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Agosto 2016

Love & FriendshipNews

Dall’America all’Italia il baby shower: festeggiare l’arrivo di un bambino

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I cinque aspetti psicosociali che spingono a festeggire la futura mamma e il suo bebè

Dopo halloween e le feste super lussuriose per il diciottesimo anno, giunge anche in Italia il party dedicato alla mamma e al suo nascituro. Questa idea importata dagli Stati Uniti è nata per inneggiare la venuta al mondo di un bebè. Il coronamento della famiglia con un bambino, rappresenta un progetto di vita importante e complesso per molti partner che da tempo desiderano un figlio. Per cui amiche, colleghe e parenti hanno riunito le proprie forze, al fine di organizzare una festa spumeggiante in onore della futura mamma e del proprio bambino che nascerà.

In realtà esistono motivazioni psicologiche che portano alla realizzazione del baby shower. Possiamo delineare a tale proposito cinque aspetti psicosociali che spingono a cimentarsi in tale pratica:

  1. La condivisione della festa solo tra donne. Questa pratica ha un valore ancestrale e puramente femminile in quanto la condivisione della maternità è il punto focale della festa. La nascita di un bambino permette alle donne di essere più solidali e comprensive nello sperimentare il dono innato della maternità;
  2. Calarsi nel ruolo di mamma attraverso i giochi di società. Durante la festa vengono effettuati dei giochi di ruolo per esorcizzare “la veste di mamma factotum”, in quanto, in prima istanza è dalle cure della mamma che dipenderà la salute psicofisica del bambino;
  3. Demonizzare con ironia e allegria l’impegno della crescita di un figlio. La nuova vita che verrà crea valore aggiunto alla coppia e al singolo genitore. L’allegria e l’ironia condivisa attraverso i regali ricevuti dalle partecipanti alla festa, come giochi e pannolini, permette di creare un clima positivo e distensivo soprattutto in funzione della prima tappa di questo grande percorso, quale il parto.
  4. L’accoglienza e il ringraziamento della mamma attraverso la “merenda e torta time”. Accogliere le partecipanti ritagliando un momento ad hoc, quale un piccolo rinfresco e la torta, rafforza la condivisione dei valori e delle argomentazioni destinate al nascituro. Le preoccupazioni, le ansie e le paure vengono meno dinanzi alla scoperta di una esperienza condivisa, vale a dire, che ci si sente meno sole nel fronteggiare ad una esperienza così forte come la maternità.
  5. L’esclusività dei ringraziamenti. Il ringraziamento di certo non è la fine della festa ma è l’inizio di un grande cambiamento nel lungo cammino di genitore. Questa è una festa organizzata da donna a donna.

Dal punto di vista psicosociale la pratica del baby shower quindi non è solo la celebrazione della solidarietà e complicità femminile, ma è la celebrazione alla nuova vita che verrà.

 

 

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Sono irritato e deconcentrato sul posto di lavoro: quali sono le cause?

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Gli aspetti psicosociali e strutturali che portano alla deconcentrazione lavorativa

