. Su un campione di 311 liberi professionisti, dirigenti e imprenditori è emerso che i soggetti con una tendenza marcata al workaholism registrano una più frequente esperienza di stati negativi come rabbia, pessimismo, scoraggiamento, contagiando anche il partner e i figli. Su un campione di 235 lavoratori dipendenti invece è emerso che lo “stacanovismo” impatta negativamente sulla salute mentale anche ad un anno di distanza. Per questo, suggeriscono gli scienziati, “le organizzazioni lavorative dovrebbero essere attente a non alimentare questo fenomeno nei propri lavoratori, cercando di prevenirlo per evitare un degradamento significativo delle condizioni di benessere delle risorse umane e della loro vitalità”.

l.s.

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Violenza sulle donne: la Toscana si scuote – Nove da Firenze

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Il presidente Enrico Rossi all’obitorio di Pisa: “Infame, vile e malvagio chi si oppone così alla loro libertà”

FIRENZE- E’ in preparazione una manifestazione per il 10 agosto (alle ore 21.00) in piazza Napoleone a Lucca, davanti a Palazzo Ducale per rendere omaggio a Vania, la donna bruciata viva e morta nei giorni scorsi per mano di un uomo.

Una rosa per Vania. Il presidente della Regione Enrico Rossi ha voluto rendere omaggio stamani, all’obitorio dell’ospedale Santa Chiara di Pisa, alla salma di Vania Vannucchi, la giovane donna arsa viva e morta per mano di un uomo, ennesima vittima di una lunga lista di violenze. Dopo aver sostanto in silenzio davanti al corpo di Vania, il presidente si è intrattenuto brevemente con gli operatori e i responsabili dell’anatomia patologica dell’ospedale. Poi si è soffermato davanti a un lettino anatomico, depositando, come estremo saluto, una rosa rossa.

“Ciò che è accaduto è sconvolgente” dice il presidente della Toscana Enrico Rossi, appena tornato dalla visita alle camere mortuarie di Pisa. Lo sottolinea durante la conferenza stampa, a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, in cui assieme alla vice presidente Barni e all’assessore alla salute Saccardi ha annunciato le maggiori risorse che la Regione, da subito, ha deciso di stanziare per i servizi e le politiche contro la violenza sulle donne. “Di fronte a certi gesti parlare di follia può sembrare quasi una giustificazione e dunque suonare come una parola quasi fuori luogo – sottolinea Rossi -. Quello che è avvenuto è invece un delitto gravissimo. E’ la reazione infame, vile e malvagia da parte di uomini infami, vili e malvagi che così rispondono all’affermazione di libertà della donna”. Tre aggettivi che ripete più volte durante la conferenza stampa. “Per questo – aggiunge – è giusto che chi commette simili gesti sia punito, con pene anche più severe di oggi, condannato e messo all’indice”. “A differenza di questi uomini la Toscana – conclude – vuole invece fare di più per la libertà più intima delle donne. La libertà della donne è stato un movimento che h a attraversato il Novecento e gli uomini, tutti, dovrebbe sostenerlo, accettando la sfida del cambiamento”.

Serve una sensibilizzazione. Nel corso della conferenza stampa la vice presidente Barni ha annunciato come il prossimo ottobre, mese tradizionalmente rivolto dalla Regione alle iniziative nelle biblioteche, sarà dedicato al dibattito sul tema della violenza. “L’avevamo programmato già prima del grave fatto degli ultimi giorni – spiega – Dobbiamo schierarci: il silenzio aiuta sempre e solo i carnefici”. Occorre garantire alle donne che con coraggio arrivano a denunciare chi le maltratta un luogo sicuro dove stare e dove incontrare i figli: un rifugio anonimo, senza indirizzo, per i cinque o sei anni necessari mediamente a celebrare un processo. Ma è necessario anche rieducare chi ha commesso una violenza. L’assessore Saccardi accenna al riguardo ad un progetto portato avanti, con risorse anche regionali, dall’Asl centro con un team di psicologi “per recuperare i maltrattanti, che non sempre dal carcere escono rieducati”.

Raddoppiano (quasi) le risorse della Regione per sostenere i servizi e le politiche contro la violenza sulle donne. L’annunciano il presidente della Toscana Enrico Rossi, assieme alla vice presidente Monica Barni che detiene la delega alle pari opportunità. “Contro la violenza sulle donne dobbiamo agire tutti assieme – ripete il presidente – e come Regione siamo i primi pronti a fare la nostra parte”. Ai 250 mila euro che già erano in bilancio – 50 mila erano però già prenotati e destinati alla formazione dei docenti, giacché la prevenzione non può che essere anche culturale – si aggiungono così adesso altri 200 mila euro. Quattrocentomila saranno a disposizione per il 2017. “Dobbiamo isolare e punire gli uomini violenti – sottolinea il presidente – , ma dobbiamo soprattutto non fare sentire le donne sole, aiutarle a denunciare e a non trascurare i segni premonitori. Dobbiamo aumentare la prevenzione per arrestare quelle dinamiche che sfociano in violenza e rafforzare anche la rete territoriale che si prende cura delle donne, dopo che sono state oggetto di violenza”.

