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Giugno 2016

Psicologia del LavoroWork & Training

5 costi psicologici della perdita o della mancanza del lavoro

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La perdita del posto di lavoro, la minaccia di non riuscire a conservarlo e la paura, da parte dei più giovani, di non trovare il modo di accedere al mondo del lavoro sono situazioni che, negli ultimi decenni, esercitano un forte impatto sulla vita delle persone.
Gli effetti psicologi della disoccupazione e dell’inoccupazione sono tanti; di seguito vengono elencate cinque grandi categorie di disagi psicologici legati alla mancanza o perdita del lavoro, spiegati da uno dei maggiori esperti di psicologia del lavoro in Italia, Guido Sarchielli.

Le condizioni di disoccupazione e di inoccupazione

Secondo lo psicologo, disoccupazione e inoccupazione inducono un progressivo indebolimento delle risorse fisiche e psicologiche della persona. Il passaggio obbligato dalla condizione di lavoratore a quella di disoccupato, o dalla condizione di studente a quella di inoccupato, pone l’individuo di fronte a una transizione psicosociale (Sarchielli et al, 1991) che richiederà al soggetto un’ingente investimento di risorse ed energie personali per fronteggiarla.

Da un lato, infatti, la persona si trova costretta a gestire numerosi cambiamenti quotidiani derivanti dall’aver perso il lavoro e che fanno sperimentare un forte senso di perdita di controllo, quali i cambiamenti relativi agli orari, agli stili di vita, alla mancanza di una risorsa economica prima esistente. Dall’altro lato, la pressione sociale e l’urgenza della situazione pressano l’individuo alla subitanea riorganizzazione alla ricerca di una nuova situazione lavorativa. Queste due fasi stimolano l’individuo ad un’autovalutazione. Le domande di senso che maggiormente si pongono le persone in questo momento della loro esistenza sono diverse “ ho perso il lavoro per colpa mia?”, “ ho sbagliato qualcosa?”, “riuscirò a farcela?”, “a chi e come posso chiedere un supporto?” tutte domande, con conseguenze minacciose sul senso di autoefficacia, sull’autostima, sulla resilienza e la vulnerabilità allo stress in generale.

Gli esiti psicologici della disoccupazione

Messaggio pubblicitario Da ciò deriva l’esigenza e l’importanza di comprendere maggiormente le caratteristiche e le conseguenze a livello personale e sociale del fenomeno della mancanza del lavoro, permettendo la progettazione di adeguati interventi professionali a sostegno.
L’ampia produzione scientifica a riguardo, spiega Sarchielli (2003), permette già di individuare cinque grandi categorie di esiti psicologici connessi alla disoccupazione.

1. Aumento della sintomatologia psicopatologica

Quadri sintomatologici quali gli stati ansiosi, stati depressivi, senso di solitudine e abbandono, etero e auto aggressività e, in generale, un aumento di insoddisfazione per la vita, sembrano essere direttamente connessi alla perdita del lavoro e al conseguente momento di crisi.

2. Crisi di identità

Le ricerche mostrano che tra i disoccupati vi è un notevole abbassamento della stima di sé, un aumento del fatalismo e del senso di non avere un proprio posto legittimo nella società.

3. Rappresentazione negativa, ipersemplificata e illusoria della realtà lavorativa

Più il tempo della disoccupazione/inoccupazione aumenta più cambia la rappresentazione mentale del lavoro, ovvero il lavoro viene percepito meno importante, meno interessante. In generale si amplifica il disinteresse per le questioni di vita pubblica e politica. Tra i disoccupati aumenta lo scoraggiamento e diminuisce la fiducia nella possibilità di trovare un nuovo impiego.

4. Scoraggiamento e disimpegno nella ricerca di un nuovo lavoro

Direttamente collegate allo scoraggiamento e alle rappresentazioni negative sono gli aspetti comportamentali, cosicché tra disoccupati e inoccupati si potrebbe osservare, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, un ridotto impegno a mantenersi in una condizione attiva di ricerca.

5. Aumento delle condotte a rischio

Infine, connesse ai fenomeni di disoccupazione, si osserva un aumento delle condotte a rischio per la salute, quali il maggiore consumo di bevande alcoliche, di tabacco, di droghe leggere e di farmaci fino al più raro comportamento suicidario.

Questa mini lista riassume risultati di numerose ricerche sul campo e l’idea di base è quella di considerare queste cinque conseguenze come dei rischi potenziali, come dei sintomi sociali, indicatori di una comunità connotata da un esteso e duraturo fenomeno di disoccupazione.
Sarchielli ricorda che queste ricerche non assumono che in ogni esperienza di perdita di occupazione, si avvii un ciclo ingravescente di effetti sopraelencati, ma diviene sempre più importante approfondire con studi e ricerche il tema, per individuare eventuali fattori capaci di modularne gli effetti nocivi.

Quali possono essere i fattori protettivi?

Fattori di protezione utili in questo senso sono:
– la rete di relazioni di cui il disoccupato/inoccupato può beneficiare per ottenere sostegno materiale e affettivo;
– la buona stabilità emotiva e la buona capacità di resilienza;
– il prevedere a livello politico-sociale programmi di reinserimento lavorativo;
– le leggi sul lavoro a favore di disoccupati e inoccupati.