Sveglia, colazione, ripresa mattutina e pronti per affrontare una nuova giornata. Non sempre si è dell’umore e delle energie giuste per recarsi sul posto di lavoro. Essere deconcentrati e irritati è un problema che attanaglia un alto numero di dipendenti. Alla base di tali reazioni psicologiche  vi sono cause differenti. Esistono degli elementi che portano il lavoratore ad una deconcentrazione sistematica, al cattivo umore e alla demotivazione lavorativa. Così facendo si possono identificare delle motivazioni reputate psicosociali ed altre puramente strutturali che sono a carico del dipendente ed in contemporanea dell’organizzazione. Per cause “psicosociali” si intendono le innumerevoli preoccupazioni della sfera privata, che spesso influenzano l’umore del dipendente; quest’ultimo infatti non riesce a canalizzarle o gestirle nel giusto modo, al punto da viverle anche sul posto di lavoro. Ricordiamo inoltre, le preoccupazioni derivanti dallo stesso clima lavorativo, dalle dinamiche di gruppo creatisi, e dal lavoro che si conduce. Tutto ciò incrementa lo stress, producendo deconcentrazione e irritabilità ad alti livelli. Riguardo alle cause strutturali invece, si specifica che in esse rientrano a far parte, gli aspetti ambientali che influenzano direttamente la produttività lavorativa e quindi la concentrazione e la soddisfazione sul lavoro. Ad esempio, durante gli anni settanta negli Stati Uniti, sono stati scelti e privilegiati per la conduzione lavorativa, ambienti di lavoro open space nei quali, le differenti aree di lavoro sono separate l’una dall’altra da scaffali e piante con l’esclusione di muri e porte. Tutto ciò ha inficiato notevolmente sulla concentrazione dei dipendenti, sulla produttività e sulla soddisfazione lavorativa. Pur riscontrando il vantaggio di creare uno spazio flessibile in cui si rielaborano gli spazi a seconda dei cambiamenti aziendali, in realtà a tale strutturazione è collegato proporzionalmente un incremento della percezione dello stress e delle distrazioni, di rumore e assenza di privacy. In Italia, a distanza quasi di cinquant’anni , gli ambienti “open space” sono stati valutati positivamente ed introdotti in varie organizzazioni. In ambienti di lavoro italiani in cui permane una struttura open space, si individua un accrescimento prolungato di demotivazione lavorativa e deconcentrazione; per giunta non si facilita la collaboratori tra lavoratori in termini produttivi. Abbattere tali cause strutturali permetterebbe di prevenire fenomeni organizzativi, quali insoddisfazione, demotivazione, irritabilità, deconcentrazione. Le cause psicosociali invece assumono un valore differente, poiché possono dipendere della sfera lavorativa o privata del dipendente. In entrambi i casi la campagna di prevenzione è associata alla consapevolezza da parte delle aziende di fronteggiare le problematiche organizzative corrispondenti al capitale umano, avvalendosi della presenza di uno psicologo delle organizzazioni a supporto dei lavoratori, in grado cioè di orientare verso un cambiamento e un nuovo percorso di vita lavorativa che tuteli il benessere psicofisico.

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La soddisfazione lavorativa può dipendere dalla collaborazione di gruppo?

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Come il gruppo di lavoro può essere collaborativo e creare soddisfazione lavorativa condivisa

Il lavoro non sempre è associato a fatica psicofisica. Sentirsi frustrati e stressati è il binomio ricorrente che viene utilizzato quando si parla di lavoro. Solitamente si pensa che la soddisfazione lavorativa, possa essere solo un grande miraggio. Eppure essa è legata ad innumerevoli fattori in grado di innescarla. Tra tutti ritroviamo la capacità di riuscire a lavorare in un team collaborativo. Sentirsi parte di un gruppo di lavoro non è solo di fondamentale importanza, ma è l’aspetto che pesa di più nel momento in cui, si descrive la distribuzione dei ruoli, delle mansioni e della conoscenza lavorativa in azienda. In alcuni casi, possiamo avere una distribuzione dei ruoli poco equa; mansioni assegnate in modo poco chiaro e conoscenza lavorativa distribuita in piccole gocce. Tutto ciò, rende il dipendente frustrato, insicuro ed incapace di credere nella forza del proprio team lavorativo. Quali sono allora le caratteristiche che rendono un gruppo di lavoro soddisfatto e collaborativo?

In primo luogo ritroviamo la capacità del gruppo di condividere e distribuire funzioni ed azioni che necessitano di risposte precise alle necessità emergenti, delineando il cosiddetto concetto di “cooperative learning” ovvero, imparare cooperando.

Distribuire le funzioni e le azioni significa raggiungere obiettivi prefissati nel gruppo e mantenere un buon clima lavorativo, esprimendo così facendo una leadership distribuita.