Nel 2014 l’ultimo stanziamento dello Stato
I 400 mila euro che la Regione ha messo sul piatto saranno utilizzati per sostenere anche le attività dei centri antiviolenza che operano sul territorio, ad oggi ventiquattro associazioni e onlus in regola con i requisiti nazionali e distribuite in tutte e dieci le province. Rossi e Barni annunciano un bando che uscirà probabilmente già a ottobre: una boccata di ossigeno in attesa delle risorse statali, da sempre utilizzate per finanziare la preziosa collaborazione di questi centri fatta di ascolto, sostegno, orientamento, protezione alle vittime nel loro percorso di uscita. L’ultimo stanziamento statale risale infatti a due anni fa valido per il biennio 2013-2014 – 763 mila euro per la Toscana – mentre per i due anni successivi ancora non è arrivato niente. “Naturalmente quei soldi li abbiamo già spesi tutti, fino all’ultimo centesimo – precisa la vice presidente Monica Barni – . La Toscana non può esse re certo additata tra le Regioni che non hanno utilizzato i fondi a disposizione: l’abbiamo fatto e l’abbiamo fatto con estrema trasparenza, con tanto di rendicontazione in open data disponibile sul sito dell’ente”. Una trasparenza riconosciuta da Action Aid. Il 40 per cento dei 763 mila euro arrivati dallo Stato per il 2013 e 2014 sono andati ai centri antiviolenza, attraverso le Province; il resto è stato utilizzato per progetti di rete, per la formazione degli operatori in modo da far parlare a tutti lo stesso linguaggio, per condividere protocolli e procedure, per far meglio conoscere i centri e i loro servizi e sensibilizzare le comunità, per interventi nelle scuole, per l’abbattimento delle rette delle case rifugio che accolgono le donne vittime di violenza, in modo da sgravare parzialmente dalla spesa i bilanci dei Comuni, o per sostenere iniziative per aiutare le donne che hanno subito violenze a reinserirsi nel mondo del lavoro.

Un comitato e una nuova legge
Ma la Regione non annuncia solo nuove risorse. Sarà costituito anche un comitato – Regione, Anci e centri antiviolenza – per decidere insieme l’utilizzo delle risorse ed eventuali modifiche alla legge sulla violenza di genere che la Toscana ha dal 2007. Lo si farà già a settembre. Con la riforma delle province che c’è stata l’anno scorso dovrà inoltre essere probabilmente ridiscussa anche la governance.

“Sui giornali e nei media finiscono i fatti di cronaca più eclatanti – conclude Barni – ma i dati ci raccontano una realtà sommersa molto più complessa e sottovalutata. Bisogna lavorare sull’educazione e sulla prevenzione, a tutti i livelli, dalla scuola dell’infanzia all’università, coinvolgendo anche le famiglie: serve educazione al rispetto, al riconoscimento e all’accettazione delle diversità, alla consapevolezza, contro ogni forma di violenza anche verbale che oggi ha investito le nostre comunità, dai social alla politica”.

In Toscana 12 donne uccise nel 2014 e 2500 uscite allo scoperto
I fatti raccontano che le violenze, è noto, si consumano per lo più all’interno nelle mura domestiche o nella cerchia dei cari, per un sentimento malinteso o per un no che pone fine ad una relazione. In Italia ogni due o tre giorni viene uccisa una donna: Vania Vannucchi a Lucca e Rosaria Lentini a Caserta sono state le ultime due negli ultimi tre giorni. Dodici in tutto sono state le donne uccise in Toscana nel 2014: i numeri sono contenuti nell’ultimo rapporto disponibile, quello sul 2015 è ancora in corso di stesura. Praticamente è una donna uccisa al mese, mentre in 77, per mano di un familiare, sono morte dal 2006 al 2014, una ogni 46 giorni, ‘colpevoli’ solo tante volte di voler decidere da sole e di non volersi fare imporre decisioni da altri. Duemilacinquecento sono invece le donne che, sempre in Toscana, nel 2014 hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto e di cercare aiuto per le violenze subite, fisiche ma più spesso psicologiche, magari rivolgendosi proprio ai centri antiviolenza. E’ una dato che fa altrettanta impressione, ma è anche il ‘mezzo bicchiere’ pieno perché è quello che racconta il velo di silenzio finalmente squarciato.

Una duplice richiesta d’impegno per sostenere l’inserimento lavorativo delle donne vittime di violenza. Alla Regione, per varare misure con questo obiettivo, utilizzando anche risorse dal Fondo sociale europeo; al Parlamento, per modificare la normativa relativa alle cooperative sociali, prevedendo l’equiparazione di quelle nate da donne vittime di violenza a quelle impieganti persone svantaggiate, ottenendo così i medesimi incentivi. È ciò che prevede la mozione “Interventi a sostegno dell’inserimento lavorativo delle donne vittime di violenza e di violenza domestica” , proposta dal consigliere Pd Enrico Sostegni e approvata all’unanimità nel Consiglio regionale martedì scorso.

Il Codice Rosa è un progetto della Regione Toscana, sviluppato a seguito dell’esperienza positiva realizzata dalla Asl 9 di Grosseto (dove il Codice Rosa è in funzione dal 2010), rivolto alle persone che accedono alle strutture di pronto soccorso per essere curate: uomini e donne, adulti e minori, vittime di maltrattamenti, abusi e discriminazioni sessuali. Il progetto regionale, che prevede il coinvolgimento interistituzionale e delle associazioni, ha preso avvio dal 2012 e si è sviluppato gradualmente fino alla completa diffusione, avvenuta nel 2014, in tutte le aziende sanitarie toscane.