Di grande valore, a tale proposito, il contributo della psicologia dell’orientamento, per quanto riguarda la progettazione di percorsi di orientamento professionale per gestire la crisi psicologica, per la rilevazione del disagio psicologico prima che si strutturino o acutizzino disagi psicologici più invalidanti, per lavorare sulla motivazione e sul senso di autostima e autoefficacia (Gysbers, 2002).

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Bibliografia

  • Gysbers, N.C., Heppner M.J., Johnston J.A., (2002). L’orientamento professionale, OS Giunti, Firenze.
  • Sarchielli, G., (2003). Psicologia del lavoro, Il Mulino, Bologna.
  • Sarchielli, G., Depolo, L., Fraccaroli, F., Colasanto, M., (1991). Senza lavoro, Il Mulino, Bologna.
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Al di là della cella un’altra vita: dalla detenzione al valore del lavoro

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Gli scopi dei progetti di reinserimento e rieducazione, una volta prettamente punitivi, oggi aspirano a cambiare attitudini ed interessi del soggetto svantaggiato cercando di riportarlo verso un plastico di vita legittimo e moralmente condiviso, grazie alla promozione di attività, laboratori, corsi di formazione e opportunità lavorative.

Ruggiero Lattanzio

Il lavoro come valore e le sue funzioni

Il lavoro riveste un ruolo importante all’interno della cultura occidentale. Comunemente visto come mezzo di sostentamento, reso possibile attraverso attività materiali e strumentali, il lavoro nasconde al suo interno numerose dimensioni latenti che offrono all’uomo una serie di benefici spesso sottovalutati.

E’ proprio mediante le diverse funzioni assunte dal lavoro, quali quella psicologica, sociale e formativa (Romagnoli e Sarchielli,1983) che l’uomo può realizzare la sua esperienza personale, apportando cambiamenti nella propria”struttura di vita”.
Essere coinvolti in un’attività lavorativa non solo modifica la rete di interazioni sociali dell’individuo offrendo ampliamento relazionale e possibilità di cambiamento, ma permette anche allo stesso di adempiere a scopi extra-individuali, di cooperare e di confrontare il proprio punto di vista con quello di altri, ridefinendo il proprio status e la propria identità.

Un altro vantaggio che l’impiego offre è la realizzazione personale, che coinvolge la valorizzazione del talento individuale, delle abilità congnitive e comportamentali.

Quanto sopra descritto è rintracciabile all’interno del Vitamin Model di Warr, nel quale sono affiancate a variabili ad effetto costante (disponibilità di denaro, sicurezza fisica e buono status sociale) variabili di decremento addizionale (controllo personale, opportunità di utilizzo delle capacità, opportunità di contatti sociali etc…).

Alla base della scelta occupazionale interagiscono due stimoli fondamentali: il coinvolgimento e la soddisfazione. Mentre il coinvolgimento rappresenta il grado in cui una persona si identifica con il suo lavoro e lo considera fondamentale per la propria realizzazione personale e per una valutazione di sè, la soddisfazione rende possibile l’appagamento dei propri interessi e bisogni.

Dalla detenzione al valore del lavoro: i percorsi e le opportunità per il reinserimento lavorativo degli ex detenuti

Messaggio pubblicitario I nuovi programmi di reinserimento e rieducazione psicosociale dell’ordinamento penitenziario sono tenuti a considerare tutti i fattori sopra citati. Gli scopi di questi progetti, una volta prettamente punitivi, oggi aspirano a cambiare attitudini ed interessi del soggetto svantaggiato cercando di riportarlo verso un plastico di vita legittimo e moralmente condiviso, grazie alla promozione di attività, laboratori, corsi di formazione e opportunità lavorative. Il lavoro assume quindi un compito di responsabilizzazione e deinfantilizzazione del detenuto e non un mezzo di autosostentamento: infatti, gli introiti non rappresentano il salario effettivamente guadagnato ma una concessione accordata dallo stato (percentuale rispetto a quella stabilita).

Ma la legge aiuta e tutela il detenuto nel suo percorso formativo?

Possiamo affermare che pur essendo in vigore leggi tutelatrici, a causa della scarsità di risorse, l’Amministrazione penitenziaria a volte è costretta all’elusione parziale del criterio-base stabilito dall’art.20, co.5,o.p., secondo il quale il lavoro carcerario deve

fare acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento

.

Per tutelare il diritto al lavoro dei detenuti è necessario che nel processo di reindirizzamento e reinserimento lavorativo cooperino diverse figure professionali: alla figura del detenuto, si affiancano operatori pubblici e del privato sociale che coordinano in maniera armonica gli interventi e cercano di limitare la possibilità che il detenuto lasci il suo percorso riformativo a metà. I percorsi sono tutti diversi l’uno dall’altro, non è possibile pensare a prassi standardizzate, ogni percorso deve essere creato ad hoc.

Prima della progettazione del percorso di reinserimento lavorativo ogni detenuto si deve iscrivere all’ufficio di collocamento (la legge 56/87 afferma che tutti i detenuti possono essere iscritti in carcere alle liste di collocamento) avendo ben chiaro l’obiettivo che si vuole raggiungere.
Ma la progettazione di un percorso formativo (come il completamento di un percorso scolastico o corsi di formazione all’interno del carcere) molte volte viene “minata” da necessità urgenti, come il bisogno immediato di denaro che limita la piena riuscita del percorso, facendogli assumere un carattere “provvisorio ed instabile”.