I due aspetti menzionati, potenzino la collaborazione nel gruppo ed in contemporanea in presenza di una conoscenza distribuita e di una assunzione dei propri ruoli e responsabilità da parte di ciascun membro del gruppo, promuovono la soddisfazione di gruppo. La leadership distribuita come il cooperative learning ribaltano in assoluto il concetto di “governance piramidale” solita presentarsi in aziende con innumerevoli dipendenti e all’interno delle quali, esistono ruoli e funzioni statiche. La creatività e partecipazione dei dipendenti  è indispensabile nella vita di un’azienda poiché uno dei principali obiettivi è l’attribuzione di nuove funzioni e progetti lavorativi; oltre alla produttività si ambisce al benessere psicofisico del dipendente. Recentemente sono innumerevoli i corsi di formazioni psicosociale, sviluppati per rieducare le organizzazioni ad un nuovo processo di “collaborazione di gruppo e soddisfazione lavorativa”. Tali processi sono attuati con lo scopo di evitare cause aziendali, burn out, malattie, mobbing e assenteismo sistematico. In Italia si cerca da tempo di lavorare su questo fronte, al fine di sradicare il più possibile la cultura paternalistico clientelare, ovvero il controllo del capo che distribuisce privilegi a determinati membri del gruppo. Tale comportamento è sintomatico di un forte retaggio culturale e popolare italiano, secondo il quale spesso ci si assicura un posto di lavoro non attraverso la meritocrazia, bensì con l’ausilio della “raccomandazione”. Pur essendo tale cultura molto radicata, gli sforzi e i progetti psicosociali nelle aziende, volti allo snodamento di una più equa distribuzione dei ruoli e delle funzioni, è fortemente attivo. La campagna di cambiamento mira a far nascere  veri e propri processi di ristrutturazione aziendale a livello culturale e sociale, nei quali, il dipendente non è più reputato “oggetto di produttività”, ma è osservato in veste di capitale e potenziale umano, portatore di nuova conoscenza.

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I matrimoni tra consanguinei sono possibili in Italia?

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L’individuazione dei rischi legati alla salute dell’individuo

I matrimoni tra consanguinei risultano essere una pratica molto diffusa in quei Paesi dove l’unione dei singoli individui rappresenta il rafforzamento dell’unione delle famiglie. In Italia tale unione è espressa nella forma massima con il riconoscimento della legge italiana del “matrimonio tra cugini”. In particolare, esistono dei limiti al diritto di sposarsi nei casi di parentela, affinità o adozione. Il matrimonio tra cugini, pur essendo permesso dallo Stato, in realtà non è riconosciuto dalla legge cattolica. Affinché il matrimonio venga accettato e riconosciuto dalla Chiesa cattolica è necessario che sia richiesta una esplicita autorizzazione, secondo le regole della procedura canonica. La dispensa canonica o autorizzazione al matrimonio nei casi di consanguineità non sempre viene rilasciata, infatti essa non può essere ottenuta in situazioni in cui vogliano unirsi genitori e figli; nonni e nipoti; fratelli e sorelle; adottante e adottato; figli adottivi della stessa persona; adottato e figli del genitore adottivo; adottato e fratelli e sorelle della famiglia di origine. Alla presentazione della richiesta della dispensa canonica, il tribunale decide con decreto motivato, valutando le ragioni dei richiedenti. Dal punto di vista psicosociale il matrimonio tra consanguinei viene concepito per le culture occidentali come un tabù. I motivi psicologici e clinici a supporto sono numerosi. Basti pensare che oltre alla censura sociale, i matrimoni tra consanguinei sono rifiutati nelle relazioni quotidiane in quanto, uno dei motivi che porta a rafforzare la solidarietà sociale, è dato dall’incoraggiamento alle relazioni esterne. Dai tempi antichi il matrimonio è concepito per numerose culture, non come un mero “riconoscimento dell’amore tra un individuo e l’altro”, ma piuttosto come una alleanza funzionale tra famiglie diverse. Inoltre, al fine di abbattere la rivalità tra i capi famiglia si è pensato bene di spostare la propria attenzione e attrazione sessuale verso i membri di famiglie distinte dalle proprie, garantendo i ruoli patriarcali. Giungendo ai tempi moderni, l’istinto di sopravvivenza, conservazione ed evoluzione dei geni, porta l’individuo a riflessioni cliniche e mediche importanti ed essenziali sul matrimonio tra consanguinei. In un ottica clinica, infatti, queste unioni sono portatrici di gravi malattie ereditarie, quali malformazioni anatomiche e patologie mentali. Questo significa che in alcune famiglie in particolare, determinate malattie si manifestano così frequentemente, da essere reputate come facente parti di “caratteri ereditari dominanti”. La prole generata tra consanguinei è predisposta maggiormente, rispetto ad unioni tra non consanguinei, ad anomalie genetiche. Ad esempio il matrimonio tra cugini di primo grado raddoppia il rischio di mettere al mondo figli con sindrome di Down e vari difetti polmonari e cardiaci. In medio oriente il fenomeno delle unioni tra consanguinei è rinomato ed affiancato alla discriminazione genetica in cui si vuole evitare la scoperta di essere portatori di qualche patologia. L’unico modo per comprendere l’incidenza di malattie ereditarie soprattutto tra consanguinei si ripone nella scienza e medicina, vale a dire affidandosi allo studio genetico dell’albero genealogico, attraverso il quale si può stabilire se entrambi i genitori sono portatori di tali malattie pur essendo soggetti sani.