“L’esperienza toscana ha fatto scuola, e dal 2014 il Codice Rosa è diventato un protocollo nazionale. In questo modo, un’eccellenza toscana è divenuta patrimonio di tutto il paese – afferma l’assessore al diritto alla salute, sociale e sport Stefania Saccardi – Ma il Codice rosa deve diventare sempre di più un percorso di tipo sociosanitario per far seguire all’accoglienza immediata al Pronto soccorso anche la fase sociale di accompagnamento dentro la società, per offrire alle donne un sostegno di tipo abitativo, psicologico, e anche economico, nel momento in cui decidono di allontanarsi dal luogo in cui subiscono violenza e di denunciare il proprio aguzzino”. “Quello che come istituzioni abbiamo l’obbligo di garantire alle donne – prosegue Saccardi – è una rete di protezione vera, non solo di tipo sanitario, ma anche nel ‘dopo’, per tutto il tempo della durata del processo. Per questo ha grande importanza quanto annunciato dal presidente Rossi: investire di più e aumentare le risorse della Regione Toscana ai centri antiviolenza, perché alla fine è questa la base della vera rete di protezione che può consentire alle donne di liberarsi del proprio maltrattante e di essere autonome e sostenute nei tempi necessari a celebrare i processo. Altrimenti il rischio è che, nella condizione di insicurezza e fragilità in cui si trovano, alla fine tornino dal loro ‘carnefice'”.

Codice Rosa: cos’è e come funziona
E’ un percorso di accoglienza al pronto soccorso dedicato a chi subisce violenza, che si colloca e si armonizza con la storica rete dei centri antiviolenza e delle altre associazioni di volontariato e solidarietà. Parte da una stanza dedicata all’interno del pronto soccorso, nella quale accedono tutti gli specialisti che dovranno visitare la/il paziente. Il suo punto di forza è una task force interistituzionale, una squadra formata da personale socio-sanitario (infermieri, ostetriche, medici, assistenti sociali, psicologi), magistrati, ufficiali di Polizia giudiziaria impegnati in un’attività di tutela delle fasce deboli della popolazione, quelle che possono essere maggiormente esposte a episodi di abuso e violenza: donne soprattutto, ma anche minori, anziani, persone vittime di abusi e discriminazioni sessuali. L’intervento congiunto di questa task force permette di prestare immediate cure mediche e sostegno psicologico a chi subisce violenza, nel fondamentale rispetto della riservatezza. Questa attività congiunta avviene nella più ampia tutela della privacy e dei “tempi dei silenzi” delle vittime e nel rispetto della loro scelta sul tipo di percorso da seguire dopo le prime cure. Il compito principale del gruppo è l’assistenza socio-sanitaria e giudiziaria alle vittime di violenza, con un’attenzione particolare a far emergere quegli episodi di violenza in cui le vittime hanno difficoltà a raccontare di essere state oggetto di violenza da parte di terzi: una reticenza dovuta spesso alla paura di ritorsioni. Alla base dell’attività della task force c’è un protocollo firmato congiuntamente da Regione Toscana e Procura della Repubblica. Alle cure si affianca l’azione sinergica e tempestiva delle Procure e delle forze dell’ordine, per rilevare tutti gli elementi utili, avviare le indagini, monitorare e tenere sotto controllo le situazioni a rischio nei casi di mancata denuncia. L’adozione di procedure condivise e di specifici protocolli operativi ha consentito di velocizzare i tempi di indagine e dei processi. Il Codice Rosa non sostituisce il codice di gravità del pronto soccorso, ma viene assegnato insieme al codice di triage da personale formato a riconoscere segnali spesso taciuti di violenze. Agli utenti ai quali viene attribuito il Codice Rosa è dedicata una stanza, dove vengono create le migliori condizioni per l’accoglienza, la cura e il sostegno, nonché l’avvio delle procedure d’indagine in collaborazione con le forze dell’ordine e, se necessario, l’attivazione delle strutture territoriali per la tutela di situazioni che presentano livelli di rischio elevati. Da quando il Codice rosa è in funzione nelle aziende sanitarie toscane, ha fatto emergere casi di violenza che altrimenti sarebbero rimasti nascosti, dando assistenza alle vittime e facendo perseguire i responsabili. Nel 2015 sono stati 3.049 (2.623 adulti e 426 minori) i casi di Codice Rosa che si sono presentati nei pronto soccorso della Toscana: 2.877 per maltrattamenti (2.504 adulti e 373 minori); 147 per abusi (94 adulti e 53 minori); 25 per stalking (solo adulti). Nell’allegato, anche i dati suddivisi per Asl. Nel 2014 erano stati 3.268 i casi di Codice Rosa registrati nei pronto soccorso delle aziende sanitarie toscane: 2.827 accessi avevano riguardato gli adulti (2.629 maltrattamenti, 127 abusi, 71 stalking), 441 i minori (355 maltrattamenti, 86 abusi). Nel 2013, nelle 10 aziende in cui il Codice Rosa era attivo (2-4-5-6-8-9-11-12-AOU Careggi-AOU Meyer), sono stati registrati 2.998 casi, di cui 2.646 su adulti (2.536 maltrattamenti, 85 abusi, 25 stalking), e 352 su minori (293 maltrattamenti e 59 abusi). Dall’inizio del 2016 nella Asl Toscana Centro è partita una sperimentazione che ha migliorato e reso più efficace il progetto del Codice Rosa, introducendo un servizio che consente di seguire e assistere sul piano sociale e psicologico le persone vittime di violenza che si sono presentate al pronto soccorso. La Regione ha destinato 70.000 euro per questa sperimentazione, prevedendo anche il proseguimento delle attività formative a carattere regionale, per garantire la formazione del personale delle aziende che opera nell’assistenza, cura e tutela delle persone vittime di violenza nell’ambito del progetto Codice Rosa.