I detenuti saranno più stigmatizzati rispetto ad altre persone nella ricerca di lavoro?

Benchè la legge preveda sgravi fiscali per le imprese che assumono detenuti, per le aziende è poco competitivo portare un detenuto o ex-detenuto all’interno degli istituti; rimangono accessibili dunque le cooperative che sono alla continua ricerca di commesse ma faticano a sopravvivere.
Generalmente i lavori svolti per l’Amministrazione penitenziaria sono spesso lavori di basso profilo e di poche ore di cui i detenuti non conoscono neanche i criteri di assegnazione.

Esistono per legge delle commissioni che valutano le liste di disoccupazione e i criteri, ma spesso queste non sono rinnovate o non sono istituite.
A sostegno di un buono ed efficace reinserimento lavorativo troviamo alcune leggi, come la n. 1986 (art.79), la quale prevede alcune risorse per il reinserimento di soggetti svantaggiati (tra i quali troviamo ex detenuti, detenuti e stranieri).

A promuovere iniziative utili a realizzare progetti di integrazione lavorativa individualizzante troviamo le ASL; accanto a queste strutture ci sono altri strumenti, molte volte modulati da parte dei servizi territoriali, di cui il detenuto si può servire per iniziare o completare il suo percorso riformativo.
Questi servizi, variamente denominati (SIL = Servizi per l’Integrazione Lavorativa; NIL = Nuclei per l’Inserimento Lavorativo; UOIL = Unità Operativa Integrazione Lavorativa; ecc.) in raccordo con gli Uffici Educatori degli Istituti Penitenziari e con il CSSA “Centro Servizio Sociale Adulti ” del Ministero di Grazia e Giustizia, si occupano di stabilire dei contatti con le aziende esterne, progettando i singoli percorsi di inserimento e fornendo il necessario supporto alla persona e all’impresa.

In che modo il detenuto viene “seguito” sul posto di lavoro e quali sono i progetti e le agevolazioni di cui può usufruire?

Il tirocinio è uno dei mezzi spendibili attraverso il quale il soggetto può essere seguito e formato sul posto di lavoro; tra i tirocini troviamo il formativo non retribuito, stage di uno o due mesi, che consente di verificare sul campo (impresa privata o cooperative) le competenze lavorative e l’adattamento psicosociale alla vita “fuori dal carcere”.
Un’alternativa consiste nel tirocinio lavorativo: questo, della durata da un minimo di 1 mese a un massimo di dodici mesi, consente di apprendere competenze lavorative direttamente spendibili sul campo.

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La Borsa Lavoro rappresenta un altro strumento utile per il detenuto; essa ha il compito di costituire il rapporto di lavoro al termine del percorso di reinserimento e di formare il detenuto all’interno di aziende private o cooperative sociali. La sua durata varia dai tre ai dodici mesi a seconda del soggetto preso in considerazione e della complessità del suo profilo. Il borsista riceve un contributo sempre a carico della regione, in molti casi anticipato dall’impresa.

L’ultimo strumento è rappresentato dall’Agenzia di Solidarietà per il Lavoro che facilita i contatti e avvia collaborazioni con i Servizi Territoriali e gli operatori del Ministero della Giustizia.
Affinchè questi strumenti siano efficaci è necessaria l’informazione, è necessario informare i detenuti o ex detenuti sui modi, tempi e le leggi che scandiscono e aiutano il reinserimento psicosociale all’interno della comunità. Attraverso l’informazione è possibile riappropriarsi progressivamente della libertà, della conoscenza delle leggi e delle opportunità che consentono ai detenuti di accedere a benefici ed a misure alternative fondamentali per la loro progressiva reintegrazione.
Il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti è di perfezionare l’educazione (riv.cap. XLV Cesare Beccaria e Pietro Verri -Dei delitti e delle Pene-1764).

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Matrimonio a prima vista o svista? Affidare la propria vita matrimoniale ad un team di esperti capaci di scegliere al tuo posto il futuro partner

matrimonio a prima vista

Le famiglie del futuro: il prodotto di un team di esperti. Non siamo più in grado di scegliere il partner della nostra vita?