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I figli uno strumento di vendetta e ricatto per genitori separati

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Il fenomeno della sindrome di alienazione genitoriale, in Italia raggiunge il boom dei trend psicosociali.

Figli combattuti, figli contesi, figli strumentalizzati sono la parte lesa del 50% delle famiglie italiane, in cui si vivono le tensione di una separazione o di un divorzio. Le ripicche, i ricatti sono solo piccole scaramucce rispetto alla capacità manipolatoria che un genitore può avere sul proprio figlio: influenzarlo al punto tale da fargli percepire l’altra figura genitoriale, come l’orco o il cattivo della situazione. Di qui il disorientamento emozionale dei figli, i quali dinanzi a parole distruttive che rendono i genitori non più riconoscibile ed identificabile con amore, ma con odio e vendetta, reagiscono mediante l’allontanamento affettivo, al punto da rifiutare il papà o la mamma “disprezzata”. Scaricare sui figli, le frustrazioni di una vita familiare giunta ad un punto di non ritorno, significa renderli fragili ed insicuri emotivamente. Vengono a mancare quei costrutti di solidità affettiva ed emozionale che essi con il tempo hanno costruito. Questo significa che le figure genitoriali, potrebbero anche non essere più riconosciute dai figli, infatti sono notevoli i casi in cui bambini e ragazzi, non vogliono trascorrere del tempo con il genitore “vessato ed odiato”, sino nelle situazioni estreme, a non volerlo più incontrare. Il danno psicologico inflitto sull’intera famiglia, ma soprattutto sui figli è notevole; infatti, il processo di riabilitazione affettiva tra gli attori familiari, sarà lungo e complicato. Tale processo sarà costituito, nella migliore delle ipotesi, da piccoli spazi ricreativi mirati a ricucire il rapporto tra genitore-figlio, al fine di catturare gli aspetti positivi e ludici della relazione. La sindrome di alienazione genitoriale o Pas, è il pomo della discordia e manipolazione di figli, vittime di situazioni incresciose tra genitori. In Italia il fenomeno Pas è talmente diffuso, da essere riconosciuto come “carne alla brace” in qualsiasi tribunale minorile. Oggi la Pas è studiata nelle sue evoluzioni e provata scientificamente, poiché, a causa dei riscontri psicologici negativi sui figli, ogni genitore cita in causa l’ex marito o ex moglie, con l’obiettivo di dimostrare che, oltre all’ingiustizia, ciò che si sta delineando è un percorso pericoloso a livello emotivo per tutti. Attraverso l’intervento di figure professionali esperte quali, consulenti tecnici di parte e d’ufficio, si cerca di fare il punto della situazione, valutando ad esempio, le capacità genitoriali, la presenza o meno della sindrome d’alienazione parentale, per giungere poi a constatare la fattibilità dell’affidamento e il danno psico-affetivo prodotto, al fine di ripianarlo. In tutto ciò, gli unici a pagare sulla propria pelle le scottature di una vita di incomprensioni sono i figli. Questi infatti verranno “osservati in un contesto protetto” in assenza ed in presenza dei genitori; inoltre, saranno sottoposti se necessario, a test psicologici necessari a valutare la presenza del disagio affettivo e della Pas. La guerra emozionale ed affettiva che padri e madri volontariamente intendono fare, purtroppo impatta enormemente sui figli, i quali inermi e inconsapevoli, subiranno risvolti psicologici capaci di influenzarli durante l’arco della propria vita.