Redazione Nove da Firenze

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Violenza sulle donne, la Toscana investe più risorse in servizi e … – Redattore Sociale

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FIRENZE – Raddoppiano (quasi) le risorse della Regione per sostenere i servizi e le politiche contro la violenza sulle donne. L’annunciano il presidente della Toscana Enrico Rossi, assieme alla vice presidente Monica Barni che detiene la delega alle pari opportunità. “Contro la violenza sulle donne dobbiamo agire tutti assieme – si legge in una nota – e come Regione siamo i primi pronti a fare la nostra parte”. Ai 250 mila euro che già erano in bilancio – 50 mila erano però già prenotati e destinati alla formazione dei docenti, giacché la prevenzione non può che essere anche culturale – si aggiungono così adesso altri 200 mila euro. Quattrocentomila saranno a disposizione per il 2017. “Dobbiamo isolare e punire gli uomini violenti – sottolinea il presidente – , ma dobbiamo soprattutto non fare sentire le donne sole, aiutarle a denunciare e a non trascurare i segni premonitori. Dobbiamo aumentare la prevenzione per arrestare quelle dinamiche che sfociano in violenza e rafforzare anche la rete territoriale che si prende cura delle donne, dopo che sono state oggetto di violenza”.

I 400 mila euro della regione saranno utilizzati per sostenere anche le attività dei centri antiviolenza che operano sul territorio, ad oggi ventiquattro associazioni e onlus in regola con i requisiti nazionali e distribuite in tutte e dieci le province. Rossi e Barni annunciano un bando che uscirà probabilmente già a ottobre: una boccata di ossigeno in attesa delle risorse statali, da sempre utilizzate per finanziare la preziosa collaborazione di questi centri fatta di ascolto, sostegno, orientamento, protezione alle vittime nel loro percorso di uscita. L’ultimo stanziamento statale risale infatti a due anni fa valido per il biennio 2013-2014 – 763 mila euro per la Toscana – mentre per i due anni successivi ancora non è arrivato niente. “Naturalmente quei soldi li abbiamo già spesi tutti, fino all’ultimo centesimo – precisa la vice presidente Monica Barni – . La Toscana non può esse re certo additata tra le Regioni che non hanno utilizzato i fondi a disposizione: l’abbiamo fatto e l’abbiamo fatto con estrema trasparenza, con tanto di rendicontazione in open data disponibile sul sito dell’ente”. Una trasparenza riconosciuta da Action Aid. Il 40 per cento dei 763 mila euro arrivati dallo Stato per il 2013 e 2014 sono andati ai centri antiviolenza, attraverso le Province; il resto è stato utilizzato per progetti di rete, per la formazione degli operatori in modo da far parlare a tutti lo stesso linguaggio, per condividere protocolli e procedure, per far meglio conoscere i centri e i loro servizi e sensibilizzare le comunità, per interventi nelle scuole, per l’abbattimento delle rette delle case rifugio che accolgono le donne vittime di violenza, in modo da sgravare parzialmente dalla spesa i bilanci dei Comuni, o per sostenere iniziative per aiutare le donne che hanno subito violenze a reinserirsi nel mondo del lavoro.

Un comitato e una nuova legge. Sarà costituito anche un comitato – Regione, Anci e centri antiviolenza – per decidere insieme l’utilizzo delle risorse ed eventuali modifiche alla legge sulla violenza di genere che la Toscana ha dal 2007. Lo si farà già a settembre. Con la riforma delle province che c’è stata l’anno scorso dovrà inoltre essere probabilmente ridiscussa anche la governance. “Sui giornali e nei media finiscono i fatti di cronaca più eclatanti – conclude Barni – ma i dati ci raccontano una realtà sommersa molto più complessa e sottovalutata. Bisogna lavorare sull’educazione e sulla prevenzione, a tutti i livelli, dalla scuola dell’infanzia all’università, coinvolgendo anche le famiglie: serve educazione al rispetto, al riconoscimento e all’accettazione delle diversità, alla consapevolezza, contro ogni forma di violenza anche verbale che oggi ha investito le nostre comunità, dai social alla politica”.

In Toscana 12 donne uccise nel 2014 e 2500 uscite allo scoperto. I fatti raccontano che le violenze, è noto, si consumano per lo più all’interno nelle mura domestiche o nella cerchia dei cari, per un sentimento malinteso o per un no che pone fine ad una relazione. In Italia ogni due o tre giorni viene uccisa una donna: Vania Vannucchi a Lucca e Rosaria Lentini a Caserta sono state le ultime due negli ultimi tre giorni.
Dodici in tutto sono state le donne uccise in Toscana nel 2014: i numeri sono contenuti nell’ultimo rapporto disponibile, quello sul 2015 è ancora in corso di stesura. Praticamente è una donna uccisa al mese, mentre in 77, per mano di un familiare, sono morte dal 2006 al 2014, una ogni 46 giorni, ‘colpevoli’ solo tante volte di voler decidere da sole e di non volersi fare imporre decisioni da altri. Duemilacinquecento sono invece le donne che, sempre in Toscana, nel 2014 hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto e di cercare aiuto per le violenze subite, fisiche ma più spesso psicologiche, magari rivolgendosi proprio ai centri antiviolenza. “E’ una dato che fa altrettanta impressione, – si legge nella nota – ma è anche il ‘mezzo bicchiere’ pieno perché è quello che racconta il velo di silenzio finalmente squarciato”.