In voga da qualche anno l’esperimento sociale da prima effettuato negli Stati Uniti, poi nel Nord Europa fino a giungere in Italia, in cui un team di esperti, quali uno psicologo, sociologo e sessuologo attraverso l’incrocio di variabili derivanti dalla somministrazione di alcuni test cercano di “accoppiare” degli individui, i quali si conosceranno per la prima volta il giorno del loro matrimonio. Sono molte le persone volutesi sottoporre all’esperimento e che hanno accettato tale compromesso: matrimonio a prima vista. Questi individui mai incontratisi, se non per la prima volta sull’altare, decidono d’istinto, per un “si” o per un “no”. Naturalmente ciò che orienta in primo luogo, i novelli sposi nelle categoria “piace” o “non piace” è l’aspetto fisico, mentre tutto ciò che riguarda il carattere e la persona in generale, si scopre solo successivamente. Eppure nell’esperimento molti temerari, pur dinanzi ad una persona non piacevole esteticamente, hanno voluto mettersi in gioco e non distruggere tutto dal principio, con il temuto “non lo voglio”. Questo a dimostrazione del fatto che si può andare oltre le apparenze e tentare di capire effettivamente come sono le persone e se c’è compatibilità caratteriale. In Italia le tre coppie scelte dal team di esperti, non hanno portato a termine il matrimonio dichiarando il divorzio. Tuttavia terminata la luna di miele ed un primo periodo di pseudo convivenza, in cui questi hanno sperimentato insieme le difficoltà quotidiane, si è notato che le donne siano state le uniche a volersi assumere fattivamente la responsabilità del matrimonio, a differenza degli uomini che hanno dichiarato di non voler continuare. Ciò fa pensare che per alcuni di questi uomini, l’esperienza vissuta sia stata una svista, un modo per capire in cosa consiste il matrimonio seppur con una sconosciuta e quanta responsabilità ci si deve assumere negli impegni di tutti i giorni. Le visioni futuristiche di un mondo sempre più diversificato, fanno pensare a quanto le relazioni sociali si stiano svuotando a livello di sentimenti, al punto tale da potersi “affidare” ad un team di esperti capaci di scegliere al nostro posto. “Scegliere” comporta una serie di riflessioni psicologiche e comportamenti che non sono solo il sinonimo di responsabilità individuale e familiare ma l’affermata volontà nel voler condividere la vita, insieme alla persona amata. Il punto è che ormai si teme di non riuscire in questo percorso, perché l’amore è qualcosa di serio. Affidare le “sorti di un matrimonio” a dei professionisti in un certo qual senso, deresponsabilizza e predispone in caso di esito negativo, nel non nutrire elevati sensi di colpa e sentimenti negativi legati alla coppia, proprio perché la scelta del partner, non proviene da se stessi. La de-individuazione, la paura di fallire in una società che tenta di organizzarsi nel caos, la distanza sociale e l’inasprimento dei sentimenti sono caratteristiche che fanno dell’uomo futuro un essere incapace di nutrire relazioni empatiche, perché la freddezza interiore regna sovrana anche nella scelta di valori come “saper amare e avere il coraggio di scegliere la persona giusta al proprio fianco”. Per molti individui, il matrimonio non rappresenta il coronamento di una vita insieme, in quanto non si crede nell’aspetto rituale e le variabili contestuali e di personalità che possono inficiare su una relazione stabile sono tante, allo stesso modo si nota che la superficialità nell’allacciare relazioni e divincolarsi da esse, rende insicuri. Tale atteggiamento, è presente oltremodo anche nella convivenza, a dimostrazione del fatto che l’essere altalenanti nei sentimenti è caratteriale e sicuramente ciò viene rafforzato dal contesto di riferimento in cui ci si relaziona. Ciò che più fa paura e quindi si teme, fa riferimento ad un contesto in cui tale esperimento sociale diventi realtà, vale a dire, che la famiglia del futuro rappresentata cioè dall’unione di due individui, diventi il prodotto o il frutto di un team di esperti ai quali è affidata la decisione più importante: l’incontro e la scelta di un amore.

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Viviamo in un mondo di manipolatori: quali sono i segnali che contraddistinguono un persona manipolatrice?

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Perché si viene soggiogati da alcune persone? Possiamo uscire da questa trappola

La maggior parte delle nostre decisioni dipende dagli altri. E’ vero ognuno è “faber fortunae suae” vale a dire, artefice del proprio destino, ma se sul proprio cammino si dovessero incontrare persone dalle quali scaturissero le nostre posizioni e scelte, allora la componente fortuna o destino comincia ad assumere una valenza differente. Possiamo impegnarci, affinché la situazione cambi, reinventarci, cambiare strategia, tuttavia dinanzi a noi, dovrà sempre esserci qualcuno in grado di supportarci. Può palesarsi anche una situazione in cui pur volendo costruire il nostro destino, veniamo affiancati da persone che scopriamo solo con il tempo, essere machiavelliche e manipolatrici. Queste sono le persone che ci sostengono in principio, che ci ascoltano per comprendere la nostra personalità, i punti di criticità e i punti di debolezza per poi sviluppare delle strategie volte a soggiogarci nella sfera lavorativa, oppure nella sfera personale. Si è parlato e si parlerà sempre dei manipolatori come persone intelligenti, audaci, furbe ma quali sono i segnali che li contraddistinguono rispetto agli altri individui?

