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Febbraio 2017

News

Guarire dal mal d’amore si può?

mal d’amore

Le fasi del mal d’amore a cui si riesce a sopravvivere

Quante volte il mal d’amore ci ha colpito. Notti insonne, fame nervosa, e confronti immaginari su cosa sarebbe stato giusto dire. Il cattivo umore provocato dai ricordi e dai pezzi di vita trascorsi, emergono con frequenza e le ferite si riaprono. Eppure il passare del tempo può far placare tutto il malessere sorto. Spesso pensiamo di proiettarci esattamente all’anno dopo, solo per voler essere certi di aver dimenticato tutto. Guarire dal mal d’amore è una bella impresa. Abbiamo sicuramente bisogno di un periodo di assestamento, ma quello più complicato è proprio l’inizio, corrispondente alla rottura della relazione. Si può sicuramente sopravvivere al mal d’amore e l’esempio cruciale è dato dalla nostra capacità di attraversare 4 fasi topiche prima della rinascita.

L’inizio è solo autodistruzione. In principio siamo in preda alla disperazione in quanto è necessario capacitarsi all’idea che la persona con cui di sono condivisi i momenti più significativi della propria vita non sarà più al nostro fianco. Questo permette di riflettere su quanto si è investito nel rapporto e come andare avanti. La disperazione irrazionale potrebbe far compiere azioni dettate dall’impulsività, ad esempio inviare messaggi al proprio ex, come concentrati di monologhi, dettati da odio e rabbia. Segue a tutto ciò l’implacabile momento in cui l’amor proprio viene meno e subentra l’autodistruzione. Pensare di voler riallacciare un rapporto con un ex partner che non risponde più o che al contrario lo fa solo per gentilezza in realtà è deleterio. Piangere allora potrebbe essere terapeutico, perché aiuta a scaricare lo stress le energie negative accumulate. La quiete dopo la tempesta emerge nel momento in cui c’è la razionalizzazione dei sentimenti.

L’intermezzo è un escalation di rabbia unita a sbalzi d’umore e depressione. Le emozioni negative possono emergere, quindi la rabbia il senso di vendetta hanno la meglio. È importante in questa fase razionalizzare i sentimenti repressi e non esplodere con atteggiamenti aggressivi. Il balzo successivo a questo punto di non ritorno, può essere la depressione sostenuta da sbalzi d’umore. Il fatto di non avere un riscontro ai propri dubbi e di non sentirsi più amati e l’impedimento a poter amare si concretizza in profonda tristezza.

La fase di accettazione alla realtà dei fatti. Accettare la condizione presentatasi è complicato ma importante per poter andare avanti. Essere tristi e provare questo sentimento va bene perché la glorificazione del benessere può avvenire solo se anteceduta da riflessione e tristezza. L’amore verso se stessi è l’inizio di una nuova vita, accettarsi e impegnarsi nel cambiare e migliorare il proprio percorso è fondamentale.

La fine del tunnel è il rinnovamento. Reinventarsi è l’obiettivo principale dopo tale sofferenza. Porsi dei piccoli obiettivi da raggiungere a beneficio della propria salute significa creare volutamente un cambiamento interiore. Accettare quello che è accaduto ed andare avanti nel migliore dei modi è indispensabile per guarire dal male d’amore.

 

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Lo stress lavorativo di terzo livello: il Burnout

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Quando il lavoro è un campo minato che innesca ansie, frustrazioni e suicidio

Le risposte mentale e fisica allo stress lavorativo possono essere infinite, ma la situazione diventa incontrollabile quando agli enormi carichi di lavoro e al cattivo clima lavorativo si associa il totale distacco emotivo e la depersonalizzazione e demotivazione verso il compito svolto. Tale approccio negativo al lavoro è in netto incremento soprattutto in situazioni di precarietà, come è stato dimostrato in una studio condotto da Elena Pirati sulla rivista Social Science &Medicine con conseguenze enormi sia a livello psicologico sia fisico. Questo significa che la sindrome da burnout non riguarda solo gli stressors legati ad un lavoro che non piace o ad un rapporto conflittuale con il proprio capo, ma concerne la stanchezza mentale nel non riuscire più a gestire conflitti di natura etica, morale.

Come riconoscere la sindrome da Burnout?

  1. Presenza di apatia. Recarsi al lavoro senza alcuna motivazione personale è uno dei campanelli d’allarme di tale sindrome. Non si è più energici e ottimisti nel lavoro, l’indifferenza al compito e ruolo svolto possono allontanare il dipendente ad un impegno dato al cento per cento. Quello che si svolge ha perso completamente interesse, per cui si tende al raggiungimento degli obiettivi per dovere, pensando solo di dover uscire dal proprio posto di lavoro.
  2. L’incremento dell’ansia e della paura. Spesso lavorare in gruppo e assicurarsi che i carichi di lavoro siano costantemente smaltiti può generare ansia e attacchi di panico. Ciò succede nel momento in cui non vi è un vero incentivo lavorativo e ci si rende conto che il tempo trascorso in azienda è completamente perso. A ciò può aggiungersi la frustrazione di non essere valutati adeguatamente.
  3. L’emersione del cinismo. Si diventa duri e distaccati emotivamente all’interno del gruppo di lavoro al punto da non avere le energie e spazi mentali per gestire i conflitti generati con altri colleghi. La rabbia e l’aggressività emergono in questa fase seppellendo l’empatia e il confronto verbale.
  4. Il manifestarsi del risentimento, introversione ed isolamento. La frustrazione, l’apatia, il cinismo, portano inevitabilmente alla crescita del risentimento verso gli altri e verso l’azienda. Questa è la fase più complessa e delicata in quanto il dipendente se non aiutato, assume atteggiamenti di esclusione dal gruppo e di introversione ed isolamento che possono sfociare in depressione.

Le condizioni di lavoro estreme spesso sono il motore di avvio al burnout, basti pensare alle morti causate da questo fenomeno, sempre più frequenti in Giappone. Molte di queste morti hanno come comune denominatore l’arresto cardiaco, l’ ictus e nella maggior parte delle volte, avvengono per suicidi. In tali casi il burnout è reputato pericoloso e identificato di “terzo livello” perché induce i dipendenti alla morte. Il fenomeno del burnout non riguarda allora, solo l’uscita dal mondo del lavoro di lavoratori che si ammalano, che scelgono di togliersi la vita o di dimettersi per ricominciare una nuova vita. Con questo termine oggi si identifica anche quella grossa fetta di risorse reputate “invisibili” e che vivono giorno per giorno una situazione di rischio lavorativo che colpisce direttamente la salute psicofisica. Pur esistendo una campagna di prevenzione al burnout molte aziende, sottovalutano il fenomeno e le ingerenze ad esso collegate. La motivazione nel cambiare stile lavorativo e vita, deve emergere direttamente dal dipendente. Ricominciare puntando sulle proprie competenze può essere un grande inizio a tutela del proprio benessere.

 

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