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Più risorse dalla Regione contro la violenza sulle donne – Regioni.it

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 Scritto da Walter Fortini, venerdì 5 agosto 2016 alle 13:19FIRENZE – Raddoppiano (quasi) le risorse della Regione per sostenere i servizi e le politiche contro la violenza sulle donne. L’annunciano il presidente della Toscana Enrico Rossi, assieme alla vice presidente Monica Barni che detiene la delega alle pari opportunità. “Contro la violenza sulle donne dobbiamo agire tutti assieme – ripete il presidente – e come Regione siamo i primi pronti a fare la nostra parte”. Ai 250 mila euro che già erano in bilancio – 50 mila erano però già prenotati e destinati alla formazione dei docenti, giacché la prevenzione non può che essere anche culturale – si aggiungono così adesso altri 200 mila euro. Quattrocentomila saranno a disposizione per il 2017.Nel 2014 l’ultimo stanziamento dello Stato
I 400 mila euro che la Regione ha messo sul piatto saranno utilizzati per sostenere anche le attività dei centri antiviolenza che operano sul territorio, ad oggi ventiquattro associazioni e onlus in regola con i requisiti nazionali e distribuite in tutte e dieci le province. Rossi e Barni annunciano un bando che uscirà probabilmente già a ottobre: una boccata di ossigeno in attesa delle risorse statali, da sempre utilizzate per finanziare la preziosa collaborazione di questi centri fatta di ascolto, sostegno, orientamento, protezione alle vittime nel loro percorso di uscita. L’ultimo stanziamento statale risale infatti a due anni fa valido per il biennio 2013-2014 – 763 mila euro per la Toscana – mentre per i due anni successivi ancora non è arrivato niente. “Naturalmente quei soldi li abbiamo già spesi tutti, fino all’ultimo centesimo – precisa la vice presidente Monica Barni – . La Toscana non può esse re certo additata tra le Regioni che non hanno utilizzato i fondi a disposizione: l’abbiamo fatto e l’abbiamo fatto con estrema trasparenza, con tanto di rendicontazione in open data disponibile sul sito dell’ente”. Una trasparenza riconosciuta da Action Aid.
Il 40 per cento dei 763 mila euro arrivati dallo Stato per il 2013 e 2014 sono andati ai centri antiviolenza, attraverso le Province; il resto è stato utilizzato per progetti di rete, per la formazione degli operatori in modo da far parlare a tutti lo stesso linguaggio, per condividere protocolli e procedure, per far meglio conoscere i centri e i loro servizi e sensibilizzare le comunità, per interventi nelle scuole, per l’abbattimento delle rette delle case rifugio che accolgono le donne vittime di violenza, in modo da sgravare parzialmente dalla spesa i bilanci dei Comuni, o per sostenere iniziative per aiutare le donne che hanno subito violenze a reinserirsi nel mondo del lavoro.Un comitato e una nuova legge
Ma la Regione non annuncia solo nuove risorse. Sarà costituito anche un comitato – Regione, Anci e centri antiviolenza – per decidere insieme l’utilizzo delle risorse ed eventuali modifiche alla legge sulla violenza di genere che la Toscana ha dal 2007. Lo si farà già a settembre. Con la riforma delle province che c’è stata l’anno scorso dovrà inoltre essere probabilmente ridiscussa anche la governance.
“Sui giornali e nei media finiscono i fatti di cronaca più eclatanti – conclude Barni – ma i dati ci raccontano una realtà sommersa molto più complessa e sottovalutata. Bisogna lavorare sull’educazione e sulla prevenzione, a tutti i livelli, dalla scuola dell’infanzia all’università, coinvolgendo anche le famiglie: serve educazione al rispetto, al riconoscimento e all’accettazione delle diversità, alla consapevolezza, contro ogni forma di violenza anche verbale che oggi ha investito le nostre comunità, dai social alla politica”.In Toscana 12 donne uccise nel 2014 e 2500 uscite allo scoperto
I fatti raccontano che le violenze, è noto, si consumano per lo più all’interno nelle mura domestiche o nella cerchia dei cari, per un sentimento malinteso o per un no che pone fine ad una relazione. In Italia ogni due o tre giorni viene uccisa una donna: Vania Vannucchi a Lucca e Rosaria Lentini a Caserta sono state le ultime due negli ultimi tre giorni.
Dodici in tutto sono state le donne uccise in Toscana nel 2014: i numeri sono contenuti nell’ultimo rapporto disponibile, quello sul 2015 è ancora in corso di stesura. Praticamente è una donna uccisa al mese, mentre in 77, per mano di un familiare, sono morte dal 2006 al 2014, una ogni 46 giorni, ‘colpevoli’ solo tante volte di voler decidere da sole e di non volersi fare imporre decisioni da altri.
Duemilacinquecento sono invece le donne che, sempre in Toscana, nel 2014 hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto e di cercare aiuto per le violenze subite, fisiche ma più spesso psicologiche, magari rivolgendosi proprio ai centri antiviolenza. E’ una dato che fa altrettanta impressione, ma è anche il ‘mezzo bicchiere’ pieno perché è quello che racconta il velo di silenzio finalmente squarciato.
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Raddoppiano le risorse per servizi e politiche contro la violenza … – gonews

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violenza sulle donne

Raddoppiano (quasi) le risorse della Regione per sostenere i servizi e le politiche contro la violenza sulle donne. L’annunciano il presidente della Toscana Enrico Rossi, assieme alla vice presidente Monica Barni che detiene la delega alle pari opportunità. “Contro la violenza sulle donne dobbiamo agire tutti assieme – ripete il presidente – e come Regione siamo i primi pronti a fare la nostra parte”. Ai 250 mila euro che già erano in bilancio – 50 mila erano però già prenotati e destinati alla formazione dei docenti, giacché la prevenzione non può che essere anche culturale – si aggiungono così adesso altri 200 mila euro. Quattrocentomila saranno a disposizione per il 2017.