Il manipolatore è un individuo autocentrato a tratti narcisista, ma soprattutto con atteggiamento ambivalente. Questo vuol dire che il manipolatore può dare amore e odio con la stessa attenzione e con lo stesso valore a tutti. Da un lato può apparire come una persona forte, desiderabile, capace di comprendere chi lo circonda; dall’altra parte, può mostrarsi presumibilmente debole strumentalizzando la propria posizione di bisogno e necessità, ottenendo ciò che vuole. Esistono relazioni più o meno intricate in cui è difficile riconoscere queste tipologie di comportamento perché le azioni del manipolatore sono molto subdole e studiate con cura. Un aspetto interessante che lo contraddistingue è l’incapacità nell’essere empatico, ovvero di guardare la realtà con gli occhi dell’altro, di immedesimarsi in alcune situazioni al punto tale da provare delle emozioni condivise. Questi non è in grado di entrare in una relazione, ma si preoccupa solo di se stesso, tanto che l’altro è percepito come strumento per soddisfare i propri bisogni. È capace di far sentire amata, importante la vittima e subito dopo, demolirla psicologicamente, disprezzandola, allontanandola, facendola cadere nel vuoto. Tale incapacità di gestire le relazioni se non per il raggiungimento dei propri scopi è tipica del manipolatore. Solitamente questi viene attratto da persone bisognose, che stanno vivendo un momento particolare o difficile della propria vita, in difficoltà ed emotivamente suscettibili. I manipolati hanno la caratteristica di essere persone fiduciose, aperte all’altro o perlomeno orientate verso una relazione di supporto. Spesso si è soggiogati da questa tipologia di persone proprio perché necessitiamo di sostegno, di affetto, di comprensione. Non accorgendoci purtroppo della strumentalizzazione indotta, anche alcune briciole d’affetto risultano essere importanti rispetto ai malesseri, difficoltà e sofferenze che si subiscono. La distruzione, squalificazione della persona può compromettere l’autostima delle vittima a punto tale da non comprendere più che cosa è giusto da cosa non lo è per se stesso.

Come fare per uscire dalla trappola delle relazioni manipolatorie? Il manipolato in situazioni come queste necessita di rafforzare la propria autostima ponendosi degli obiettivi giornalieri che si distacchino dal manipolatore, proprio per comprendere l’inefficacia del legame. Saper riconoscere una persona manipolatrice significa pensare obiettivamente a se stessi come una persona e non uno strumento, verificare tutti gli svantaggi insorti durante tale legame e mettere dei paletti, farsi rispettare. La violenza psicologica si presenta quando il manipolato lo permette e si rende debole agli occhi del manipolatore. Quest’ultimo a sua volta dovrà mettersi in gioco e comprendere il distacco emotivo e psicologico che lo caratterizzano al fine di percepire l’altro come una persona con delle emozioni e sentimenti propri e non come uno specchio, un riflesso o strumento destinato alla soddisfazione e raggiungimento dei propri scopi.

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Il poliamore anche in Italia. Relazioni d’amore che si intrecciano con il consenso di tutti i partner

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La consapevolezza di condividere il proprio partner con altre persone si radica anche nel popolo italiano

Il poliamore è un fenomeno psicosociale nato negli Stati Uniti già da qualche decennio, che delinea la capacità degli individui di instaurare più relazioni contemporaneamente con il consenso di tutti i partner coinvolti. Basti pensare che nel 2009 le relazioni poliamorose erano più di cinquecentomila. Le caratteristiche che riguardano tali relazioni sono amore, onestà, sincerità. Questi cardini sono presenti in qualsiasi relazione d’amore monogama, la differenza sta nel fatto che quest’ultima è sorretta dalla volontà di legarsi ad una sola persona. In molti evidenziano, che professarsi poliamorosi significhi dare legittimità al tradimento; in realtà le persone poliamorose sono orientate alla “polifedeltà” ovvero, le relazioni d’amore e d’affetto sono ristrette ad una cerchia di persone. Tutti sono a conoscenza delle condivisioni sentimentali con i vari partner, i quali a loro volta potranno instaurarne altre. In Olanda, come in Brasile, ad esempio si celebrano le unioni civili tra più partner dal 2005, dando origine ai cosiddetti “matrimoni di gruppo” in cui tutti i membri di un gruppo sono “legati sentimentalmente e civilmente”. In Italia tale fenomeno sta prendendo forma, anche in assenza di unioni civili tra gruppi di persone e in presenza della Chiesa Cattolica. Si evidenzia con il tempo uno scenario in cui vi è una destrutturazione della famiglia tradizionale a favore della pluralità dei rapporti sessuali e sentimentali. Tutte le società occidentali si muovono verso il “poliamore” e l’Italia non è da meno, poiché l’evoluzione dei costumi e della cultura hanno dato origine ad un cambiamento di una società considerata “liquida” o veloce. Il diritto alla felicità ha cambiato orizzonte, in quanto fino a poco tempo fa era concepito come la condivisione dei valori della vita accanto ad una persona amata; attualmente, tale concetto è espresso da un trend sociale per cui “la vita è il succedersi di autentiche relazioni d’amore”, ovvero, una pluralità degli stili di vita già esistenti. In Italia come in molti stati del mondo, manca la formalizzazione di tale atto, al fine di non cadere nella ipocrisia esasperata. Una parte della monogamia viene sistematicamente distrutta dall’ombra del tradimento, da relazioni tortuose e fallimentari, all’interno delle quali non si ha il coraggio di affrontare la realtà, caratterizzata dal distacco sentimentale, per rifugiarsi illecitamente nel rapporto con un’altra persona. Spesso ci si chiede se il poliamore è una caratteristica di personalità o piuttosto della relazione e se cambia da una relazione all’altra. Attualmente si può sostenere che il poliamore è il frutto di una irruenta trasformazione culturale della società anche italiana, fatta di individui orientati all’ottenimento di bisogni futuristici, realizzabili in una società diversificata, plurale ed omogenea.

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Facciamo un Selfie?Essere pronti agli scatti 2.0 è uno dei modi per esprimere se stessi

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 La selfie mania è un fenomeno tecno-sociale preoccupante?