 

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Discriminazione lavorativa: effetti psicologici devastanti sui dipendenti

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Come dimostrare di essere stati discriminati sul lavoro?

Crescono i casi di discriminazione lavorativa in organizzazioni pubbliche e private. Si può essere discriminati per vari motivi, quali: religione, orientamento politico, sessuale, per ragioni di salute e preconcetti personali. Le discriminazioni possono essere agite in modo diretto ed indiretto, ed in entrambi i casi si hanno determinate reazioni psicologiche, che condizionano temporaneamente o a lungo termine le relazioni tra le presone. Spesso diventa difficile per gli individui, riuscire a dimostrare la condizione discriminatoria e averne coscienza. La consapevolezza, emerge nel momento in cui si tende a confrontarsi con altri colleghi e a constatarne un diverso trattamento; ad esempio quando si vuole usufruire di permessi legati alla salute, per assistere un familiare ammalato o per i figli. In questi casi, si può essere esclusi dai premi di produttività aziendale, pur in mancanza di accertamenti oggettivi che verifichino la minore o maggiore produttività del dipendente. Le stesse molestie sono considerate “atti volti alla discriminazione” in quanto, non hanno solo connotazione sessuale, ma si manifestano con comportamenti vessatori, il cui obiettivo è mirare alla dignità dell’individuo. L’instabilità emotiva e umorale che ne deriva può essere paragonata ad un vulcano in fase di eruzione. I dipendenti discriminati, sono disorientati, perché non sanno effettivamente come comportarsi, in presenza di un clima teso ed offensivo. Di qui l’insorgenza di malesseri psicofisici, quali deconcentrazione, emicrania, vertigini, ansia ed attacchi di panico. Diventa difficile per un dipendente discriminato, riuscire a costruire rapporti leali e spontanei con i colleghi in quanto, si teme spesso di essere giudicati, offesi ed esclusi dalle dinamiche di gruppo. In circostanze del genere in cui la tensione giunge ad alti livelli, lo stress percepito è così elevato, da cagionare insicurezza interiore e abbassamento di autostima. Il cattivo umore inoltre e i sintomi psicofisici, vengono trasferiti e vissuti anche nella vita privata, in famiglia, poiché ci si sente intrappolati, abbandonati da un contesto forte di riferimento come quello lavorativo. Lo stress allora, viene agito e canalizzato nel modo meno appropriato all’intero delle relazioni sociali. I dipendenti discriminati possono ottenere un feedback psicologico, per comprendere la presenza di patologie dovute all’azione discriminatoria subita, al fine di valutare il cosiddetto danno biologico, morale o psicologico legato al fenomeno. Successivamente attraverso dei tentativi di mediazione supportati da associazioni e sindacati, si espone la gravità lavorativa al datore di lavoro, il quale ha il dovere di garantire la salute psicofisica dei dipendenti. In mancanza di un’azione positiva, legata alla stabilità e salute lavorativa dei dipendenti da parte del datore di lavoro, allora l’individuo può attraverso il supporto di un avvocato giuslavorista, valutare la possibilità di rivolgersi al tribunale, al fine di ottenere un provvedimento di cessazione al comportamento. Ciò che diviene fondamentale è il confronto sincero e chiaro con il datore e i colleghi di lavoro, per palesare la presenza di tali atti discriminatori costanti e la sofferenza vissuta. Tale consapevolezza è necessaria per comprendere le dinamiche di gruppo e l’eventuale messa in atto di comportamenti risanatori da parte di tutti gli attori, prima di giungere ad azioni di mediazione sindacale, associativa o legale.