“Dobbiamo isolare e punire gli uomini violenti – sottolinea il presidente – , ma dobbiamo soprattutto non fare sentire le donne sole, aiutarle a denunciare e a non trascurare i segni premonitori. Dobbiamo aumentare la prevenzione per arrestare quelle dinamiche che sfociano in violenza e rafforzare anche la rete territoriale che si prende cura delle donne, dopo che sono state oggetto di violenza”.

Nel 2014 l’ultimo stanziamento dello Stato
I 400 mila euro che la Regione ha messo sul piatto saranno utilizzati per sostenere anche le attività dei centri antiviolenza che operano sul territorio, ad oggi ventiquattro associazioni e onlus in regola con i requisiti nazionali e distribuite in tutte e dieci le province. Rossi e Barni annunciano un bando che uscirà probabilmente già a ottobre: una boccata di ossigeno in attesa delle risorse statali, da sempre utilizzate per finanziare la preziosa collaborazione di questi centri fatta di ascolto, sostegno, orientamento, protezione alle vittime nel loro percorso di uscita. L’ultimo stanziamento statale risale infatti a due anni fa valido per il biennio 2013-2014 – 763 mila euro per la Toscana – mentre per i due anni successivi ancora non è arrivato niente. “Naturalmente quei soldi li abbiamo già spesi tutti, fino all’ultimo centesimo – precisa la vice presidente Monica Barni – . La Toscana non può esse re certo additata tra le Regioni che non hanno utilizzato i fondi a disposizione: l’abbiamo fatto e l’abbiamo fatto con estrema trasparenza, con tanto di rendicontazione in open data disponibile sul sito dell’ente”. Una trasparenza riconosciuta da Action Aid.

Il 40 per cento dei 763 mila euro arrivati dallo Stato per il 2013 e 2014 sono andati ai centri antiviolenza, attraverso le Province; il resto è stato utilizzato per progetti di rete, per la formazione degli operatori in modo da far parlare a tutti lo stesso linguaggio, per condividere protocolli e procedure, per far meglio conoscere i centri e i loro servizi e sensibilizzare le comunità, per interventi nelle scuole, per l’abbattimento delle rette delle case rifugio che accolgono le donne vittime di violenza, in modo da sgravare parzialmente dalla spesa i bilanci dei Comuni, o per sostenere iniziative per aiutare le donne che hanno subito violenze a reinserirsi nel mondo del lavoro.

Un comitato e una nuova legge
Ma la Regione non annuncia solo nuove risorse. Sarà costituito anche un comitato – Regione, Anci e centri antiviolenza – per decidere insieme l’utilizzo delle risorse ed eventuali modifiche alla legge sulla violenza di genere che la Toscana ha dal 2007. Lo si farà già a settembre. Con la riforma delle province che c’è stata l’anno scorso dovrà inoltre essere probabilmente ridiscussa anche la governance.

“Sui giornali e nei media finiscono i fatti di cronaca più eclatanti – conclude Barni – ma i dati ci raccontano una realtà sommersa molto più complessa e sottovalutata. Bisogna lavorare sull’educazione e sulla prevenzione, a tutti i livelli, dalla scuola dell’infanzia all’università, coinvolgendo anche le famiglie: serve educazione al rispetto, al riconoscimento e all’accettazione delle diversità, alla consapevolezza, contro ogni forma di violenza anche verbale che oggi ha investito le nostre comunità, dai social alla politica”.

In Toscana 12 donne uccise nel 2014 e 2500 uscite allo scoperto
I fatti raccontano che le violenze, è noto, si consumano per lo più all’interno nelle mura domestiche o nella cerchia dei cari, per un sentimento malinteso o per un no che pone fine ad una relazione. In Italia ogni due o tre giorni viene uccisa una donna: Vania Vannucchi a Lucca e Rosaria Lentini a Caserta sono state le ultime due negli ultimi tre giorni.
Dodici in tutto sono state le donne uccise in Toscana nel 2014: i numeri sono contenuti nell’ultimo rapporto disponibile, quello sul 2015 è ancora in corso di stesura. Praticamente è una donna uccisa al mese, mentre in 77, per mano di un familiare, sono morte dal 2006 al 2014, una ogni 46 giorni, ‘colpevoli’ solo tante volte di voler decidere da sole e di non volersi fare imporre decisioni da altri.
Duemilacinquecento sono invece le donne che, sempre in Toscana, nel 2014 hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto e di cercare aiuto per le violenze subite, fisiche ma più spesso psicologiche, magari rivolgendosi proprio ai centri antiviolenza. E’ una dato che fa altrettanta impressione, ma è anche il ‘mezzo bicchiere’ pieno perché è quello che racconta il velo di silenzio finalmente squarciato.

Fonte: Regione Toscana – Ufficio Stampa

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La letteratura guarisce le persone – La Provincia di Varese

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La letteratura guarisce le persone
  • Venerdì 05 agosto 2016

La letteratura guarisce le persone

Libri – Leggere romanzi fa bene. Aumenta l’empatia e fa crescere le nostre doti di interazione con gli altri