Narcisisti, megalomani, egocentrici, autocentrati, bellissimi e bruttissimi, uomini donne e bambini, anziani e acciaccati, tutti almeno una volta nella vita si sono sottoposti ad un autoscatto che ritraesse la propria espressione  in un  determinato luogo e momento. Il selfie ossia l’autoscatto amatoriale è una pratica antica che oggi è stata modernizzata attraverso i social network. L’aspetto ludico sta nel fatto di fotografarsi per poi postare l’immagine che cattura l’espressione del volto e postarla sui social.

Teorie pseudo-scientifiche agli inizi di questa pratica, hanno dato per scontato si trattasse di una  patologia che colpisse a random alcuni individui, i quali in preda della propria immagine e della popolarità riscontrata sulla rete, continuassero a autocelebrarsi attraverso i selfie.  Tale opinione  si è rivelata alla fine una bufala ed è stata sostituita velocemente da altre teorie psicosociali che hanno voluto spiegare i motivi secondo cui la gente effettua sistematicamente dei selfie.

Tra le ricerche psicologiche più accreditate in Italia vi è quella del 2014, condotta dallo psicologo italiano Giuseppe Riva, il quale verifica che gli scopi del selfie, in uomini e donne di età adulta, sono essenzialmente 3: far ridere e divertire gli altri; emergere con vanità; evidenziare un momento della propria vita. Le ragioni che inducono all’autoscatto, riguardano gli aspetti esteriori ed interiori della persona. I primi sono maggiormente elaborati dagli uomini i quali, “vogliono raccontare con chi sono, dove sono e cosa stanno facendo”; mentre i secondi sono espressi dalle donne per evidenziare “come sono e come si sentono”.

 La “selfite” così  facendo, non è una malattia, ma è fenomeno tecno-sociale che racconta se stessi  attraverso una fotografia in rete.

Tale fenomeno risulta essere preoccupante e pericoloso, nel momento in cui viene strumentalizzato, al  fine di denigrare, dequalificare, demolire ed etichettare l’individuo. Sono molti i fenomeni devianti che nascono dall’utilizzo distruttivo dei selfie contro i pari o altri individui; basti pensare all’istigazione al suicidio e ai vari casi conclamati di cyberbullying. Ciò che risulta essere destabilizzante e che, il tratto della dipendenza dal selfie, fondamentalmente è pronunciato e distorto nei soggetti  particolarmente angosciati dalla possibilità di ricevere commenti negativi agli autoscatti postati, frutto quindi,  di una instabilità emotiva emergente che può consolidarsi.

L’eventualità di ricevere un commento negativo su un selfie, non deve cambiare il nostro modo di vedere ed affrontare la giornata o l’istante che stiamo vivendo, in quanto, l’insicurezza che emerge può diventare compromettente per la nostra persona e soprattutto, può ostacolare il modo di fronteggiare le situazioni più o meno complesse. Durante l’arco della nostra vita, i pareri contrastanti, le critiche e i disappunti  ci saranno sempre, l’importante è dare il giusto peso a ciascuno di essi, cogliendo  il lato costruttivo della situazione creatasi, per crescere e maturare interiormente. Rafforzare la propria personalità, significa trarre insegnamento da ogni esperienza , comprendere  e leggere la realtà da più prospettive, perché la mente umana necessita non solo di conferme, ma di stimoli che portano a guardare oltre le apparenze, vale a dire, essere orientati ad una apertura mentale necessaria per sopravvivere ed adeguarsi ai cambiamenti.

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Le donne che amano i propri aguzzini. Le relazioni distorte tra vittima e carnefice si sviluppano per sopravvivenza?

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Storie di donne che perdonano e continuano ad amare i loro carnefici

Donne abusate, picchiate, maltrattare, uccise per volontà di qualcun altro. La loro vita appesa ad un filo, quello del loro carnefice che si fa strada con cura solo per colpire, ferire, distruggere. Le percosse, le minacce, gli abusi ricevuti spesso non sono sufficienti per allontanare la vittima da colui che la maltratta, infatti, la relazione d’affetto, d’amore può continuare. Nonostante le varie atrocità subite, la donna solitamente tende a giustificare le violenze compiute in famiglia a suo discapito, sviluppando un senso di colpa. Quest’ultimo paradossalmente irrobustisce il legame con l’aguzzino al punto tale da convincersi che tutto ciò che accade di negativo è da imputare a se stessa. Per quale ragione allora, tali relazioni distorte, si sviluppano e si rafforzano nei contesti familiari o extra familiari? Tali rapporti esistono e si consolidano per un meccanismo di sopravvivenza: la vittima percepisce che la sua vita è legata all’aguzzino. In principio quello che si prova è confusione, paura per la situazione creatasi, ma successivamente dopo questo stato iniziale, la vittima percepisce che la propria sopravvivenza è nelle mani del suo molestatore, tanto da elaborare a livello inconscio, per evitare la morte e altri soprusi, sentimenti di affetto e di amore. Questo meccanismo psicologico apre le porte verso la comprensione delle motivazioni che inducono alla violenza e alla tolleranza di situazioni incresciose. 