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Il fenomeno psicosociale degli italiani all’estero che dicono “no” all’espatrio di altri italiani. Gli atteggiamenti comuni di chi ha realizzato il sogno in un altro Paese: scoraggiare o truffare

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Le mete ambite dagli italiani in cerca di lavoro sono la Gran Bretagna , la Germania e anche le Gran Canarie. Il sogno che si realizza, avercela fatta in un Paese estero diverso dall’Italia, accomuna molte persone. Gli italiani volti all’espatrio sono numerosi, ma spesso non vengono accolti nel giusto modo dagli stessi connazionali. L’atteggiamento ricorrente dell’italiano medio che risiede all’estero già da tempo, si esprime in due modi: il decantatore del posto e il demotivatore seriale. Il primo può rivelarsi l’amico che non avresti mai pensato, capace di “decantare” la zona in cui si è trasferito, con l’obiettivo di convincere altre persone a recarsi in quel posto, al fine di “aiutarle” a trovare una casa e lucrare sulle pratiche burocratiche, trasloco e altro, all’insegna della truffa. Il secondo atteggiamento è anch’esso molto diffuso, ovvero demotivare in modo sistematico chi come loro, sogna e spera di trovare lavoro fuori dall’Italia.Solitamente la demotivazione viene attuata, screditando la zona in cui si risiede, specificando che “trovare lavoro all’estero non conviene”, perché anche nelle altre Nazioni il “carovita” è alto. Incredibilmente poi subentra la fase di rifiuto, all’espatrio di altri connazionali, in quanto anche all’estero il lavoro non c’è o scarseggia, e gli svantaggi quindi, sono enormi. Inoltre, questi sono soliti evidenziare che a causa dell’atteggiamento di “alcuni italiani” la gente del posto comincia a diffidare dei vari connazionali, quindi il risvolto della medaglia è alzare il prezzo degli affitti e della vendita delle case incoraggiando il “rimpatrio”. Numerosi blog informativi, oltre a sottolineare i vantaggi di vivere all’estero, spesso mettono in luce questo “cattivo comportamento degli italiani già residenti in altre Nazioni”; una parte a caccia di clienti da truffare, l’altra, pronta a scoraggiare, per evitare l’affluenza dei connazionali. Tale modo di relazionarsi con le realtà “reputate ormai distanti”, poiché in molti, sono riusciti ad insediarsi e a cambiare vita andando via dall’Italia, fa riflettere sul tentativo costante di boicottare un processo socio-economico in via di sviluppo fuori dal paese. La demotivazione seriale così come la truffa di alcuni connazionali, dimostra insicurezza, paura, trasposta su un fenomeno migratorio che non è possibile controllare e che mostrerebbe evidentemente agli occhi del mondo, ed anche ai loro che altri italiani ce l’hanno fatta. Diffidare dei connazionali e raggirarli, non è il solo modus operandi che spesso ci contraddistingue come popolo, ma è soprattutto l’incredulità di pensare che altre persone possano avere delle chance e possano riuscire nel proprio cammino, sovrastimando se stessi. All’estero come in Italia, il percorso riguardante la ricerca del lavoro o la creazione di un lavoro, è allo stesso modo difficile. Ciò di cui si necessita, è  di un progetto lavorativo funzionale nel presente e nel futuro. Rischiare non è un lusso, ma è la prerogativa per giungere al cambiamento. In modo particolare, dal momento in cui  il cambiamento non dovesse portare al successo, è necessario concepirlo come una esperienza positiva che ha arricchito le persone. La chiave di svolta nella cultura italiana si troverà quando,  il fallimento in una impresa, non verrà più contemplato come distruttivo o vergognoso, ma come un percorso di insegnamento, capace di istruirci in determinate circostanze e renderci più forti e ponderati, nella scelta di alcuni piani d’azione che riguardano il lavoro e la sfera personale.