Disturbi alimentari, dipendenze o fasi depressive: a volte, nei momenti critici, la lettura giusta può essere di supporto a una cura. È una pratica già conosciuta dagli antichi romani che oggi conosce un nuovo slancio. Già Aristotele credeva che la letteratura potesse guarire le persone e gli antichi romani riconobbero l’esistenza di un rapporto tra medicina e lettura.
Negli Stati Uniti e in Inghilterra, la biblioterapia è molto diffusa e sono molti gli studi internazionali che ne attestano la validità nel trattamento di vari disturbi psichici dell’età adulta ma anche evolutiva. Ma quali sono le malattie o i disturbi che più si prestano ad essere curati con il sostegno della lettura?
Principalmente quelli legati alla sfera dell’umore e alle condizioni patologiche derivate da perdita del lavoro, la fine di un amore, un lutto in famiglia o semplicemente una fase depressiva. Se il momento che state vivendo è critico, la lettura del libro giusto può aiutarvi a “guarire” o almeno a migliorare.
Leggere romanzi, ad esempio, fa bene. Aumenta l’empatia, la capacità di interpretare gli stati d’animo altrui e fa crescere le nostre doti di interazione. Lo spiega uno psicologo-romanziere, Keith Oatley, che ha messo insieme tutte le ricerche neuroscientifiche condotte finora sugli effetti della narrativa sul cervello. Coinvolgimento emotivo e brillantezza nelle descrizioni sono gli ingredienti di un romanzo che si incide nella mente. Ma l’atout che rende una storia parte della nostra coscienza è appunto l’immaginazione. Lo spazio libero che ogni grande autore affida al proprio lettore. L’arte di imbastire un personaggio lasciandoci liberi di completarne i dettagli e ricostruirne la complessità. «Chi si impegna in questo sforzo di simulazione – spiega lo scrittore – riesce meglio a capire gli altri. La letteratura mima il nostro mondo sociale. Come i simulatori di volo aiutano a diventare piloti, la letteratura migliora la capacità di avere relazioni». Dallo svolgimento della ricerca è emerso che i volontari, lettori di romanzi, avevano ottenuto punteggi migliori nei test di teoria della mente rispetto a chi aveva letto libri di saggistica oppure niente.
Quel che è vero per la vecchia carta stampata – la ricerca dimostra – lo è anche per i film, le serie tv e i videogiochi (rari) con una trama e personaggi dotati di spessore psicologico. I risultati valgono per gli adulti, ma anche per i bambini che ascoltano una favola letta dai genitori o guardano un cartone (ma non un programma tv di altro tipo). Nessun cambiamento nel livello di empatia avviene invece dopo aver visto un documentario o letto un saggio. «Romanzo, favola, racconto, pièce teatrale, film o serie tv. L’importante è che ci sia una storia. Un frammento di coscienza che passa da un individuo all’altro», spiega Oatley. Se poi questa storia è scritta da un grande romanziere, gli effetti sul nostro cervello saranno ancora più accentuati. A due gruppi di volontari, per esempio, sono state fatte leggere due versioni della “Signora con il cagnolino”: l’originale di Checov o un riassunto scritto in maniera più piatta. Gli effetti sull’empatia e i test sulla teoria della mente si sono rivelati nettamente diversi.

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Caporalato, il riscatto di Nardò grazie al gioco di squadra – Famiglia Cristiana

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04/08/2016  La chiamavano la “Rosarno” della Puglia. ha deciso di combattere caporalato e razzismo. partendo dal dare un tetto, la luce, l’acqua e una bici ai lavoratori immigrati. l’impegno congiunto di comune, Coldiretti e Caritas

Era morto di fatica e sudore giusto un anno fa. Nei campi di pomodoro di Nardò, dove le temperature sfioravano i 42 gradi, Abdullah Mohamed aveva continuato a lavorare nonostante si fosse già sentito male. Era arrivato dal Sudan chiedendo asilo politico e si era ritrovato arruolato dai caporali come lavoratore stagionale. Pochi giorni prima, sempre in Puglia, era morta Paola Clemente e prima Zakaria Ben Hassine e prima, prima… «Ma io non voglio indossare la fascia da sindaco per andare a nuovi funerali», commenta oggi il primo cittadino di Nardò, Pippi Mellone. Da poche settimane alla guida del Comune, in provincia di Lecce, sostenuto da una lista civica che mette insieme trasversalmente dalla destra di Casa Pound alla sinistra di Sel, difende la sua ordinanza, firmata il 14 luglio, che vieta il lavoro nei campi dalle 12 alle 16: «È una norma di buon senso. Ci sono troppi rischi per la salute, non si può pretendere che si lavori in quelle condizioni» Per chi impiega i braccianti in quelle ore – che siano campi di angurie o di patate – le multe vanno dai 25 ai 500 euro. Plaude la Caritas, che da tempo segue la sorte delle centinaia di migranti che transitano da queste terre, snodo cruciale per i lavoratori agricoli e uno dei maggiori mercati nazionali in nero di manodopera stagionale. Plaudono le altre associazioni impegnate in questi anni contro lo sfruttamento.

Ma non tutti sono d’accordo con il sindaco. La Confederazione italiana agricoltori si alza polemicamente dal tavolo di concertazione convocato da Prefettura e Comune. E qualche avvocato comincia a impugnare la delibera. «Per me è una misura di civiltà, e mi dispiace per quanti continuano a ragionare con logiche di categorie Noi non abbiamo paura di continuare a difendere i più deboli e di perseguire la legalità», continua Mellone. I più deboli qui sono i 300 migranti del “ghetto” Arene-Serrazze, periferia di Nardò: in fila per prendere l’acqua, i generatori di corrente per sopperire alla mancanza di energia, a volte sfruttati dagli stessi vicini di “baracca”. «La provenienza cambia tutti gli anni, adesso forse arrivano più dal Senegal, dal Mali e dal Burkina Faso», precisa Gregorio Manieri, un operatore del Progetto presidio della Caritas, «anche se le presenze più numerose sono quelle dal Sud Sudan, dalla Tunisia e dal Ghana. Ce ne occupiamo dal 1997 e già allora dicevamo che andavano cercate risposte strutturali. Come si fa a pensare che sia emergenza un fenomeno che si ripresenta uguale tutti gli anni?», commenta mentre gli altri operatori fanno gli “ascolti”, raccolgono cioè le storie dei migranti per capirne necessità e bisogni.