Per mezzo di meccanismi di difesa la donna è capace di eliminare anche la rabbia, l’odio verso l’aguzzino, in quanto il suo scopo è sopravvivere; così facendo quest’ultimo ricevendo feedback positivi dalla vittima si sente legittimato a continuare con i maltrattamenti pur apportando maggiore rassicurazione verso la sua sopravvivenza. Gli ultimi dati Istat del 2014 pubblicati al 05/06/2015 relativi ai maltrattamenti e violenze sessuali sulle donne, evidenziano che “ 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Inoltre, “Emergono importanti segnali di miglioramento rispetto all’indagine precedente: negli ultimi 5 anni in Italia, le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai 5 anni precedenti il 2006.

Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo, ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza”. In situazioni in cui la vittima prova sentimenti d’amore, d’affetto verso l’abusante giustificandolo e apportando opinioni e sentimenti positivi su di esso, quello che spesso si innesca è la cosiddetta “sindrome di Stoccolma”. Tale sindrome evidenzia come pur in presenza di violenze, rapimenti, abusi sulle vittime queste siano capaci di mostrare atteggiamenti e sentimenti positivi sull’aggressore, supportando le ragioni di chi abusa e sentimenti negativi verso il contesto esterno rappresentato da parenti, amici, istituzioni che cercano di sostenere psicologicamente e fattivamente la vittima al fine di ottenerne un allontanamento o rilascio.

Pur essendo in aumento gli abusi sulle donne è bene specificare che, la sindrome di Stoccolma non si riscontra in tutti i casi di violenze, ma permane nelle personalità destrutturate, insicure, poco decise. Tuttavia, le storie di donne che perdonano e continuano ad amare i loro carnefici in Italia sono elevatissime, nonostante il nostro sistema giudiziario si stia attivando per tutelare le donne contro i maltrattamenti fisici e psicologici con leggi studiate ad hoc e l’istituzionalizzazione di centri antiviolenza. Eppure il cammino è ancora molto lungo poiché oltre alle violenze, sono in netto aumento i femminicidi in Italia e nel mondo: la donna è considerata come un oggetto, una proprietà, in una realtà ancora molto maschilista in cui non si accetta l’emancipazione e la libertà della donna stessa. La violenza perpetrata ai danni delle donne è sintomo di potere, di controllo, di dominio dell’uomo incapace di instaurare un rapporto sano, fatto di confronto e condivisione. Attualmente nel territorio italiano si aprono le strade verso un lavoro funzionale, relativo la possibilità di comprendere quali manifestazioni di violenza si effettuano a danno delle donne e in che modo si manifestano, al fine di mettere in campo strumenti di contrasto e prevenzione sostenibili nel tempo, il cui obiettivo è creare un cambiamento radicale positivo nella cultura italiana.

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Love & FriendshipNews

Mio figlio vittima di bullismo: a scuola si parla del fenomeno “full”, cosa fare?

bullying

Quando i fenomeni di denigrazione psicosociale si espandono a scuola e si materializzano con il bullismo.

Genitori, figli, insegnanti, ragazzi, fratelli, frequentemente utilizzano la parola bullismo, per delineare le prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei. Il “bullismo” mette inquietudine e ciò che più sconvolge è l’evoluzione del fenomeno in contesti scolastici, che hanno l’obbligo e il dovere di tutelare i ragazzi. Il bullismo tesse una rete infima e si manifesta con molteplici sfaccettature infatti, può essere diretto, indiretto, fisico, verbale, psicologico, ed elettronico, attraverso cioè l’ausilio delle nuove tecnologie, si paventa in cyberbullying. I genitori dei bulli e delle vittime solitamente sono all’oscuro di quello che succede a scuola e di come i propri figli possano comportarsi nei confronti di altri coetanei. Questa situazione allora, diventa pericolosa quando, oltre ad evidenti segni fisici frutto del bullismo, ci sono sintomi psicologici gravi associati a minacce verbali, offese e calugne. Ogni azione e reazione del bullismo porta all’identificazione di un nuovo fenomeno psicosociale che rappresenta brevemente la malvagità perpetrata. Attualmente pertanto, possiamo parlare del fenomeno “full” per designare quell’atto di bullismo compiuto da un gruppo di ragazzi verso una sola vittima, costretta per ingiurie e minacce a rimanere in piedi per un tempo determinato stabilito dai bulli e a sedersi secondo le loro direttive, per vedersi poi sottratta la sedia sulla quale avrebbe dovuto perlomeno appoggiarsi. Il fine è far cascare per terra la vittima almeno due tre volte, con l’obiettivo di divertire gli altri e mostrare la capacità di manipolare e controllare i partecipanti del gioco. Al cadere per terra tutto il gruppo esclama la parola “full” evidenziando non solo la vittoria manifestatasi attraverso la “sottrazione della sedia” ma la fine di un raggiro psicologico che si è chiuso, completato con la denigrazione nei confronti della vittima. Questa conduzione del bullismo rappresenta la presa di una leadership da parte del ragazzo più forte fisicamente, capace di dettare le regole del gruppo a discapito degli altri. L’unico modo per evidenziare il suo potere è instaurare una relazione distorta verso la realtà e il contesto scolastico e sociale in cui si vuole integrare e fare gruppo. Allo stesso modo il ragazzo che ha subito il bullismo, pur di non ricevere percosse e molestie psicologiche dinanzi ad un gruppo, cade volontariamente o involontariamente nella trappola, subendo. Cosa fare in situazioni come queste di bullismo scolastico? In veste di genitori e anche di alunni, ma soprattutto di vittime di bullismo, è necessario informare in brevissimo tempo la scuola delle dinamiche e vicende sviluppatesi. L’Istituzione scolastica con l’aiuto di un esperto, effettuerà una campagna contro il bullismo carpendo quali sono le falle, i comportamenti che alimentano questa tipologia di azioni nelle aule. La collaborazione degli insegnanti permetterà la promozione di sessioni di informazione che evidenzieranno le difficoltà riscontrate dai ragazzi all’interno delle scuole e i vari risvolti psicologici derivanti dal bullismo. La cultura dell’informazione scoraggia i fenomeni di bullismo nelle forme lievi e più acute. In modo particolare un gran lavoro dovrà essere effettuato anche in famiglia da parte delle figure genitoriali, che spesso negano l’assunzione dei loro figli di comportamenti denigratori e distruttivi, attuati verso i coetanei. Essere consapevole di non conoscere a perfezione i propri figli non fa del genitore una persona cattiva, distratta o disinteressata, ma permette di avvicinarsi ad un mondo sconosciuto come quello ad esempio adolescenziale, nel quale la realtà risulta essere più complicata del solito. Attuare con il proprio figlio un percorso di riconoscimento dei valori sociali e dei comportamenti “normati” anche con l’aiuto di uno psicologo, consente di ottenere dei risultati importanti sul piano della salute psicofisica del ragazzo e dell’intera famiglia. Le statistiche descrivono l’emersione del fenomeno in Italia dai 7 ai 17 anni d’età, reputando le dinamiche psicologiche che le caratterizzano come molteplici. Il mondo circostante fatto di istituzioni, impone il rispetto delle regole a causa delle quali spesso si viene valutati. Diventa a questo punto importante identificarsi con un gruppo di coetani che hanno le stesse esperienze e problematiche, al fine di essere compresi, rispettati e stimati. Il fenomeno del bullismo, ha come finalità la strumentalizzazione di tale dinamiche psicologiche per giustificare la presenza di comportamenti agiti, volti all’annientamento fisico e psicologico dei più deboli.