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I peccati capitali degli italiani: un popolo di arguti viziosi

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I comportamenti a rischio per la salute sono il frutto di un imprinting familiare

Nel mondo gli italiani godono di un’ottima reputazione artistica oltre che scientifica, ma è anche vero che oltre ad avere tali virtù indiscutibili, sono innumerevoli i vizi che pesano soprattutto sulla salute psicofisica, di cui non si riesce proprio a fare a meno. I peccati capitali degli italiani che trascinano alla distruzione della salute, sono prevalentemente la pigrizia e l’ingordigia. Essere più attratti verso un divano per un riposo tranquillo, anziché essere spinti nello svolgere una passeggiata di qualche chilometro, diventa il luogo comune che non si riesce a superare. Essere grandi intenditori di cibo, sino ad oltrepassare la soglia del peso forma, rientra negli atteggiamenti quotidiani di molti cittadini. Soffocare lo stress familiare e lavorativo nel fumo e nell’alcool, è un comportamento “normale” e tollerato. I dati istat del 2015 evidenziano comportamenti a rischio degli italiani per certi versi in incremento. I comportamenti sedentari, ad esempio, riguardano quattro persone su 10. Ancora, più di un adulto su tre è in sovrappeso, mentre uno su dieci è obeso. È in crescita il consumo di alcool occasionale, vale a dire che si passa dal 37,7% al 42,3% rispetto agli anni precedenti. Mentre, risultano essere più di 10 milioni i fumatori over 14 anni. I dati psicosociali mettono in luce, il ruolo fondamentale che svolge la famiglia nell’educazione ad una vita salutare. Questo significa che la famiglia ha un enorme effetto sulle abitudini culturali dei figli. L’imprinting familiare è essenziale per comprendere nel futuro, i possibili comportamenti sociali dei figli. Questi ultimi si sentono legittimati ad assumere comportamenti a rischio sapendo ,che anche solo uno dei due genitori effettua una vita non equilibrata. Tali associazioni emergono soprattutto quando la madre ha uno stile di vita non salutare. Le pratiche comportamentali assunte all’interno della famiglia, formano le generazioni future ed il fatto che i genitori si facciano portatori di pratiche a rischio per la salute psicofisica, rende l’azione riabilitativa ad uno stile di vita che sorregge il benessere dell’individuo, molto difficile. Curare e sdradicare i comportamenti a rischio in una fase in cui questi sono interiorizzati dai figli e condivisi ,esercitati dai genitori, diviene un percorso arduo e complicato nel tempo. Ciò che risulterebbe responsabile al giorno d’oggi, sarebbe distribuire con la corretta conoscenza una educazione al benessere psicofisico, nelle scuole, nelle associazioni, nei centri culturali, associata a campagne di prevenzione, funzionali per i comportamenti a rischio. All’interno di queste ultime i primi individui ad essere sostenuti psicologicamente per il superamento di uno stile di vita fatto di eccessi, dovrebbero essere i genitori, capaci di insegnare ai propri figli la valorizzazione della salute come valorizzazione di se stessi, perché volersi bene è il primo passo per una vita migliore.

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Il “blocco degli atleti”, e come si supera – Focus

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Quando la posta in gioco è alta, si rischia di ottenere performance peggiori. Può accadere agli atleti olimpici, ma anche durante un esame o una riunione importante: la pressione e la necessità di dimostrare il proprio valore rischiano di vanificare mesi di preparazione.

Come reagire? A chi capita più di frequente? Secondo Sian Beilock, psicologa dell’università di Chicago intervistata da Vox, all’origine del blackout delle grandi occasioni non ci sono soltanto le alte aspettative, ma anche precisi tratti caratteriali.