Intanto, in mezzo agli uliveti, tra materassi e rifiuti, Obama e Berlusconi si inseguono allegramente. I nomi, a questi due cagnetti che sono ormai la loro mascotte, li hanno dati i primi arrivati. «Il nostro modo di giocare con il potere, di farci ascoltare», dice qualcuno. ad ascoltarli sul serio. «Il sindaco sta cercando di metterci il cuore», chiosa don Giampiero Fantastico, direttore della Caritas di Nardò-Gallipoli, «e se si fa aiutare, lo aiuteremo volentieri». A pochi metri da questa ex falegnameria sgombrata e abbattuta, ma subito trasformata, con i materiali di risulta, in un nuovo fatiscente agglomerato, il Comune, infatti, sta allestendo un centro di accoglienza con bagni, docce, tende e presidio medico.

Quest’anno si sono mosse anche le organizzazioni di categoria, la Coldiretti in primis che, grazie alla campagna condotta con la Focsiv – “Abbiamo riso per una cosa seria” – ha messo insieme «le risorse necessarie per portare nel campo solidale allestito dal Comune i moduli con i servizi igienici e le docce. Un impegno di spesa che si aggira sui 50 mila euro», sottolinea il presidente di Coldiretti Puglia Gianni Cantele. In attesa dei moduli abitativi refrigerati promessi, ma non ancora arrivati, Mellone ha fatto allestire le tende del Comune e della Protezione civile dove «si sono già trasferiti in 160», dicono dalla Caritas. Assieme ad acqua e luce, è garantita anche l’assistenza sanitaria con la presenza di due dottori, dal lunedì al venerdì, dalle 17 alle 20.

«L’accoglienza adeguata è uno dei primi strumenti per diffondere legalità», continua Cantele. «Il caporalato si sconfigge dando ai migranti la consapevolezza dei propri diritti e combattendo l’illegalità lavorativa », puntualizza don Giampiero. «Bisogna parlare di giustizia contributiva e di giusto salario per tutti. Non è possibile che i lavoratori siano pagati, come ci raccontano, 3 euro all’ora se ci sono i contributi e 6 senza. Questo vale sia per gli italiani che per gli stranieri. Vanno spezzate alcune catene di schiavitù, anche quelle che sembrano piccole, ma che impediscono al lavoratore di “liberarsi”. I mezzi di trasporto, per dirne una, che la Regione ha promesso di potenziare laddove c’è una maggiore concentrazione di braccianti per evitare che i migranti debbano sottostare ai caporali che fanno da “passeur”».

Qualcosa si sta muovendo anche grazie al protocollo sperimentale contro il caporalato, firmato lo scorso 27 maggio dai ministri dell’Interno, del Lavoro e delle Politiche agricole e che la Regione Puglia sta cercando di mettere a regime coinvolgendo gli attori che già lavorano sul campo. Come la stessa Caritas che con il Progetto presidio, al secondo biennio, aiuta a far fronte a bisogni più immediati, assicurando l’aiuto legale, psicologico e sanitario, attivandosi per i documenti di soggiorno e di lavoro. Facilitando l’integrazione. Che a volte passa anche da una bici, come quelle che la Caritas sta regalando con il progetto A ruota libera che permette ai migranti di non restare chiusi nel ghetto, ma di poter interagire con il cuore di Nardò, città insignita della medaglia d’oro al merito civile per l’accoglienza data agli ebrei liberati dai campi di sterminio. E che ora, con i nuovi migranti, vuole dar prova di non aver smarrito quella memoria.

Speciale Giubileo della Misericordia
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Uomini, donne e competizioni sportive – Focus

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Nelle prossime due settimane olimpiche, fateci caso: probabilmente, al termine di una gara, maschi e femmine si avvicineranno agli avversari in modo diverso.

Dopo un match gli uomini investono più tempo rispetto alle donne nel riavvicinarsi al rivale, assicurandosi che l’aggressività che aveva guidato il conflitto finisca sul campo da gioco. È quanto sostiene uno studio appena pubblicato su Current Biology.

Doppio fronte. Joyce Benenson, psicologa dell’Emanuel College e dell’università di Harvard, si è interessata alla questione dopo anni passati a chiedersi come facciano gli uomini a misurarsi in conflitti tra gruppi (per esempio in ambito lavorativo) e allo stesso tempo mantenere la rivalità all’interno della propria cerchia sociale.

Finiamola qui. Studi su scimpanzé dimostrano che i maschi riescono, meglio delle femmine, ad appianare i conflitti con i propri pari, riuscendo così a cooperare con essi contro le comunità di scimmie rivali. Che funzioni così anche per gli uomini? Benenson ha deciso di usare lo sport come banco di prova.

Ha esaminato decine di filmati di competizioni ad alto livello di tennis, ping pong, badminton e boxe tra atleti di 44 Paesi, senza concentrarsi sull’esito del match ma osservando che cosa accadeva al termine.

Nemici-amici. Si è così accorta che gli uomini trascorrono molto più tempo delle donne a riappacificarsi con l’avversario, un comportamento compatibile con “l’ipotesi del guerriero”: quella secondo cui questo riavvicinamento è conveniente, per poter poi fronteggiare insieme minacce più gravi.

Solidarietà femminile? «Le donne tradizionalmente hanno cooperato più facilmente con elementi interni alla propria famiglia e con una o due amiche trattate come parenti», afferma la Benenson. Per loro potrebbe essere meno semplice risolvere i conflitti, e non solo in ambito sportivo: gelosie e rivalità potrebbero trascinarsi più a lungo anche sul lavoro.

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