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Ricominciare puntando su se stessi: la start-up come trampolino di lancio nell’imprenditorialità

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Valutare le proprie competenze e decidere di essere il capo di se stessi.

La ricerca del lavoro per chi è disoccupato o inoccupato diventa una delle fasi più critiche della propria vita, soprattutto quando l’idea del posto fisso è ancora così radicata come in Italia. Il concetto di lavoratore dipendente viene paventato sistematicamente perché a quanto pare offre una serie di sicurezze economiche in una Nazione in cui le tasse totali da versare corrispondono al 49%. Nonostante tutte le avversità che un cittadino deve affrontare, in molti si accollano il rischio di voler puntare su se stessi, sulle proprie competenze diventando gli unici “capi” di un lavoro fatto di passione, di interesse di conoscenze continue, mettendo in pratica il modello delle start-up. Tale modello imprenditoriale ed economico non rappresenta solo un nuovo scenario italiano, bensì diventa un modo per costruire un futuro lavorativo diverso dal solito in quanto promuove l’imprenditorialità tra i giovani, come soluzione anti crisi ed incentiva lo sviluppo di settori strategici quali l’innovazione e tecnologia. La start-up rappresenta un’azienda neonata che muove i primi passi e che si sta strutturando a livello organizzativo, di risorse umane e strumenti funzionali. La start-up per essere fondata necessita di alcune caratteristiche fondamentali quali: una vision ben definita e innovativa; un obiettivo, vale a dire un prodotto o servizio offerto che corrisponda ad esigenze specifiche del cliente; presenza di talenti creativi coinvolti nella vision d’impresa; flessibilità e reattività nel lavoro, intesa come libertà nei modelli economici e capacità di trovare soluzioni immediate e funzionali; rischio economico misurato grazie agli incubatori sociali. Questi ultimi sono dei servizi di supporto all’accesso del mercato e ai clienti, destinati a sostenere la nascita di imprese tecnologiche e innovative. I clienti sono imprese neonate, spin-off e imprese mature. Dal punto di vista psicosociale la creazione di start-up risulta essere un nuovo modo di mettere alla prova se stessi in un campo imprenditoriale in cui le competenze specialistiche e trasversali vengono messe in campo insieme alla capacità imprenditoriale. La creatività unita all’innovazione sono componenti uniche in una start-up se accompagnate ad un progetto sociale ed economico vincente. Il supporto degli incubatori economici, inoltre, permette di ottenere una visione futura sull’andamento della start-up per evitare il fallimento e garantirne il successo. La scelta cosciente di dover puntare ed investire in una attività imprenditoriale propria, è l’occasione giusta per orientarsi verso un nuovo cammino fatto di talenti, progettualità lavorativa e pro-attività ,intesa come capacità di rispondere agli stimoli del mercato in modo veloce e funzionale. Lo scopo è trasformare la start-up in una impresa strutturata da concetti nuovi di economia e di risorse umane, in cui gli individui che la costituiscono non sono osservati solo come semplici componenti, ma come identità che eccellono nelle relazioni e nelle conoscenze.

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