Secondi, mai. Le persone che incorrono in questo tipo di impasse hanno alcune caratteristiche comuni. La prima è che detestano perdere: nelle simulazioni di gioco d’azzardo condotte in laboratorio, preferiscono assicurarsi di non cedere gettoni anziché puntare più alto per vincere grosse ricompense.

Super memoria. La seconda è una spiccata intelligenza: in particolare, rischia di “bloccarsi” chi ha un’ottima memoria di lavoro, ossia la capacità di tenere a mente più informazioni contemporaneamente. Studi scientifici dimostrano che queste persone, quando devono risolvere problemi matematici in breve tempo, rischiano più spesso di andare “nel pallone”.

Abituate a contare sulla propria efficienza, se incalzate dalla fretta non riescono a trovare strategie alternative, e finiscono col perdere il proprio naturale vantaggio. 

Se vi riconoscete in questi profili, come evitare il calo di performance? Beilock individua quattro semplici strategie.

1. Allenatevi sotto pressione. Simulate le condizioni di gara, datevi tempi sempre più incalzanti, ripetete come davanti a una commissione d’esame. Tenere alti ritmi e aspettative aiuterà a ottenere migliori risultati nella prova vera e propria.

2. Provate a distrarvi. Vale soprattutto nelle competizioni sportive: focalizzarsi su un dettaglio complesso della performance rischia di peggiorare il risultato finale. Meglio procedere col pilota automatico, concentrandosi su particolari accessori (per esempio sulla forma della pallina, o su una canzone ripetuta a mente).

3. Non temporeggiate. Se è un compito in cui sapete di poter fare bene, procedete spediti: indugi e manie di perfezionismo rischiano di ottenere l’effetto opposto.

4. Se siete agitati, ditelo. Esprimere le proprie emozioni prima di una performance – per esempio, scrivendole su un foglio 10 minuti prima di un esame – aiuta a stemperare l’ansia e libera la mente di un peso importante. Lasciando poi liberi di dare il massimo.

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Dipendenza da lavoro crea danni psicologici – MondoBenessereBlog (Blog)

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La dipendenza da lavoro crea danni psicologici: ad affermarlo è uno studio condotto da Cristian Balducci, professore associato di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna, in collaborazione con Lorenzo Avanzi, ricercatore in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, e Franco Fraccaroli, professore ordinario nella stessa disciplina all’Università di Trento.

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Workaholism: così si chiama in gergo il legame tra una dipendenza troppo stretta dalla professione e le conseguenze che ne derivano, soprattutto a livello psicologico. L’incapacità di staccare la spina e concedersi del meritato relax, insomma, non fa bene ed è il risultato del cambiamento delle condizioni lavorative.

 TROPPO LAVORO FA MALE ALLE DONNE

Le persone oggi sono costrette a sopportare ritmi incessanti, spesso non hanno il giorno libero e si sobbarcano impegni su impegni. Condizione che, protratta nel tempo, comporta disturbi psicologici. Il Workaholism, così come descritto dagli esperti, è quel fenomeno con cui la persona non solo lavora a ritmi incessanti ma si sente anche in colpa in quei pochi momenti in cui riesce a staccare. Oltre trecento i paetecipanti che hanno preso parte allo studio: liberi professionisti, dirigenti e imprenditori, soprattutto, ovvero le categorie di lavoratori che più difficilmente riescono a staccare.

TURNI DI LAVORO NOTTURNI AUMENTANO RISCHIO TUMORE?

Spiega il professor Balducci che ha coordinato lo studio:

Richieste di lavoro cronicamente elevate spingono all’investimento aggiuntivo sul lavoro, rafforzando nella persona il legame mentale con esso e la difficoltà a staccare. Le organizzazioni lavorative dovrebbero essere attente a non alimentare questo fenomeno nei propri lavoratori, cercando di prevenirlo per evitare un degradamento significativo delle condizioni di benessere delle risorse umane e della loro vitalità

Foto | Thinkstock

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